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Arquata, Berardino Camacci: “Ricostruire le case? Sì, ma sono le anime i luoghi più devastati”

Di Carletta Di Blasio e Alessandro Palumbi

ARQUATA DEL TRONTO – Sta giungendo al culmine la nostra rubrica di approfondimento in vista del decimo anniversario del terribile sisma che il 24 Agosto 2016 colpì la popolazione di Arquata del Tronto e che verrà ricordato con una serie di momenti celebrativi che si apriranno oggi pomeriggio ed accompagneranno gli Arquatani fino a domani pomeriggio (leggi qui i vari appuntamenti:  https://www.ancoraonline.it/2026/08/10/10-anni-dal-terremoto-con-una-ricostruzione-lenta-le-diocesi-del-piceno-organizzano-incontri-dibattiti-veglia-di-preghiera-e-la-messa-con-il-cardinale-zuppi/)

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Oggi è la volta di Berardino Camacci, 58 anni, sposato con Enza De Angelis originaria di Pescara del Tronto, padre di Ilaria e Samuele, rispettivamente di 28 e 17 anni. Berardino è molto conosciuto in paese, perché, già allenatore dell’ASD Arquata Calcio, ha continuato ad allenare i ragazzi anche dopo che la squadra di calcio a 11 ha interrotto le sue attività agonistiche a seguito del sisma, che ha distrutto campi, spogliatoi e impianti sportivi del territorio. Fin da subito si è attivato per organizzare attività ludico-sportive per intrattenere i ragazzi di Arquata e oggi, a distanza di 10 anni dal terremoto, continua ad impegnarsi gratuitamente, allenando la squadra di futsal Arquata C5, unica società sportiva presente nel paese.

La ricostruzione procede a velocità diverse, tra cantieri che avanzano e comunità che resistono – ci racconta -. A seconda delle varie frazioni, i lavori proseguono con tempi diversi. Le abitazioni che insistono sul territorio delle frazioni che rientrano dentro al perimetro del PUA (Piano Urbanistico Attuativo), hanno dovuto seguire un iter burocratico molto più lungo ed elaborato. Le abitazioni che invece insistono sul territorio delle frazioni fuori dal perimetro, hanno potuto procedere più speditamente”. E in mezzo a questo paesaggio ferito, le sue parole raccontano la fatica, ma anche la forza, la solidarietà e la speranza di una comunità che non si vuole arrendere.

Berardino abita con la sua famiglia in uno dei 33 moduli abitativi che ospitano gli abitanti di Spelonga e Colle. La sua casa è in ricostruzione dal 2023: doveva essere pronta nel 2025, ma i lavori si sono allungati. “La speranza di rientrare a fine anno c’è, ma non lo so con certezza – sospira -. Se non sarà Dicembre, sarà Giugno dell’anno prossimo. Penso che entro un anno rientreremo. Finalmente! Ormai sono trascorsi 10 anni! Sei mesi in più o in meno non faranno la differenza“.

Nonostante sia trascorso così tanto tempo dal terremoto, tuttavia Berardino ricorda in maniera nitida quella notte: “Me la ricordo bene la notte tra il 23 e il 24 Agosto del 2016: è incisa per sempre dentro di me, come una fotografia. Quando sono arrivato a Pescara, sembrava fosse scoppiata una bomba atomica. Il paese non esisteva più. Sono rimasto un quarto d’ora su una balaustra a dire: “Mo’ che facciamo?”. Abbiamo trovato molte vittime: 49 solo lì, 52 in tutto il Comune. Erano tutti amici, conoscenti”. E poi le parole si fermano in gola e gli occhi si riempiono di lacrime.

Dopo qualche minuto, Berardino riprende a parlare: “Accanto alla distruzione, però, c’è un’altra immagine che ho ben piantata nella mia mente e nel mio cuore: quella della solidarietà”.

Ricorda “gli Alpini, che, nel giro di pochi giorni, hanno costruito una scuola intera, una tendopoli”. E poi anche papa Francesco: “Lì, nella tendopoli, è venuto il Santo Padre e ha abbracciato tutti i bambini. Li ha guardati in viso, uno per uno. Non una visita di cortesia, ma un momento di autentica vicinanza a noi Arquatani, che stavamo vivendo l’inferno. È stato un momento bellissimo l’incontro tra il Pontefice e i bambini!”. Poi ricorda anche Marta Ferrari, la giornalista milanese “che da dieci anni torna ogni estate per organizzare campus sportivi per i ragazzi. Ci ha aiutati fin dal primo giorno, quando eravamo sfollati a San Benedetto. Prendeva i nostri figli e li portava a fare sport. Ancora oggi viene qui a salutarci”.

Tra i tanti gesti di solidarietà c’è anche quello di Berardino, che, fin dall’inizio, si è reso disponibile per riempire il tempo libero dei ragazzi con attività ludico-sportive. “Oggi la comunità prova a ripartire anche attraverso lo sport – spiega -. Il campo da calcio che utilizzavamo con l’ASD Arquata Calcio non c’è più, perché lo spazio è stato utilizzato per ospitare le casette, però McDonald’s, attraverso una campagna dedicata, ha donato tre campi di calcetto, quindi lo spazio ce l’abbiamo e io allora alleno i ragazzi, altrimenti non saprebbero cosa fare“. L’Arquata C5, in effetti, è l’unica anima calcistica del post-sisma in paese e rappresenta quindi un importante punto di riferimento nel tessuto sociale arquatano.

Il mio è un piccolo gesto e non so se sia bastato a convincere le nuove generazioni, come quella di mio figlio, a restare ad Arquata – confessa con un po’di rammarico -. La ricostruzione del capoluogo, al Borgo, è appena iniziata: la gru sulla rocca è un segno di rinascita, ma il tempo perso pesa. I primi quattro, cinque anni non è stato fatto quasi niente. Ora la ricostruzione è partita, ma i tempi sono troppo lunghi. Se ricostruisci un paese dopo vent’anni, nel frattempo ne sono passate di generazioni! E forse qualcuna l’abbiamo persa“.

Eppure, nonostante tutto, la fiducia resiste. Conclude infatti Berardino: “Spelonga è una delle frazioni più fortunate del versante, ma la normalità è ancora lontana. Se penso a Pescara del Tronto, Borgo di Arquata o Pretare, invece, la situazione è ben diversa: in quelle aree non si vede ancora la luce. Ma non credo che sia questo il problema principale. Qui si pensa solo alla ricostruzione delle case, che, però, anche se a rilento, sta avvenendo. Quello che a me preoccupa di più, invece, è la ricostruzione delle anime: quelle, in molte persone, sono devastate. Io di indole sono una persona positiva e ho fiducia: sono sicuro che le cose andranno per il meglio“.

Eppure, nonostante tutto, la fiducia resiste. È una presenza discreta, quasi timida, ma continua a farsi largo tra le ferite del territorio e quelle, più profonde, delle persone. Lo racconta bene Berardino, che osserva la sua comunità con uno sguardo lucido ma non rassegnato: “Spelonga è una delle frazioni più fortunate del versante, ma la normalità è ancora lontana. Se penso a Pescara del Tronto, Borgo di Arquata o Pretare, invece, la situazione è ben diversa: in quelle aree non si vede ancora la luce. Ma non credo che sia questo il problema principale. Qui si pensa solo alla ricostruzione delle case, che, però, anche se a rilento, sta avvenendo. Quello che a me preoccupa di più, invece, è la ricostruzione delle anime: quelle, in molte persone, sono devastate“.

Le sue parole mi fanno pensare ai versi del poeta Ungaretti che in “San Martino del Carso”, mentre affronta in trincea l’esperienza diretta del fronte, scrive: “Di queste case non è rimasto che qualche brandello di muro. Di tanti che mi corrispondevano non è rimasto neppure tanto. Ma nel cuore nessuna croce manca. È il mio cuore il paese più straziato“.

Ma, a differenza di quanto accade nel cuore di Ungaretti, che diventa un luogo solo di lutto, nelle parole di Berardino c’è una luce diversa: “I muri si rialzano, prima o poi; ma ciò che è crollato dentro richiede un tempo ed una forza diversi. Richiede soprattutto fiducia. Che non è il sentimento ingenuo di chi si limita a dire ‘Andrà tutto bene!’, come nel periodo del Covid. Avere fiducia è una scelta, è una postura verso il mondo. È credere che la ricostruzione sia soprattutto un processo umano, fatto di condivisione, di collaborazioni che si avviano, di legami che si riannodano, di comunità che ritrovano il coraggio di immaginare un domani diverso dal presente. Questo richiede un lavoro silenzioso, fatto di gesti quotidiani. Ecco, questo, per me, significa ricostruire”.

E conclude: “Per questo ho tanta fiducia e sono sicuro che le cose andranno per il meglio! Non perché di indole sono una persona positiva, ma perché ogni giorno incontro tante persone che continuano a credere che la vita possa tornare ad essere piena. Persone che non si lasciano schiacciare dal peso di ciò che manca, bensì si impegnano a costruire o ricostruire legami, affetti, collaborazioni, progetti, comunità“.

Le parole di Berardino non rappresentano solo un augurio alla sua comunità, ma soprattutto un invito a non smettere di guardare avanti, perché la ricostruzione delle anime, quella più difficile, comincia proprio da qui: da una fiducia ostinata che non si spegne e che, giorno dopo giorno, si traduce in azioni concrete per costruire il futuro desiderato.