DIOCESI – Ci sono giornate nelle quali la parrocchia diventa ancora di più una casa accogliente. Uno spazio nel quale incontrarsi, sorridere, condividere il pranzo e, soprattutto, sentirsi accolti.
È questo il significato della giornata di fraternità vissuta nella chiesa dei Santi Filippo e Giacomo di Ascoli Piceno, dove, secondo una tradizione che si rinnova ormai da anni, la comunità parrocchiale ha accolto numerosi volontari e assistiti dell’Unitalsi. Una giornata che ha avuto il suo momento centrale nella celebrazione eucaristica presieduta da don Lino Arcangeli e concelebrata da Don Vincenzo Tassi e che è proseguita con il pranzo e un momento di convivialità.
Il parroco è mons. Lino Arcangeli, sacerdote della Diocesi di Ascoli Piceno, parroco dei Santi Filippo e Giacomo, Cancelliere vescovile e Moderatore di Curia. È inoltre direttore dell’Ente “Chiesa Santa Marta” e rettore della Chiesa di Santa Marta al Villaggio per gli Anziani, una realtà che lo mette quotidianamente a contatto con persone fragili e anziane.
Ed è proprio da questa esperienza di prossimità che nasce il suo modo di vivere la giornata con l’Unitalsi: con semplicità, attenzione e una particolare sensibilità verso chi sperimenta la malattia, la disabilità o la solitudine.
Don Lino, quella con l’Unitalsi è ormai una tradizione consolidata per la comunità di San Filippo e Giacomo. Che cosa rappresenta questa giornata?
Sì, è ormai una tradizione. Normalmente ci ritroviamo la seconda domenica di settembre e accogliamo gli operatori dell’Unitalsi, quelli che accompagnano le persone nei pellegrinaggi a Lourdes, Loreto, Fatima e in altri momenti dell’anno, insieme agli assistiti.
È una giornata di fraternità che comprende la celebrazione della Messa, vissuta insieme alla comunità parrocchiale, e poi un momento conviviale, con il pranzo e lo stare insieme.
Credo che sia un’occasione importante per la comunità, perché significa mettersi accanto a persone che vivono situazioni di particolare fragilità, legate alla salute, alla disabilità o, semplicemente, alla solitudine.
C’è anche una dimensione affettiva, quindi, oltre a quella religiosa.
Certamente. Ci sono persone che magari non hanno una famiglia vicina, oppure vivono in qualche comunità e possono sperimentare, nella quotidianità, una certa solitudine.
Ritrovarsi insieme a una comunità parrocchiale, essere accolti, condividere un pranzo, scambiarsi una parola o semplicemente trascorrere qualche ora in allegria può sembrare una cosa semplice, ma per queste persone può avere un valore grandissimo.
L’obiettivo è proprio quello di regalare loro un momento di serenità e di gioia. E la cosa più bella è vedere che alla fine della giornata escono contenti.
Durante la celebrazione si è percepita anche una sua particolare vicinanza alle persone presenti. In alcuni momenti sembravi quasi commosso.
Io, attraverso la responsabilità che ho al Villaggio Santa Marta, sono quotidianamente a contatto con persone anziane e fragili. È una realtà che conosco e che sento molto vicina.
Quando incontro persone che vivono situazioni di difficoltà, nasce spontaneamente una simpatia, una vicinanza, una solidarietà. Mi sento bene con loro.
Per questo, anche durante questa giornata, mi sono sentito nel posto giusto. Alcune delle persone presenti le conosco ormai da anni, perché tornano ogni volta; altre erano nuove. Ma quello che conta è creare subito un rapporto umano, far capire loro che sono accolte e che qui possono sentirsi a casa.
E proprio questo è stato uno degli aspetti che più ha colpito: sei rimasto in mezzo alle persone anche dopo la Messa, durante il pranzo, trasmettendo serenità e allegria.
Facciamo quello che possiamo. Cerchiamo soprattutto di mantenere un clima di serenità e di gioia.
Credo che sia importante non fermarsi alla celebrazione. La Messa è il centro, certamente, ma poi c’è anche il vivere insieme, il parlare, il mangiare allo stesso tavolo, il ridere, il condividere.
Sono gesti semplici, ma costruiscono relazioni. E per una persona che vive una condizione di fragilità è importante sapere di essere considerata, di avere un posto, di essere parte di una comunità.
Una tradizione che avete voluto mantenere anche negli anni più difficili della pandemia.
Sì. Anche durante il periodo del Covid abbiamo cercato di mantenere questa attenzione, per quanto fosse possibile e nel rispetto delle necessarie precauzioni.
Per noi era importante non interrompere questo appuntamento, perché queste persone hanno bisogno di sentirsi parte di una famiglia, di una comunità.
Quando una persona è fragile, non ha bisogno soltanto di assistenza. Ha bisogno di relazione, di affetto, di sentirsi riconosciuta e accolta.
Se dovesse lasciare un messaggio al termine di questa giornata, quale sarebbe?
Direi che nessuno deve sentirsi solo. La comunità cristiana deve essere capace di accogliere, di stare vicino alle persone, soprattutto quando attraversano momenti di difficoltà.
A volte pensiamo che per aiutare qualcuno servano grandi cose. Invece può bastare una porta aperta, un sorriso, una tavola condivisa, una parola.
Questa giornata ci ricorda proprio questo: la gioia diventa più grande quando viene condivisa.
E quando una comunità riesce a far sentire una persona fragile non come un ospite, ma come un membro della propria famiglia, allora ha davvero vissuto il Vangelo.
Ringraziamo per le foto e per la collaborazione Stefano Capponi


