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Lucilio Santoni: Francesco Guccini e il suo inno alla vita

Di Lucilio Santoni

Ho assistito a diversi concerti di Francesco Guccini. Il primo che ricordo, lo fece per 50000 lire e una damigiana di vino.

Molto si è scritto in questi giorni su di lui. Io voglio semplicemente celebrarlo come il cantore della vita, della vita nuda e cruda, così com’è. Per questo, prenderò uno dei suoi capolavori: Canzone della bambina portoghese.

C’è un inizio sferzante:

“E poi, e poi, gente viene qui e ti dice

di saper già ogni legge delle cose

e tutti, sai, vantano un orgoglio cieco

di verità fatte di formule vuote

E tutti, sai, ti san dire come fare

quali leggi rispettare, quali regole osservare

Qual è il vero vero

E poi, e poi, tutti chiusi in tante celle

fanno a chi parla più forte

per non dir che stelle e morte fan paura”.

Ha più di 50 anni, ma sembra scritta oggi. Del resto, lo sappiamo, ogni intellettuale deve entrare in conflitto col proprio tempo. E lui, tale conflitto, lo ha cantato davvero tutto. Chiedendo perfino al Signore di liberarci da…

“Da tutti gli imbecilli d’ogni razza e colore

Dai sacri sanfedisti e da quel loro odore

Dai pazzi giacobini e dal loro bruciore

Da visionari e martiri dell’odio e del terrore

Da chi ti paradisa dicendo è per amore

Dai manichei che ti urlano: “O con noi o traditore”

Libera, libera, libera, libera nos Domine”

Ma riprendiamo la bambina portoghese. Dopo l’invettiva, entra la poesia, immancabile nel cantautore bolognese di adozione (nato però a Pavana, in provincia di Pistoia, e tornato poi lì a vivere).

“Al caldo del sole, al mare scendeva la bambina portoghese

Non c’eran parole, rumori soltanto come voci sorprese

Il mare soltanto e il suo primo bikini amaranto

Le cose più belle e la gioia del caldo alla pelle”.

Inizia l’inno alla vita. Il tempo che passa, la bellezza che dura un attimo ma lascia una traccia. Il non poter capire tutto. La dimenticanza. La voce del mare e l’oceano infinito. Le stagioni, le stelle. Il dormire che è quasi un morire, o… forse un sognare, direbbe Amleto.

Io la definirei una nostalgia di Dio, provata da un artista legato alla terra ma con lo sguardo lassù. Il quale ci dirà, infine, che l’unico vizio che ci ucciderà sarà stato proprio il vivere, e poi vivere, e ancora vivere. Noi, questa non possiamo chiamarla fede, ma sicuramente speranza