
Di Maddalena Maltese
(da New York) È stata la giornata del Medio Oriente, e soprattutto di Israele e Palestina, quella di giovedì 24 settembre all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Due discorsi contrapposti, quelli del premier israeliano Benjamin Netanyahu e del presidente palestinese Mahmoud Abbas, hanno riportato al centro del Palazzo di Vetro un conflitto che continua a dividere la comunità internazionale. Netanyahu ha parlato da un’aula semivuota, dopo che numerose delegazioni l’avevano abbandonata in segno di protesta, costringendo il presidente dell’Assemblea a richiamare all’ordine. Abbas, invece, è apparso sugli schermi in un videomessaggio preregistrato da Ramallah: per il secondo anno consecutivo gli Stati Uniti gli hanno negato il visto d’ingresso. Sullo sfondo, il tentativo della diplomazia di continuare il dialogo.
Netanyahu: “La più grande menzogna del secolo”
A quasi tre anni dagli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 e dopo oltre 73mila morti palestinesi, secondo le autorità sanitarie di Gaza, Netanyahu ha respinto le accuse di genocidio, definendole “la più grande menzogna del secolo”. Ha difeso le operazioni militari israeliane, sostenendo che il suo governo abbia cercato di proteggere i civili attraverso avvisi di evacuazione e forniture di aiuti umanitari. Rivendicati anche gli attacchi contro gli impianti nucleari iraniani, “una delle decisioni più facili” del suo mandato, ha detto, perché “necessaria alla sopravvivenza di Israele”. Il premier ha accusato inoltre media internazionali, social network e diversi governi di alimentare la disinformazione contro il suo Paese, definendola l’ottavo fronte della guerra.
Abbas: “Impedire una nuova Nakba”
Di segno opposto l’intervento di Abbas. Le politiche israeliane, ha denunciato, minacciano ormai “la vita stessa e l’esistenza del popolo palestinese nella propria terra”. Il presidente ha invitato la comunità internazionale a impedire una nuova Nakba, denunciando le distruzioni a Gaza, l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e le violenze dei coloni. Ha chiesto l’attuazione della seconda fase del piano di pace sostenuto dal presidente Donald Trump e dalla risoluzione 2803 del Consiglio di sicurezza, per riunificare Gaza e Cisgiordania sotto un’unica autorità palestinese. “Vogliamo uno Stato palestinese democratico”, ha affermato, “disarmato e capace di vivere in pace accanto a Israele”.
Parolin: quanto realizzato è “decisamente insufficiente”
Mentre nell’Assemblea generale si consumava l’ennesima contrapposizione, la diplomazia cercava una strada comune. A due anni dalla nascita dell’Alleanza globale per l’attuazione della soluzione dei due Stati, i ministri degli Esteri di circa cento Stati, assieme a varie organizzazioni, si sono riuniti per verificare i progressi compiuti e definire le iniziative per il biennio 2026-2027, ribadendo l’impegno per uno Stato palestinese sovrano accanto a Israele, in condizioni di pace e sicurezza.
A rappresentare la Santa Sede, il card. Pietro Parolin, che ha riconosciuto i progressi diplomatici dell’ultimo anno, dal cessate il fuoco al ritorno degli ostaggi, fino agli sforzi per facilitare gli aiuti umanitari. Ma quanto realizzato rimane “decisamente insufficiente”, ha ribadito il segretario di Stato vaticano, esprimendo profonda preoccupazione per l’espansione degli insediamenti israeliani e condannando le violenze contro le comunità cristiane della Cisgiordania, la cui presenza storica costituisce un elemento di stabilità e convivenza pacifica.
Sulla necessità di trasformare gli impegni diplomatici in risultati concreti è intervenuto anche il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani. “Sappiamo che la strada del dialogo e della diplomazia è difficile. Ma è l’unica per raggiungere la pace”, ha sottolineato, ribadendo che tra gli strumenti che l’Italia continua a promuovere c’è il dialogo interreligioso, anche nell’ambito del piano di pace.
Una prospettiva che prova a tenere aperto lo spazio del confronto proprio mentre, ancora una volta, nell’aula delle Nazioni Unite le delegazioni scelgono di uscire anziché ascoltare.