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Card. Pizzaballa: visita a Taybeh, “La Croce, vittoria non della forza ma dell’amore”

“La Croce è la nostra vittoria. Ma la vittoria della Croce non è una vittoria ottenuta attraverso la forza, il potere o la violenza. È la vittoria dell’amore. È la vittoria di colui che, invece di rispondere al male con altro male, dona se stesso. È la vittoria di un amore che arriva fino alla fine. E forse, parlando della vittoria, potremmo essere tentati di fare confronti con le vittorie umane e politiche. Ma la vittoria della Croce è completamente diversa. La vittoria della Croce è la vittoria dell’amore”.

Lo ha detto il patriarca latino di Gerusalemme, card. Pierbattista Pizzaballa, celebrando a Taybeh, unico villaggio interamente cristiano rimasto in Cisgiordania, la Festa dell’Esaltazione della Santa Croce. Una presenza particolarmente significativa, la seconda del porporato nell’ultimo mese, in una comunità da tempo al centro delle cronache per le ripetute aggressioni, le vessazioni e le ruberie dei coloni israeliani contro gli abitanti, i loro terreni e case, e contro le proprietà del villaggio, fatti denunciati con continuità dal parroco, padre Bashar Fawadleh. Richiamando proprio le parole del sacerdote, dette nel saluto iniziale, Pizzaballa ha sottolineato che “la Croce ci identifica perché ci mette in relazione con Gesù attraverso la sofferenza. Noi non andiamo alla ricerca della sofferenza. La sofferenza, piuttosto, entra continuamente nella nostra vita. Ci raggiunge da ogni parte. E tuttavia, proprio attraverso la sofferenza, può aprirsi una porta attraverso la quale Dio entra nella nostra vita”. Un riferimento che, nel contesto di Taybeh, assume un significato particolare per una popolazione che vive da mesi sotto pressione. Il patriarca ha quindi ricordato che Dio “non rimane lontano dalla nostra sofferenza: in Gesù Cristo entra nella nostra storia e assume su di sé il nostro dolore”, spiegando che la Croce è “la misura dell’amore di Dio per ciascuno di noi”, un amore “senza misura”, perché Cristo “ha dato se stesso fino alla fine, con una gratuità totale, senza riserve e senza chiedere nulla in cambio”. Nella sua omelia, Pizzaballa ha insistito sul legame inscindibile tra Croce e Risurrezione: “La morte non ha l’ultima parola. Ed è proprio questo il cuore della nostra fede: Dio trasforma ciò che sembra essere una sconfitta in una vittoria, e ciò che sembra essere la fine in un nuovo inizio”. Per questo, ha aggiunto, “quando celebriamo la festa della Croce, non celebriamo un amore capace di donare la propria vita e, proprio attraverso questo dono, di generare vita”. Infine, il cardinale ha invitato i fedeli a tradurre il messaggio della Croce nello stile concreto delle relazioni quotidiane: “Non dobbiamo cominciare dalla politica. Non dobbiamo cominciare dalle grandi questioni del mondo. Dobbiamo cominciare dalla nostra famiglia, dalla nostra comunità, dalla nostra parrocchia”. Per i cristiani, ha concluso, la Croce “non è soltanto un simbolo che portiamo. È una forma di vita”, fondata su “amore, dono, gratuità, perdono, vicinanza a chi soffre”. Perché “l’amore ha l’ultima parola. La vita ha l’ultima parola. La speranza ha l’ultima parola”.