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A tu per tu con don Francesco Fulvi: “La musica liturgica è servizio, non esibizione”

 

DIOCESI – «Nella liturgia, cantare e suonare significa pregare, sintonizzando il proprio cuore con quello delle sorelle e dei fratelli e con Dio, nella partecipazione attiva al Mistero celebrato».

Con queste parole, papa Leone XIV la scorsa settimana ha aperto una meditazione sul tema «Costituzione Sacrosanctum Concilium. La musica sacra». Vogliamo approfondire questa riflessione del Pontefice, che rientra nell’ambito del ciclo di catechesi che il Santo Padre sta proponendo sui documenti del Concilio Vaticano II, con don Francesco Fulvi, presbitero della diocesi di Ascoli Piceno, direttore dell’Ufficio Liturgico Diocesano, responsabile della Commissione per la Musica Sacra e il Canto e dal 2015 anche direttore del Coro Diocesano.

Cosa ha voluto sottolineare papa Leone con questa sua meditazione?

“Il Santo Padre ha voluto ribadire quanto contenuto nella costituzione conciliare ‘Sacrosanctum Concilium’ del Concilio Vaticano II, che evidenzia il valore fondamentale e ministeriale della musica sacra nella liturgia cattolica. Il canto sacro, infatti, non è un semplice ornamento o una decorazione accessoria, ma unisce la voce alla preghiera ed è essenziale per la solennità dei riti. Come ricorda la tradizione e come come ha detto il papa nella catechesi, citando Sant’Agostino, «cantare è proprio di chi ama». Il canto esprime l’affetto profondo della preghiera. Il pensiero fondamentale, che anche i documenti emanati dopo la ‘Sacrosanctum Concilium’ sottolineano, è che l’unione – la sin-fonia – delle voci di coloro che partecipano alle azioni liturgiche, uniti nella lode a Dio, rende visibile la comunione della Chiesa. In questo orizzonte, ogni voce – anche la più semplice – diventa parte di un’unica, grande preghiera”.

Come si concilia la qualità del canto con la partecipazione dell’assemblea?

“Questa è una domanda centrale. La qualità è molto importante, ma non deve essere un assoluto. La cosa importante è pregare quello che si canta.
Come amo ripetere ai coristi, non «chi canta prega due volte», ma – questa è la citazione corretta attribuita a Sant’Agostino – «Qui bene cantat, bis orat», ovvero «chi canta bene prega due volte», e significa una cosa ben precisa: non basta cantare; bisogna cantare bene! Cosa significa bene? Significa che il canto coinvolge anche le emozioni, il cuore e la sensibilità, permettendo alla preghiera di essere vissuta con maggiore partecipazione. Quando una persona canta con convinzione e consapevolezza, la melodia dà forza alle parole e può aiutare ad interiorizzarle.
Questo è altamente vero, quando mettiamo in musica la Parola di Dio, e i canti liturgici altro non sono che Parola di Dio vestita di musica.

La musica liturgica, quindi, deve essere bella, ma, allo stesso tempo, anche accessibile. Il coro deve sostenere l’assemblea, non sostituirla. E il Coro Diocesano da sempre cerca di fare scelte che vadano in questa direzione”.

È per questo motivo che si volta verso l’assemblea mentre dirige?

“Certo. Come dicevo poco fa, la musica liturgica è servizio, non esibizione. Quindi bisogna aiutare l’assemblea a partecipare. L’ho imparato da don Luigi Petrucci, che mi ha preceduto nella direzione del Coro Diocesano e che ne è stato il fondatore”.

A proposito di questo, quando e come è nato il Coro Diocesano di Ascoli Piceno?

“La nostra è una realtà nata negli anni ’90, intorno al 1995, per iniziativa di don Luigi Petrucci, didatta e direttore di coro, per decenni responsabile della musica sacra nella Diocesi di Ascoli Piceno. Insieme a lui, l’idea fu condivisa da don Mario Cataldi, allora direttore dell’Ufficio Liturgico. L’intento era semplice e bello: riunire i coristi delle varie parrocchie per animare le celebrazioni più importanti che si svolgevano in cattedrale. Non tutte le Messe presiedute dal vescovo, ma solo quelle con una forte sottolineatura diocesana: ad esempio la celebrazione di istituzione dei Ministeri, in occasione delle solennità di Sant’Emidio e della Madonna delle Grazie, la Messa crismale o il Corpus Domini. Ancora oggi, in tutto, sono circa cinque o sei le celebrazioni che animiamo in un anno. Negli ultimi tempi l’impegno maggiore ha riguardato le celebrazioni di apertura e chiusura del Giubileo ordinario del 2025″.

Quando la sua storia ha incrociato quella del Coro Diocesano?

“Sono entrato nel Coro Diocesano giovanissimo, a 17 anni, come organista, aiutato da don Luigi Petrucci. Poi nel 2015, quando lui, a causa dell’età e della malattia, non ha più potuto dirigere, è stato quasi naturale prendere il suo posto, quindi sono subentrato a lui come direttore.
Per me è stato e continua ad essere un onore, perché mi ritengo un suo figlio musicale: don Luigi, infatti, aveva una visione della musica pienamente conciliare, quindi non spettacolare, ma al servizio della liturgia. E questo lo ritengo profondamente vero anche io”.

Quante persone oggi fanno parte del Coro Diocesano?

“Il Coro Diocesano conta circa 25 elementi tra soprani e contralti e 10 tra bassi e tenori, per un totale di 35 coristi, tra i quali le voci soliste della soprano Sara Fulvi e del tenore don Paolo Simonetti.
L’organista è la giovane Miriana Mercuri, che da due anni ci accompagna ed è attualmente studentessa di ‘Organo’ al Conservatorio di Fermo.
Dal 2015, in alcune celebrazioni più importanti, al coro e all’organo, si aggiunge anche un quintetto o un sestetto di ottoni professionisti: ho introdotto questa particolarità non per fare spettacolo, ma con il desiderio di dare alle celebrazioni una maggiore solennità e di esprimere, anche attraverso la musica, la gioia della festa.
L’intreccio sonoro tra ottoni, coro e organo genera un trinomio particolarmente felice, che impreziosisce le celebrazioni, creando un clima di festa, di preghiera e di elevazione spirituale”.

Come si entra a far parte del Coro Diocesano?

“Non c’è alcuna audizione, se è questo che vuole sapere! È su base volontaria: chi desidera partecipare si propone. Ovviamente bisogna essere un minimo intonati, ma non ho mai respinto nessuno. Negli anni si sono aggiunte persone che, invitate ad una celebrazione, hanno poi deciso di restare. A tal proposito, mi permetto di dire
che chi ha desiderio di entrare nel coro è il benvenuto!“.

Come vi preparate alle celebrazioni?

“Un tempo ci vedevamo il primo ed il terzo Venerdì del mese. Ora, per agevolare i coristi che hanno già le prove nelle loro parrocchie, facciamo tre o quattro incontri nelle settimane precedenti alla celebrazione che siamo chiamati ad animare. Del resto, i brani che cantiamo sono spesso gli stessi dei cori parrocchiali, quindi c’è già una buona base di preparazione. Naturalmente, nel caso di eventi particolari, come le celebrazioni che riguardano gli anni giubilari o altre ricorrenze di carattere straordinario, il numero delle prove si intensifica”.

Di recente, il Coro Diocesano ha animato, insieme al Coro di Comunanza, la celebrazione presieduta a Pescara del Tronto dal card. Zuppi per il decennale del sisma. Come si vince l’emozione, quando si canta davanti a figure importanti del mondo civile o ecclesiale?

“L’emozione c’è sempre, soprattutto quando si tratta di celebrazioni come quella che abbiamo vissuto il 24 Agosto scorso. Ma la consapevolezza di fare qualcosa di bello e profondo, a servizio della Diocesi, aiuta a superare ogni agitazione. Cantare ad Arquata è stato bellissimo. Va detto che, grazie ad una felice intuizione del nostro vescovo Gianpiero (n.d.r. Palmieri), abbiamo unito il Coro Diocesano di Ascoli al Coro della Parrocchia di Comunanza, un’altra comunità particolarmente ferita dal terremoto. È stata una scelta molto significativa e ci siamo subito sentiti in sintonia”.

Quella della musica, dunque, è una passione che coltiva fin da piccolo. Come ha iniziato?

“Ho cominciato a studiare Pianoforte in Prima Media, ma, dopo essere entrato in Seminario a Fermo, all’età di 16 anni, ho capito che il mio strumento era l’organo ed ho quindi cambiato strumento. Una volta entrato al Collegio Capranica, ho studiato Organo e Composizione Organistica al Conservatorio di “Santa Cecilia” a Roma, sotto la guida del M° Alessandro Licata, allievo del grande Fernando Germani, con cui ho mantenuto un rapporto di profonda stima e vicinanza. Lo scorso anno, poi, ho conseguito il diploma accademico di secondo livello in Organo e Musica Liturgica al Conservatorio “Gioachino Rossini” a Pesaro.

Qual è il suo autore preferito?

“Johann Sebastian Bach. L’amore per colui che io considero il più grande compositore nella storia della musica, me lo ha trasmesso il mio maestro, che ne è un profondo conoscitore: non c’è giorno in cui io non suoni o non ascolti un brano del compositore di Eisenach. Proprio insieme al M° Licata, stiamo preparando un concerto sulle Variazioni Goldberg che il maestro verrà ad eseguire presso la Parrocchia di San Luca Evangelista a Villa Pigna sul nuovo organo Führer, che è stato installato qualche mese fa. Bach è una luce nella storia dell’umanità, che continua a brillare e a dare conforto agli organisti e non solo”.

Nel dialogo con don Francesco Fulvi emerge con chiarezza che il canto liturgico non è un semplice elemento estetico, ma una forma alta di partecipazione al Mistero. La storia del Coro Diocesano, la dedizione dei suoi membri, l’eredità spirituale di don Luigi Petrucci e l’impegno del giovane direttore convergono in un’unica visione: la musica come servizio, come preghiera, come gesto comunitario che unisce le voci e i cuori.

E non mi stupisce affatto che, tra tanti autori, don Fulvi abbia scelto proprio Bach, uno dei più grandi musicisti cristiani della storia, la cui opera è inseparabile dalla fede che lo animava. La sua firma più famosa, presente in moltissime composizioni, era S.D.G. – Soli Deo Gloria”, che significa “A Dio solo la gloria”. Non era una formula ornamentale: era la dichiarazione del senso del suo lavoro. Lo stesso senso che muove il Coro Diocesano ed il suo direttore.