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Sant’Agostino, una guida per ritrovare il senso della vita

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Di Marco Testi

“I cittadini della città terrena son dominati da una stolta cupidigia di predominio che li induce a soggiogare gli altri; i cittadini della città celeste si offrono l’uno all’altro in servizio con spirito di carità e rispettano docilmente i doveri della disciplina sociale”. Nel lungo percorso della sua De civitate dei, Agostino d’Ippona rivela la capacità di comprendere il suo tempo e di sapersi proiettare oltre. Perché nel sacco di Roma da parte dei Visigoti, nel 410, i pagani credettero di vedere la prova che il cristianesimo aveva indebolito la potenza romana. Era vero il contrario: l’impero pagano era preda della decadenza, con nobili annoiati e privi di ideali e un popolo che lentamente abbandonava gli antichi templi per guardare con sempre maggiore interesse coloro che mettevano le loro ricchezze in comune con i cristiani e servivano i poveri. I cristiani non sono stati la causa della decadenza di una “città degli uomini” in cui la vita non aveva più senso dopo la crapula e la dissipazione, ma anzi stavano indicando la via della rinascita.

La celebrazione della memoria del santo, morto a Ippona, oggi Annaba, il 28 agosto del 430, offre l’occasione per riflettere sulla attualità di un pensiero che affronta il problema del bene e del male, del peccato e della Grazia. Agostino era passato attraverso la cupidigia, il godimento fine a se stesso, e aveva tentato di spiegarsi il problema del male con il manicheismo, la contrapposizione tra il principio del bene, lo spirito, e del male, la materia. Lentamente, grazie al sostegno della madre Monica, si rese conto della povertà di un pensiero che era divenuto pura esercitazione retorica, bel parlare, ma non rispondeva alle domande di chi cercava la verità.

La conoscenza di sant’Ambrogio a Milano, l’approfondimento delle Scritture e del pensiero neoplatonico, l’ abbandono della precedente vita, il battesimo nel 387, il riconoscimento dei limiti della retorica fine a se stessa, lo portarono al cambiamento radicale. La filosofia si avvicinava sempre più alla religione, non era più possibile sostenere una retorica senza Dio, perché nell’umano si poteva scorgere la presenza del divino: il vero maestro non deve più ritenersi il possessore della verità, ma solo lo strumento di trasmissione di quella verità che viene da Dio.

Il suo messaggio, che scaturisce dalla conoscenza del peccato e della disperazione, ha percorso le umane stagioni, non solo la teologia e la filosofia, ma l’arte e la letteratura: basti pensare ai grandi pittori che lo hanno rappresentato nel corso dei secoli, Simone Martini, Giotto, Botticelli, Masaccio, Piero della Francesca, e sono solo pochi nomi; per non parlare della sua grande influenza sulla narrativa e sulla poesia: Petrarca ne fa l’interlocutore fondamentale nel suo Secretum, attribuendogli il ruolo di guida, con un particolare che fa ben capire il messaggio profondo di Agostino: quando il cantore di Laura si giustifica dicendo che quell’amore non è peccaminoso perché non carnale, il vescovo di Ippona gli risponde che è proprio lì il peccato che lo distoglie dalla vera rinascita: egli ha fatto della donna amata un idolo che ha preso il posto di Dio.

Anche Louis de Wohl, uno scrittore che ha avuto una vita tribolata e contraddittoria, gli ha dedicato un libro, “Una fiamma inestinguibile”, in cui si mettono in risalto le tappe di un percorso che dal peccato e dalla lussuria hanno portato il santo alla nuova vita. E non dobbiamo dimenticare che il romanzo di una scrittrice anarchica e poi vicina alle idee di Tolstoj, Hetel Mannin, fin dal titolo ricordava un celebre passo delle Confessioni: “Tardi ti ho amato”.

Agostino è ancora oggi una guida per coloro che cercano un senso in una vita che sembrava non averlo più.