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San Benedetto, riscopriamo la bellissima Via Crucis di Paolo Annibali

DIOCESI – La Via Crucis di Paolo Annibali allestita all’interno della chiesa di San Benedetto Martire è un’opera unica nel suo genere perché invece di rappresentare la Via Crucis tradizionali con episodi che vengono dalla Tradizione – le 3 cadute di Cristo o l’incontro con la Veronica non sono descritte nei vangeli – e dalla Sacra Scrittura, l’artista ha scelto di dare corpo solo alle scene bibliche. 

A livello stilistico l’opera si colloca nella fase iniziale della produzione artistica e forse non è fra le più belle, ma a mio avviso è quella più pregna di significato perché in essa si intrecciano tre storie di dolore: quella di Cristo che ovviamente è il protagonista delle scene rappresentate; quella di Paolo segnato fin dall’età di 23 anni dall’artrite e quella della famiglia che ha finanziato la realizzazione turbata dalla perdita in giovane età del proprio figlio Mirko. 

È indubbio che questa mescolanza di dolore renda l’opera non un elemento ornamentale della chiesa, ma una profonda espressione del dramma che attraversa la vita umana, insieme a una insopprimibile esigenza di riscatto non nonostante le circostanze, ma attraverso di esse. 

Monsignor Romualdo Scarponi in occasione del 25º anniversario della sua ordinazione sacerdotale ha commissionato la realizzazione della Via Crucis a Paolo Annibali che ha scritto anche un testo di commento alla sua opera del quale riportiamo alcuni stralci. Abbiamo evidentemente a che fare con l’arte contemporanea eppure l’utilizzo della terracotta fa in modo che l’opera si inserisca in modo ottimale in un contesto più antico. Iniziamo allora insieme a percorrere questa Via Crucis.

Prima Stazione: Gesù nell’Orto degli Ulivi. Scrive l’aftista: «Cristo, solo, prende la decisione finale, si prostra a terra, si confonde con essa. È il momento di maggior umanità, in cui Dio vuole condividere l’angoscia di ogni uomo di fronte alle alternative». Già da queste parole si capisce come Annibali non sia un artista distaccato rispetto al soggetto rappresentato, fra i due si è istaurato un dialogo, quel dialogo che avviene per ogni credente e che in Paolo è maturato nell’espressione artistica. Ma Annibali non è stato solo un uomo di fede, ma anche un profondo conoscitore del testo biblico, della teologia e della liturgia. Nel brano appena citato sulla della libera consegna di Cristo al suo destino si sente l’eco di quanto il sacerdote dice nella II Preghiera Eucaristica: «Egli, consegnandosi volontariamente alla passione». Ha inizio il momento più drammatico della vita del Salvatore e Paolo ne ha voluto mettere in evidenza l’umanità, quella stessa umanità che in modo particolare ha colpito il Committente don Romualdo.

Seconda Stazione: Gesù è tradito da Giuda. Tradito e traditore sono uno accanto all’altro nel momento in cui, rimanendo fedele a se stesso, lo chiama ancora e per l’ultima volta amico.

 

Terza Stazione: Gesù è condannato dal Sinedrio. Tre membri del sinedrio sono rappresentati non a figura intera, ma come maschere colme di ipocrisia. Gesù non li prende in considerazione e guarda dritto al suo destino. Scrive Paolo Annibali: «Cristo guarda oltre; il sinedrio, maschere vuote, non vuole guardare, non vuole capire e continua a pontificare, cercando di salvaguardare l’ordine, le piccole sicurezze a cui ognuno rimane attaccato».

Quarta Stazione: Gesù è rinnegato da Pietro. Al gallo, che a differenza di Pietro sa distinuguere la luce dalle tenebre, è data una posizione di rilievo. Pietro è già pentito per la sua mancanza. Il suo pentimento è l’inizio di una nuova luce.

Quinta Stazione: Gesù è giudicato da Pilato. Nel “Credo” affermiamo che Cristo verrà a giudicare i vivi e i morti. In questo momento è lui l’imputato: la scena ci descrive il misterioso capovolgimento delle cose per il quale il Figlio di Dio si è consegnato al libero arbitrio degli uomini. Scrive l’artista: «Cristo, in questo momento, vive al margine, la sua sorte è in mano dell’uomo. Pilato occupa tutto lo spazio, poggiando la propria forza, il proprio potere su un esile scranno; delega ad altri il destino suo e di Cristo».

Sesta Stazione:Gesù è flagellato e coronato di spine. Come nella Terza Stazione Cristo non guarda i suoi persecutori. Paolo Annibali commenta: «Cristo viene incoronato, nella derisione cercano di umiliarlo; ma non avviliscono i suoi pensieri che percorrono altre vie».

Settima Stazione: Gesù è caricato della Croce. San Francesco d’Assisi ha affermato: «Tanto è il bene che mi aspetto che ogni pena m’è diletto». Con queste parole il Poverello d’Assisi si dimostra certo del destino di gloria che lo aspetta, per il quale è disposto ad affrontare ogni avversità. Allo stesso modo Sant’Andrea, secondo uno scritto del VI secolo, prima di salire sulla croce ha affermato: «Prima che il Signore salisse su di te, tu incutevi un timore terreno. Ora invece, dotata di un amore celeste, sei ricevuta come un dono». È sulla scia di questi pensieri che Annibali non ha rappresentato Cristo schiacciato dal peso della Croce, ma Cristo che abbraccia il suo destino per la salveza del mondo. Scrive l’artista: «Cristo non trasporta la Croce, ma abbraccia il suo ultimo giaciglio di morte».

Ottava Stazione: Gesù è aiutato dal Cireneo. Deus absconditus et revelatus è un’espressione che sintetizza la logica di Dio che da una parte trascende l’uomo ed è inafferrabile, dall’altra massimamente si rivela e si fa incontrare in Gesù di Nazarth. In ogni tappa della Via Crucis è interessante vedere il volto di Cristo, chi guarda o, come nel nostro caso, è nascosto: nel momento supremo della redenzione e della sua kenosi Cristo lascia spazio all’azione dell’uomo nella persona di Simone di Cirene, il primo nella storia a condividere la sua passione.

Nona Stazione: Gesù incontra le donne di Gerusalemme. Se Gesù davanti al Sinedrio e a chi lo corona di spine guarda altrove, quando incontra le donne di Gerusalemme le fissa con uno sguardo intenso: «Cristo incontra donne disperate, impotenti; le loro lacrime sono l’unico ristoro nell’arida salita al Calvario».

Decima Stazione: Gesù è crocifisso. La macchina di morte è in azione, è l’impero delle tenebre nel quale la malvagità umana che si accanisce contro il giusto innocente sembra oscurarne il volto.

Undicesima Stazione: Gesù promette il Regno al buon ladrone. Nel momento più oscuro della sua vita, solo, abbandonato dagli apostoli, Gesù trova ancora tempo e modo per donarsi agli altri.

Dodicesima Stazione: Gesù in croce, la madre e il discepolo. Giovanni è appoggiato alla croce, come nell’Ultima Cena era appoggiato al petto di Gesù. Il calice, suo attributo iconografico, è nelle mani di Maria che Cristo gli ha consegnato come madre. Siamo davanti a un unicum: mai nella Storia dell’Arte questa scena è stataraffigurata in questo modo.

Tredicesima Stazione: Gesù muore sulla croce. Il capo di Gesù è totalmente reclinato in avanti e oscurato, sembra che egli sia schiacciato dal peso della morte, avvolto da un totale fallimento umano, eppure se ci si abbassa e si cambia punto di vista si possono ancora scorgere i lineamenti del suo volto: quella che agli occhi dell’uomo è una sconfitta è per Dio l’inizio della redenzione e perché anche noi possiamo guardare le cose allo stesso modo c’è bisogno di cambiare punto di vista. Per dirla con una parola cristiana abbiamo bisogno di convertirci.

Quattordicesima Stazione: Gesù è deposto nel sepolcro. Il peso, la forza di gravità, sono ancora i protagonisti di questa scena che nello stile richiama tanto Raffaello quanto Michelangelo.

Quindicesima Stazione: Gesù risorge. La resurrezione è il termine ad quem della Via Crucis. Il cristianesimo non è una forma di masochismo e non esalta il dolore, ma la pazienza e la sopportazione nelle situazioni avverse. È questo sguardo che porta alla resurrezione, lo stesso sguardo che ha avuto Paolo Annibali che nella sua produzione artistica, nonostante la malattia, anzi, attraverso di essa, ha compiuto una mirabile esperienza di resurrezione.