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Sorelle Clarisse: Nessuno di noi è solo grano così come nessuno è solo zizzania

L’invito speciale delle Sorelle Clarisse: vi informiamo che domenica prossima, 19 luglio, nell’occasione della festa della nostra parrocchia Madonna del Suffragio, la Santa Messa al monastero sarà alle ore 19.00. La celebrazione sarà presieduta dal nostro Vescovo Gianpiero Palmieri. Vi aspettiamo!

DIOCESI – Pubblichiamo la Lectio delle Sorelle Clarisse del Monastero Santa Speranza di San Benedetto del Tronto.

Domenica scorsa, nella parabola che Gesù ci ha presentato, abbiamo incontrato un seminatore tutto intento nella semina: una semina, se vi ricordate, senza misura perché il seme è caduto sulla strada, sui sassi, sui rovi oltre che sul terreno buono.

Oggi, proprio quando finalmente vediamo il grano iniziare a biondeggiare abbondante e tutto sembra andare per il meglio, ci accorgiamo che nel campo cresce anche la zizzania.

«…un uomo ha seminato del buon seme nel suo campo. Mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania».

Di che cosa ci parla Gesù? Innanzitutto della realtà del male, del limite, del peccato che germoglia, insieme al bene, proprio lì dove Dio ha stabilito il suo Regno.

Nel mondo, nella Chiesa così come nel cuore di ciascuno di noi, insieme alla giustizia cresce tanta zizzania: l’orgoglio, la sete di potere, la presunzione; germogli di erba cattiva che hanno dimora proprio in mezzo al grano e che, quindi, crescono in ogni luogo dove vive e abita l’uomo, nel cuore dell’uomo.

Perché nessuno di noi è solo grano così come nessuno è solo zizzania.

E allora? Come dobbiamo comportarci?

«…i servi andarono dal padrone di casa […] e gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No – rispose – perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio”».

Il Dio del Vangelo, il Dio che Gesù Cristo ci accompagna a conoscere e riconoscere, non è il Dio che fa giustizia usando come metro di misura la nostra impazienza. In questa vita, nessuno ha il diritto di ergersi a giudice del bene e del male, nessuno ha diritto di decidere dove sta il bene e dove sta il male ed ancor meno, nessuno può considerarsi in possesso della facoltà di poter estirpare il male dalla radice.

Noi abbiamo sempre la fretta di moralizzare e mettere tutto a posto. Il padrone del campo della nostra parabola, invece, ci suggerisce: preoccupati del buon seme, ama i tuoi germi di vita e i germi di vita che sono nell’altro, custodisci ogni germoglio. Impariamo, cioè, a vedere ciò che di vitale, di bello, di promettente Dio ha seminato in noi, facciamo sì che porti frutto non con orgoglio ma con responsabilità.

Il giudizio è rimesso al solo che può giudicare. Adesso, per noi, invece, è il tempo della misericordia. Si tratta certamente di un discorso rischioso, ma è il rischio di chi ha scommesso e continua a scommettere sull’Amore.

Noi pensiamo che essere discepoli significhi intraprendere un lento e continuo cammino di pulizia nel nostro campo interiore e soprattutto nell’ambiente in cui viviamo, in modo tale che, alla fine, della nostra vita e della umanità intera rimanga un bel prato all’inglese, tutto perfetto, privo della più piccola erba infestante.

Ma si vince il male non estirpando la zizzania, si vince il male solo investendo sul bene, facendolo.

Leggiamo, infatti, nella prima lettura tratta dal libro della Sapienza: «…hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini, e hai dato ai tuoi figli la buona speranza che, dopo i peccati, tu concedi il pentimento». Questo è lo stile di Dio, questi sono i desideri dello Spirito di cui ci parla San Paolo nella seconda lettura: un Dio forte che non dimostra la sua forza liquidando a priori ciò che è imperfetto, un Dio che non sradica ma che, come ancora ci insegna la liturgia di questa domenica, è forte e paziente “solo” nell’amore.

È la storia del granellino di senape, «esso è il più piccolo di tutti i semi, ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».

È come «il lievito che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».