SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Si sono svolti questa mattinata sabato 8 agosto, nella chiesa di San Benedetto Martire, i funerali di Marcello Sgattoni, conosciuto e stimato come “lo scultore”, morto all’età di 91 anni.
La celebrazione è stata presieduta dal Vicario Generale, Padre Giancarlo Corsini, ed è stata concelebrata dal parroco don Guido Coccia insieme a Don Romualdo, padre Mario, padre Silavano e don Gianni Croci. Hanno prestato il servizio all’altare i diaconi Walter Gandoldi ed Emanuele Imbrescia.
La chiesa greamita ha accolto familiari, amici, conoscenti e quanti hanno voluto stringersi attorno alla famiglia in questo momento di dolore, per accompagnare Marcello nel suo ultimo viaggio e rendergli omaggio.
L’omelia di Padre Giancarlo Corsini
Ascolta l’omelia:
Io ho conosciuto Marcello tanti anni fa, quando mi trovavo a fare un servizio qui a San Benedetto, come parroco a Sant’Antonio. Spesso salivo a incontrarlo, per stare un po’ con lui e per guardare, con tanta ammirazione, i volti che soprattutto lui scolpiva.
Perché in quei volti c’era passione, c’era fatica, c’era riconciliazione, c’era pacificazione interiore.
E la cosa interessante è questa.
Di solito noi siamo abituati a pensare che la bellezza sia la perfezione. Purtroppo si è creata una mentalità strana. Se la mela che andiamo ad acquistare dal fruttivendolo non è perfetta, non è lucidata, non va bene, non la compriamo. Perché noi siamo cultori delle cose perfette.
Invece Marcello sapeva tirare fuori la perfezione anche dall’imperfezione.
Dalla radice di un albero tirava fuori un’opera d’arte; da un ramo secco, da una porta vecchia, tirava fuori un’immagine che ci mandava oltre.
E c’è anche un’altra espressione che a me ha colpito sempre molto. In un’ultima intervista, non molto tempo fa, Marcello diceva: «Se vuoi amare solo la bellezza, la vita ti darà tanta tristezza».
Ecco, io mi pongo di fronte a questa immagine.
Negli ultimi anni ho dovuto, per obbedienza, prestare servizio come rettore della Basilica di Santa Croce a Firenze, ed ero abituato a guardare la bellezza.
Ma la bellezza che Michelangelo, magari, tira fuori quando ha davanti la Pietà o il blocco di marmo da cui tirare fuori la Pietà, oppure il Mosè, è una bellezza che noi non vediamo, ma che lui vede.
Ed è forte quella definizione di scultura che dice così: la scultura si fa per arte di levare.
Ecco, Marcello ci ha proprio insegnato questo: levare per tirar fuori quello che già c’è.
L’artista, quando vede un tronco, un pezzo di pietra, vede una bellezza che noi non vediamo e allora tira fuori questa bellezza.
Se andate in quel museo “Cielo Aperto”, che è il luogo dove lui lavorava, troverete che c’è una scultura che apparentemente ci sembra insignificante, o non riusciamo a capirla, perché una mente come la nostra non ha l’obbligo di guardare con gli occhi dell’artista.
Una pietra conficcata, un tridente, come quello con cui si tira su il fieno, e degli schizzi di rosso: una pietra ferita.
Ebbene, la creazione, la prima lettura ci ha detto che porta dentro di sé una ferita.
E tutti facciamo esperienza di questa ferita.
L’artista che cosa fa?
L’artista ci insegna a curare la ferita attraverso la categoria della bellezza.
La nostra cultura, figlia del mondo greco e del mondo romano, è abituata a pensare che la ragione sia la cosa fondamentale per arrivare a toccare il lembo del mistero.
E allora lavoriamo con la ragione. Ed è importante. Guai a me, guai a essere irrazionali.
Ma la ragione arriva fino a un certo punto, poi si ferma.
Poi viene in aiuto un altro modo, un’altra strada di conoscenza, una strada importante, che credo tutti abbiamo fatto esperienza.
Chi ha amato sa che chi ama conosce quello che è inconoscibile.
Una persona che ama guarda negli occhi la persona amata e si accorge dello stato d’animo della persona: sei serena, sei turbata, sei triste.
Perché è una forma di conoscenza.
E Marcello ha sperimentato anche questa.
Io credo che il volto di Madre Teresa di Calcutta, che a lui era caro e che lui ha raffigurato in più di un’opera, credo che faccia trasparire questo amore che legge dentro le rughe di questo volto.
Ma non è la fine ancora.
C’è un’altra strada di conoscenza che Marcello ci ha insegnato.
Ed è la strada della bellezza.
La bellezza è una forma di conoscenza che ha come connotato principale la capacità di stupirsi.
E Marcello aveva questa virtù: la capacità dello stupore.
Ha conservato anche nella vecchiaia lo sguardo di un bimbo, che sa meravigliarsi dell’infinito che guardava dalla sua collina, o sa meravigliarsi di un’immagine, di una proiezione, di un rosario, di una statua, del mare.
Vero o non vero, non è questa l’importante.
È la capacità di stupirsi.
L’artista, come il credente, passa vicino alle cose e non dice, come diciamo noi oggi, quando vediamo un oggetto, una cosa: «A che cosa serve?»
No.
L’artista dice: «Che cos’è?»
Quando dice “a cosa serve”, pensa al portafoglio.
Quando dice “che cos’è”, pensa allo stupore.
Allora il credente, e Marcello è un credente, forse è un inquieto, forse è un cercatore.
Ma chi di noi non è cercatore?
Chi di noi non ha conosciuto l’inquietudine della fede, la fatica di consegnarsi al Signore?
Ebbene, Marcello ci insegna che non è importante sapere quanta strada ci manca dalla meta, ma essere sulla strada, essere in cammino.
Papa Francesco, in un suo bellissimo testo, dice che il Signore non ci chiederà se il progetto è terminato, ma se abbiamo dato inizio al progetto.
E noi che siamo qui siamo ancora all’inizio del progetto.
Dove il Signore ci troverà, ci troverà! È interessante che ci trovi ancora non come sedentari, ma come cercatori.
Cercatori di senso, cercatori di bellezza.
Questo ci consegna questo fratello che oggi consegniamo al Signore, perché lo accolga nella gioia del suo Paradiso“.
La celebrazione si è svolta nel raccoglimento e nella preghiera, con la comunità stretta attorno alla moglie Ondina, ai figli Fiorenzo, Michela, Silvano e Ambra, ai nipoti Barbara e Francesco, al fratello Silverio, alla sorella Silvana e a tutti i familiari.
Al termine della liturgia, la salma è stata accompagnata al Civico Cimitero, dove si è concluso il rito funebre con la tumulazione.
Con la morte di Marcello Sgattoni, San Benedetto del Tronto ha salutato una figura conosciuta e legata alla città, affidandola alla memoria di quanti lo hanno incontrato e ne hanno apprezzato l’umanità e il percorso artistico.

