- L'Ancora - https://www.ancoraonline.it -

L’abside di San Benedetto Martire fra storia, arte e teologia

Gesù istituì il Sacramento dell’Eucaristia in un momento conviviale (agape) a perpetua memoria della sua prossima morte in croce (sacrificio). Questi due inscindibili aspetti dell’Eucaristia sono mirabilmente rappresentati nell’abside della chiesa di San Benedetto Martire. 

Il primo momento, quello del pasto fraterno, è stato dipinto da Ubaldo Ricci, pittore fermano vissuto fra il Settecento e l’Ottocento, il quale ha rappresentato il momento in cui l’apostolo Giovanni si poggia sul petto di Gesù per chiedergli di rivelargli il nome del traditore. Contemporaneamente Giuda esce dal cenacolo. Con poche pennellate l’artista ha riassunto la vita cristiana: quando siamo nella Grazia siamo vicini a Cristo, mentre col peccato ci allontaniamo da lui.

Il secondo momento, quello del sacrificio, è richiamato dal pittore Filippo Flajani di Corropoli che durante il parrocato di Mons. Giacinto Nicolai nel 1886 – l’anno in cui a San Benedetto si scatenò la seconda ondata colerica dopo quella del 1855 – decorò l’abside inserendo otto angeli che reggono gli strumenti della Passione di Cristo e che tematicamente richiamano quelli di Ponte Sant’Angelo scolpiti da Bernini e dalla sua scuola a Roma. Alcuni di questi strumenti sono attestati nella Sacra Scrittura, altri fanno parte della tradizione iconografica.

Il primo angelo porta la colonna alla quale Gesù fu flagellato. Mt 27, 26; Mc 15,15 e Gv 19,1 parlano esplicitamente della flagellazione mentre Lc 23,16.22, seguendo il suo solito stile che tende a smussare i particolari truci, parla di un castigo severo. Qui è rappresentato un fusto, mentre la reliquia della colonna che si conserva a Santa Prassede in Roma è in realtà molto bassa.

Il secondo angelo regge la canna con la spugna attraverso la quale venne dato l’aceto a Gesù per indurlo più velocemente alla morte. Mt 27,48; Mc 15,36 e Gv 19,29 parlano sia della canna che dell’aceto, mentre Lc 23,36 si limita a parlare dell’aceto.

Il terzo angelo porta in mano il martello, strumento che non è menzionato nei vangeli. Questo attrezzo fu comunque utilizzato per fissare i chiodi dei quali però si parla solo nel Vangelo di Giovanni nell’episodio che riguarda l’incredulità di Tommaso (Gv 19,20-31).

Il quarto angelo porta – senza pungersi perché in fin dei conti è una creatura spirituale – la corona di spine. Mt 27,28-29; Mc 15,17 e Gv 19,2.5 parlano della corona di spine posta sulla testa di Gesù e di un mantello rosso adagiato dai soldati sulle sue spalle, mentre solo Mt 27,29 menziona la canna che gli fu posta in mano. Con questa mascherata – una corona di spine al posto di quella d’oro, un mantello e una canna al posto dello scettro – i soldati romani vollero infierire contro il “re” dei giudei. In molti crocifissi la corona di spine si trova ancora sul capo di Cristo: si tratta di un errore storico poiché dopo essere stato deriso questi strumenti vennero tolti. Si iniziò a rappresentare il Cristo in questo modo per sottolineare il fatto che San Luigi IX, Re dei Francesi, era entrato in possesso della preziosa reliquia nel 1239.

Il quinto angelo regge il calice che Gesù avrebbe voluto allontanare nell’Orto degli Ulivi secondo Mt 26,39; Mc 14,36 e Lc 22,42. È a questo punto che vogliamo raccontare la storia di questi dipinti. Come abbiamo detto Filippo Flajani dipinse l’abside nel 1886. Durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale il catino absidale venne pesantemente danneggiato e al momento della ricostruzione l’intero abside venne intonacato, coprendo tutta l’opera dell’artista abruzzese. Alla fine degli anni Novanta del secolo scorso e in previsione del Giubileo del 2000 l’allora parroco don Romualdo Scarponi decise di intraprendere i lavori di restauro e ripristino, servendosi di alcune antiche foto. Una volta aperto il cantiere, quando si andò a descialbare, il culetto dell’angelo fu il primo dipinto a riemergere.

Il sesto angelo porta la scala che non è citata nei vangeli, ma viene spesso rappresentata nell’arte per raffigurare la scena della deposizione come nel bel dipinto di Daniele da Volterra conservato a Trinità dei Monti in Roma. Curiosa è la rappresentazione di Cristo che sala su una scala per essere crocifisso presente nella chiesa di San Vittore in Ascoli.

Anche le tenaglie tenute in mano dal settimo angelo non sono presenti nella narrazione evangelica, ma saranno state comunque utilizzate al momento della deposizione per staccare il corpo dalla croce. Il volto di questo puttino è la rappresentazione del viso di Leandro Mignini, un sudentrino che al momento della pittura dell’abside aveva 5 anni e che nel 1909 emigrò in Argentina.

L’ottavo e ultimo angelo regge il segno glorioso della croce che chiude il ciclo degli strumenti della passione.

Completano l’opera due figure. Alla destra dell’Ultima Cena di Ubaldo Ricci (sinistra per chi guarda) si trova un personaggio con un’anfora e un covone di grano: con ogni probabilità si tratta del sacerdote pagano Melchisedek che incontrando Abramo offrì pane e vino (evidenti richiami all’Eucaristia). A sinistra invece troviamo rappresentato in modo tradizionale l’apostolo Giovanni, quello che nell’Ultima Cena era appoggiato sul petto di Gesù: è sbarbato perché è il più giovane fra gli apostoli, ha una veste rossa e verde e ai suoi piedi ha un’aquila che lo contraddistingue come evangelista.

Il tema degli angeli che reggono gli strumenti della passione è ripreso nel calice oggi conservato presso il Museo di Arte Sacra di Via Pizzi che Mons. Giacinto Nicolai fece realizzare in occasione della fine della seconda ondata di colera del 1886. Pochi anni dopo Mons. Giacinto Nicolai diventerà Vescovo di Ripatransone (1890-1899).