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Cisgiordania, per i cristiani “a Taybeh servono protezione e responsabilità, non solo rassicurazioni”

Taybeh, il parroco padre Fawadleh (Foto SIR)

Non bastano le rassicurazioni sulla sicurezza dei luoghi santi: occorrono misure concrete per garantire la tutela della comunità cristiana che vive a Taybeh, cittadina della Cisgiordania a est di Ramallah, unico villaggio interamente cristiani rimasto in Cisgiordania.

È quanto sostiene l’Osservatorio della presenza cristiana in Terra Santa (Christian Presence Observatory – Holy Land), intervenendo dopo le dichiarazioni dell’ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, Yaron Sideman, che al Meeting di Rimini aveva affermato che la situazione nella località palestinese sarebbe stata descritta come più grave di quanto non sia in realtà, ribadendo comunque l’inaccettabilità di ogni forma di violenza.

In una nota l’Osservatorio riconosce l’importanza della condanna delle violenze e del richiamo allo stato di diritto, ma si chiede “cosa accada dopo un attacco in termini di indagini, responsabilità e prevenzione”. Secondo l’organismo, la situazione di Taybeh è documentata da testimonianze e rapporti di fonti ecclesiali, organismi per i diritti umani, rappresentanze diplomatiche e media, che riferiscono di episodi che hanno colpito residenti, terreni, proprietà e attività economiche. L’Osservatorio richiama inoltre la decisione delle autorità israeliane del 9 agosto di chiudere l’area di Taybeh ai non residenti, misura che l’esercito aveva motivato con la necessità di prevenire ulteriori “attacchi violenti da parte di israeliani”. Per l’organismo, la questione centrale è capire se alle condanne formali seguano un’effettiva protezione della popolazione e l’accertamento delle responsabilità. “Proteggere la presenza cristiana significa garantire ai residenti la possibilità di raggiungere le proprie case e i propri terreni, salvaguardare proprietà e mezzi di sostentamento e vivere in sicurezza e dignità”, si legge nella nota. Padre Bashar Fawadleh, parroco latino di Taybeh e presidente dell’Osservatorio, afferma che la comunità locale “non cerca definizioni politiche esasperate né lo scontro, ma l’applicazione della legge e una protezione efficace”. “Vogliamo restare, non andarcene”, dichiara il sacerdote, sottolineando che il sostegno ai cristiani della zona deve aiutarli a rimanere radicati nella propria terra. Padre Fawadleh ha infine rinnovato l’invito a diplomatici, giornalisti, responsabili ecclesiali e pellegrini a visitare Taybeh per verificare di persona la situazione, ascoltando famiglie, agricoltori e giovani del luogo.

“La questione non riguarda soltanto la sicurezza dei pellegrini, ma la possibilità per i cristiani di continuare a vivere, lavorare, coltivare la propria terra e crescere i propri figli in sicurezza e dignità”, conclude l’Osservatorio.