DIOCESI – Pubblichiamo la Lectio delle Sorelle Clarisse del Monastero Santa Speranza di San Benedetto del Tronto.
Esordisce così il profeta Ezechiele nel brano che, questa domenica, la liturgia ci propone come prima lettura: «Mi fu rivolta questa parola del Signore: “O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa di Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia».
Cosa fa una sentinella? Una sentinella sorveglia l’orizzonte, è attenta, rimane vigile per proteggere gli altri o per attendere qualcuno, osserva, ascolta, dà l’allarme.
Ha una grande responsabilità nei confronti degli altri. Il Signore chiede al profeta Ezechiele di essere una sentinella del popolo di Israele, di essere custode e voce del suo popolo, dei suoi fratelli.
Nel Vangelo di Matteo leggiamo così: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà avrai guadagnato il tuo fratello…». Il brano continua ma, per il momento, fermiamoci qui. Anche da queste righe viene fuori una sorta di responsabilità che Gesù ci chiede, un’attenzione, un rimanere vigili nei confronti di chi ci è accanto.
Ma facciamoci una domanda: che cosa ci autorizza ad intervenire nella vita dell’altro, ad essere sentinella nella vita dell’altro? Il Signore ce lo chiede perché noi siamo più bravi, più buoni, cristiani migliori, più preparati, più avanti nel cammino rispetto agli altri?
No, ci autorizza solo questa parola: fratello. Solo se portiamo il peso e la gioia dell’altro, se ne conosciamo le lacrime, solo in quanto fratelli, siamo autorizzati ad ammonire. Ciò che ci autorizza non è la verità, non è il fatto che abbiamo la verità dalla nostra parte e l’altro no, ciò che ci autorizza è la fraternità. I cristiani sono coloro che non separano mai verità ed amore. La verità senza amore porta a tutti i conflitti e, d’altro canto, l’amore senza verità è sterile perché è un amore per caso, fortuito, senza progetto né futuro.
E facciamo un altro passo avanti. San Paolo, nella lettera ai Romani, ci esorta così: «Fratelli, non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole…». San Paolo lo ribadisce: il nostro amore verso gli altri non è un passo che compiamo per primi perché i più bravi, i migliori. E aggiunge: se fosse così, l’altro sarebbe debitore nei nostri confronti. L’amore verso gli altri, invece, è una risposta, precisamente una risposta che noi diamo a Dio per l’amore che Lui stesso ha manifestato per noi. Dio ci ama e, a questo amore, noi rispondiamo amando.
Quindi c’è una responsabilità nell’amare…non una responsabilità nel convertire!
Ed essere responsabili significa saper portare il peso dell’altro, con la sua libertà e il suo peccato, nella consapevolezza che l’amore è la sola forza capace di affrontare il negativo della vita.
E se il fratello accoglie questa parola, ci dice Gesù che avremo guadagnato il nostro fratello. Questo verbo è molto bello: il fratello è un guadagno, un tesoro per noi e per il mondo, un talento, una ricchezza per Dio e per la terra.
Ma se l’altro si ostina a non riconoscere il male commesso, Gesù ci dice: «…sia per te come il pagano e il pubblicano». Attenzione: questo non significa allontanare, condannare e abbandonare il fratello a se stesso. I pagani e i pubblicani, nel Vangelo, sono coloro che non sanno di essere amati e per i quali il nostro atteggiamento dovrà essere mostrare loro un amore capace di andare fino alla fine. L’unico potere che possediamo è quello di amare, perdonare, recuperare, salvare, riportare in vita.
«In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo». Gesù ci mette in guardia dal non legare l’altro nei nostri lacci, fatti di giudizi e pregiudizi, ci chiede di non inchiodarlo ai suoi sbagli, alle sue fragilità, di non soffocarlo con bassi moralismi.
Siamo chiamati, invece, a sciogliere, perché ciò che scioglieremo, chiunque scioglieremo, avrà libertà per sempre.