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FOTO San Benedetto, “San Francesco è nella mia vita”: la gioia dei giovani nel riscoprire il Poverello di Assisi

DIOCESI – Si è celebrata ieri, Giovedì 24 Settembre 2026, nella Diocesi di San Benedetto del Tronto – Ripatransone – Montalto, la Giornata Francescana, una iniziativa dedicata all’inaugurazione dell’anno scolastico 2026/2027.

L’appuntamento, promosso nell’ambito delle celebrazioni per l’ottocentesimo anniversario del Transito di San Francesco, si è tenuta in mattinata, dalle ore 9:45 alle ore 12:30, a San Benedetto del Tronto, prima nell’oratorio della Parrocchia Sant’Antonio di Padova e poi nel vicino Parco Wojtyla.

Al centro della riflessione, condotta dal vicario generale delle Diocesi del Piceno, padre Giancarlo Corsini, ci sono stati i temi dell’inclusione, della fragilità e della dignità della persona, riletti alla luce del messaggio francescano.

All’incontro erano presenti numerosi studenti, docenti, famiglie, educatori e anche rappresentanti della comunità.

Gli ideali francescani come cammino di crescita

Padre Giancarlo Corsini, nel suo intervento, ha guidato i presenti nella lettura di alcune scene della Pala Bardi di Coppo di Marcovaldo, custodita nella Basilica di Santa Croce a Firenze. Attraverso le immagini proiettate, ha presentato il Santo d’Assisi soprattutto dal punto di vista umano, servendosi degli episodi fondamentali della sua vita per mostrare come abbia rappresentato una svolta non soltanto religiosa, ma anche culturale. Le opere analizzate, infatti, sono state scelte per la loro capacità di richiamare i valori dell’accoglienza e della fraternità propri del Santo Patrono d’Italia, ideali che ancora oggi continuano a rappresentare un riferimento prezioso per la crescita umana, spirituale e civile delle nuove generazioni.

Francesco è stato presentato anzitutto come un giovane immerso nella vita del proprio tempo – mercante, soldato, generoso e desideroso di vivere pienamente -, prima di intraprendere un cammino che lo porterà progressivamente a diventare un uomo libero.

Al centro della vita di Francesco c’è l’incontro con l’altro, in particolare con chi è fragile ed escluso. Emblematico è l’incontro con il lebbroso: mentre la società medievale relegava i malati ai margini, Francesco compie il movimento opposto, si avvicina a loro, li accoglie e li serve. È proprio questo incontro, secondo la lettura proposta, a determinare una profonda trasformazione della sua umanità. Da qui il messaggio rivolto anche al presente: escludendo l’altro, l’uomo finisce per tradire una parte della propria stessa umanità.

Queste le parole di padre Giancarlo: “Da questo quadro vi accorgete immediatamente che Francesco contesta un tratto della nostra cultura contemporanea, che è invece abituata ad escludere i diversi. E, attraverso l’incontro, avviene la trasformazione dell’uomo. Quando vi innamorerete – se non l’avete già fatto -, voi cambierete. Perché l’altro o l’altra vi cambieranno! Perché è l’incontro che ci fa persone adulte“.

Un altro passaggio fondamentale della vita del Poverello d’Assisi è la rottura con il padre e la restituzione dei beni e degli abiti. La scelta di Francesco viene interpretata come una conquista della libertà personale: il padre non può essere padrone della vita del figlio, perché ogni persona è chiamata a costruire autonomamente il proprio cammino. Anche la vergogna provata mentre mendica il necessario per restaurare una chiesa diventa occasione di crescita: Francesco affronta il giudizio degli antichi amici e supera il proprio imbarazzo.

La stessa centralità dell’incontro emerge nel viaggio del 1219, durante la quinta crociata. Francesco parte insieme ai crociati, ma non come crociato, e incontra il sultano. Nessuno dei due rinuncia alla propria fede, ma tra loro nasce un rapporto fondato sul rispetto. È l’immagine di un’amicizia che non richiede uniformità di pensiero: l’altro non deve diventare uguale a me per essere accolto e rispettato.

L’umanità di Francesco emerge anche nel momento della morte, avvenuta nel 1226 e presentata da padre Giancarlo attraverso due tradizioni complementari: da una parte c’è il Santo che legge il Vangelo, spezza il pane, canta e chiede di essere deposto nudo sulla terra nuda; dall’altra emerge l’uomo Francesco, che desidera accanto a sé una donna a lui cara, Giacomina, e chiede perfino che gli vengano portati i dolci che lei preparava quando si recava a Roma. In questo gesto semplice, si manifesta una straordinaria libertà e umanità davanti alla morte.

È proprio la libertà il messaggio finale dell’intervento: l’esperienza di Francesco interroga ciascuno sulla capacità di scegliere con la propria testa e il proprio cuore, senza lasciarsi dominare dal conformismo. In questa profonda valorizzazione dell’uomo, della relazione, della fragilità e della libertà viene individuata anche una delle radici culturali di quel movimento che, nei secoli successivi, condurrà all’Umanesimo.

In sintesi, il Francesco raccontato da Padre Giancarlo non è una figura distante e idealizzata, ma un uomo che diventa pienamente se stesso attraverso gli incontri, l’accoglienza della fragilità, il rispetto delle differenze e la conquista della libertà interiore.

Ed è proprio questa sua radicale umanità a rendere il suo messaggio ancora capace di interrogare il presente.

Guardare oltre il limite: il ricordo di due persone che hanno lasciato il segno

La mattinata è stata anche l’occasione per ricordare due figure molto significative per la comunità parrocchiale ospitante: Mario Ulissi e Claudio Tribuiani, esempi di come si possa far fronte anche alle più gravi forme di fragilità. L’omaggio ha consentito di riscoprire storie di vita capaci ancora oggi di parlare alle coscienze e di indicare percorsi di solidarietà e servizio.

Giancarlo Brandimarti ha ricordato Mario Ulissi, presentandolo come una persona segnata da una profonda fragilità psichica, manifestatasi durante gli studi universitari e divenuta progressivamente causa di isolamento ed esclusione. La sua esperienza è stata accostata simbolicamente a quella del lebbroso di San Francesco: una persona considerata “diversa” e, per questo, facilmente emarginata.

“Mario cerca disperatamente di avere degli amici – ha raccontato Brandimarti -. Qualche volta li trova, qualche volta no, qualche volta trova anche degli amici interessati che gli si avvicinano per cercare di sfruttare la sua ricchezza. Ma Mario cerca sempre il contatto con le altre persone. Non sempre ci riesce, ma alla fine trova relazione e serenità in questa parrocchia, perché il senso del divino e della fede erano profondamente radicati in lui”.

Dotato di grande sensibilità, Mario Ulissi ha trovato nell’arte, nella pittura e soprattutto nella poesia, una via attraverso cui esprimere il proprio mondo interiore. Ha detto Brandimarti: “Se nei quadri prevalgono colori come il bianco, il grigio e il nero, che rappresentano il suo malessere, nelle poesie Mario ricerca invece la luce, il mare, l’azzurro, la vita e soprattutto il rapporto con gli altri. Centrale, infatti, nella sua produzione diventa il tema dell’accoglienza, espressione del suo profondo desiderio di essere ascoltato e compreso“.

Proprio nella parrocchia e tra i frati, Mario Ulissi trova quel luogo di relazione e serenità che cercava: viene accolto e considerato come un fratello, mentre la fede e la croce di Cristo diventano un sostegno nei momenti più difficili. Il legame con la Chiesa prosegue anche oltre la sua morte: ciò che rimane del suo patrimonio, infatti, viene lasciato alla Diocesi, affinché sia istituita una fondazione destinata a sostenere i poeti emergenti, nella convinzione che la poesia possa creare comunicazione e relazione tra le persone.

Attraverso il racconto commosso della vita di Ulissi, Brandimarti ha sottolineato il senso di “grande fraternità, che si è stabilita tra Mario e la comunità di Sant’Antonio, sia con i laici che con i frati. Attraverso questo rapporto, fatto di momenti conviviali, di preghiera,  di ascolto reciproco, Mario ha potuto vivere in modo sereno anche i momenti più cupi della sua fragilità”.

A seguire, Roberto Bovara, ha invece dedicato il suo intervento a Claudio Tribuiani, ricordandolo come una presenza familiare del quartiere, particolarmente legata al bar e alla parrocchia, luoghi nei quali incontrava le persone e condivideva le proprie numerose idee.

“Uomo intelligente, creativo e ricco di progetti, spesso molto ambiziosi, tutti accomunati dall’attenzione verso gli altri e in particolare verso le persone fragili“, così lo ha definito Bovara, ricordando, ad esempio, la proposta di creare una scuola di pittura destinata a persone in situazioni di disagio, pensata come spazio di espressione, relazione e crescita attraverso l’arte.

La testimonianza di Bovara ha sottolineato, al di là della fragilità psichica di Claudio, il rapporto positivo che l’uomo aveva costruito con il quartiere: era ascoltato e rispettato e aveva trovato nella comunità uno spazio nel quale poter essere se stesso, senza essere deriso o emarginato. Anche la famiglia è stata ricordata come un punto di riferimento importante nel suo percorso.

Da questa vicenda Bovara ha ricavato una riflessione più generale: una comunità autentica si misura dalla capacità di riconoscere la persona dietro la sua fragilità, lasciandole uno spazio anche quando il suo percorso non corrisponde alle aspettative comuni. Claudio Tribuiani, pur tra difficoltà e progetti rimasti incompiuti, ha continuato ad immaginare opportunità non soltanto per sé, ma soprattutto per gli altri. La sua storia diventa quindi una testimonianza di fraternità, intesa come capacità di accogliere una persona nella sua interezza, con i suoi talenti e le sue fragilità, i successi e i fallimenti, i sogni realizzati e quelli rimasti tali.

Le due testimonianze hanno restituito due storie diverse, ma profondamente unite dal tema dell’accoglienza: Mario Ulissi trova nella fede, nell’arte e nella parrocchia un luogo capace di accogliere la propria fragilità; Claudio Tribuiani trova nel quartiere e nella comunità uno spazio di appartenenza in cui poter esprimere liberamente idee, sogni e desiderio di aiutare gli altri. In entrambi i racconti è emerso che la fragilità non cancella il valore della persona, ma diventa un invito alla comunità a guardare oltre il limite, per riconoscere ciò che ciascuno può donare agli altri. 

Le testimonianze della fragilità vissuta e condivisa

Nella seconda parte della mattinata, ampio spazio è stato riservato al mondo della scuola, protagonista della giornata inaugurale. Dall’oratorio ci si è trasferiti presso il Parco Wojtyla per approfondire, attraverso esperienze concrete, il tema della fragilità.

Dopo il saluto e l’intervento di Tony Alfonsi, in rappresentanza del Comitato di Quartiere Sant’Antonio, è intervenuta la dott.ssa Mariella Marchegiani, già sociologa dell’Asur, da anni impegnata attivamente in progetti di reinserimento sociale delle persone con disabilità mentale, la quale ha detto:

“In questa bella giornata dedicata a Claudio e a Mario, la mia mente e il mio cuore vanno indietro nel tempo e mi fanno pensare al cambiamento del loro comportamento tra quando erano in ospedale e quando erano a casa. Ricoverati nel Reparto di Psichiatria, nelle stanze dei Servizi Sociali, sembravano persone che recitavano, persone da compatire, sicuramente persone in dissonanza con se stesse, con le proprie relazioni e con il mondo intero. Quando ritornavano nelle proprie abitazioni, con le proprie relazioni sociali erano persone uguali a tutte le persone di questo mondo: con gli alti e i bassi di umore, accettavano la terapia farmacologica a loro assegnata, consapevoli che, con la propria vita, si riappropriavano della propria dignità per realizzare i loro talenti“.

L’attenzione degli studenti e delle studentesse si è poi concentrata sulla toccante testimonianza di una madre, Paola, che ha raccontato il proprio percorso accanto a un figlio con una fragilità psichica, offrendo ai presenti uno sguardo autentico sulla forza che può nascere dalla sofferenza, se accolta e condivisa.

Paola ha esordito parlando del valore della diversità, della fragilità e delle relazioni umane e ha invitato i ragazzi e le ragazze a non identificare mai una persona con una sua caratteristica, una difficoltà o una diagnosi: prendendo spunto dalla grammatica, ha distinto il “sostantivo”, cioè la persona nella sua interezza, dagli “aggettivi”, che ne rappresentano soltanto alcuni aspetti.

La donna ha poi raccontato la dolorosa esperienza del figlio, vittima di bullismo, suscitando la commozione e la riflessione di tutti:

“Mio figlio ha iniziato ad avere problemi perché è stato bullizzato. E su questo potremmo aprire un mondo, ma mi limito a dire solo che il bullo ha messo il dito nella piaga, lo ha massacrato psicologicamente, lui non ha reagito, non ha raccontato e questo lo ha portato ad essere adesso un malato psichiatrico. Il tutto si è manifestato quando aveva la vostra età”.

Paola ha quindi evidenziato l’importanza dell’amicizia e della fraternità:

“La cosa peggiore che possa capitare ad un malato, soprattutto psichico, non è la malattia, bensì perdere i contatti con gli amici. Mio figlio ha bisogno di amici e non li trova, non li ha. L’amicizia, invece, è una delle forme più preziose di sostegno“.

Da qui l’appello accorato a tutti i giovani e le giovani presenti:
“Vi chiedo di costruire relazioni forti tra di voi, a prescindere da quello che ognuno di voi in questo momento rappresenti. Vi chiedo di accogliere ogni persona al di là di ogni etichetta, perché l’amicizia è la migliore medicina che ci possa essere“.

Al termine dell’incontro, durante il dialogo che si è aperto con il pubblico, sono intervenuti anche due giovani.

Giorgia ha riflettuto sulla figura di San Francesco, spiegando di averlo sempre percepito, fin da bambina, come un santo grandioso ed irraggiungibile. L’incontro, invece, le ha permesso di riscoprirlo nella sua piena umanità: un uomo come gli altri, accompagnato dall’amore per Dio, con limiti e difetti, ma capace di fare del bene e di accogliere gli altri. A colpirla particolarmente è stato il racconto degli ultimi momenti della sua vita, dai quali emerge non soltanto la dimensione spirituale, ma anche quella profondamente umana. Per Giorgia, Francesco non va dunque idealizzato come un uomo perfetto, ma ricordato come una persona che, pur con i propri difetti, è riuscita a camminare nel bene e nell’accoglienza del prossimo.

Samuele ha voluto condividere una riflessione profondamente intima e personale. Attraverso un intervento molto breve ma intenso, ha raccontato di aver incontrato la figura di San Francesco non solo nei libri, ma soprattutto attraverso il cammino vissuto giorno dopo giorno nella propria parrocchia. Con una semplicità disarmante e una fede genuina, ha affermato: “Posso dire che San Francesco è nella mia vita. E  questo è tutto.“, sottolineando come l’esempio del Poverello d’Assisi non sia un ideale astratto, ma una presenza concreta che fa parte della sua vita quotidiana.

A chiudere la mattinata sono stati due docenti, che hanno portato il proprio contributo al dibattito, condividendo riflessioni, esperienze e prospettive legate ai temi affrontati durante l’incontro. I loro interventi hanno evidenziato come la scuola possa diventare un luogo privilegiato per educare all’inclusione, al rispetto delle differenze e alla costruzione di relazioni autentiche, sull’esempio di Francesco.

Una comunità che guarda al futuro partendo dai più fragili

La Giornata Francescana si è conclusa con un momento di confronto aperto tra i presenti, confermando la validità di un’iniziativa che ha saputo unire Scuola, Chiesa, Famiglie e Realtà del territorio attorno a temi di grande attualità.

Nel segno di San Francesco, la comunità sambenedettese e quella ascolana hanno così avviato il nuovo anno scolastico con un invito chiaro: riconoscere il valore di ogni persona, soprattutto di chi vive situazioni di fragilità, e costruire una società più accogliente, solidale e capace di trasformare le differenze in opportunità di crescita comune.