GROTTAMMARE – Nel dibattito sull’arte contemporanea una delle domande più ricorrenti riguarda il destino della pittura. Da decenni se ne annuncia il tramonto, la marginalità o l’inevitabile superamento da parte delle nuove tecnologie, della fotografia, dell’immagine digitale e delle pratiche interdisciplinari. Eppure, proprio mentre molti linguaggi sembrano consumarsi nella velocità della comunicazione, la pittura continua a riaffermarsi come uno dei pochi territori capaci di restituire allo sguardo il tempo della contemplazione e della riflessione.
È in questa prospettiva che si inserisce “Cantami o Musa”, la grande mostra di Mario Vespasiani, allestita tra Palazzo Kursaal, Museo Fazzini e MIC – Museo dell’Illustrazione Contemporanea di Grottammare. Un percorso espositivo che si distingue tra gli appuntamenti culturali più significativi dell’estate italiana e offre l’occasione per osservare da vicino l’evoluzione di una ricerca artistica che, negli ultimi anni, ha saputo rinnovarsi senza interrompere il dialogo con la grande tradizione della pittura.
L’aspetto più interessante riguarda proprio il concetto di innovazione. Oggi questo termine viene spesso associato all’intelligenza artificiale, alle immagini immersive o alle nuove tecnologie. L’opera di Vespasiani suggerisce invece una strada diversa: innovare significa ripensare il linguaggio pittorico dall’interno, modificandone la sintassi senza rinunciare ai suoi strumenti fondamentali.
La pittura, nel suo caso, non viene superata ma continuamente rifondata. Una differenza sostanziale. Se molta produzione contemporanea utilizza il quadro come semplice supporto per idee esterne alla pittura, Vespasiani continua a interrogare il mezzo stesso, mettendone alla prova le possibilità espressive, il rapporto tra colore, luce e materia.
Ogni ciclo nasce dalla volontà di verificare fino a che punto il dipingere possa ancora produrre immagini capaci di sorprendere senza cedere alla spettacolarizzazione. Il segno si fa sempre più essenziale, gli accostamenti cromatici acquistano una qualità quasi musicale e la costruzione dell’immagine procede per sottrazione. Una sintesi conquistata attraverso l’esperienza, dove ogni elemento sembra trovare una precisa necessità compositiva.
Anche il colore assume un ruolo centrale. L’Adriatico, presenza costante nella biografia dell’artista, non viene rappresentato come semplice paesaggio ma diventa una vera e propria condizione cromatica. Azzurri, turchesi, coralli, ocra e trasparenze marine costruiscono uno spazio mentale più che geografico, riportando il colore a quella funzione strutturale che caratterizza la grande pittura del Novecento, da Henri Matisse a David Hockney, senza mai scadere nella citazione.
Il riferimento ai grandi maestri europei riguarda infatti il principio costruttivo dell’opera: il colore non serve a descrivere il reale, ma a generarlo. È proprio questa autonomia della pittura a distinguere Vespasiani da molta produzione contemporanea.
Sirene, Muse, Meduse, navigatori, divinità marine e figure archetipiche attraversano i dipinti senza alcuna intenzione illustrativa. Il mito non viene recuperato come repertorio iconografico, ma restituito alla sua funzione originaria: offrire immagini attraverso cui interpretare la conoscenza, la memoria, la metamorfosi, il desiderio e l’identità.
La Musa evocata dal titolo della mostra diventa così il principio unificante di una ricerca che supera i confini della pittura. Da anni, infatti, Vespasiani sviluppa parallelamente un percorso nella musica e nella poesia che non rappresenta un’attività collaterale, ma parte integrante del suo lavoro.
Il catalogo della mostra, quarantanovesimo della sua carriera, rinuncia alla tradizionale prefazione storico-artistica per aprirsi con un ampio saggio filosofico di Diego Fusaro, seguito dai testi delle cento canzoni composte dall’artista nei cinque album Diario di Bordo, Heart of the Sea, The Aeronaut, Stars and Tears ed Essentia.
Pittura, musica, scrittura e riflessione filosofica procedono così come linguaggi autonomi, senza illustrarsi reciprocamente, ma convergendo verso un’unica ricerca sul rapporto tra immaginazione, memoria, tempo e trascendenza. Un percorso interdisciplinare raro nel panorama artistico italiano degli ultimi decenni.
Anche il recente invito ricevuto dalle Guardie Svizzere Pontificie per realizzare l’opera commemorativa del cinquecentenario del Sacco di Roma, presentata nell’Aula Paolo VI alla presenza di Papa Leone XIV, conferma la rilevanza raggiunta dall’artista. L’opera dialoga idealmente con la monumentale Resurrezione di Pericle Fazzini, creando un ponte simbolico tra due protagonisti della cultura marchigiana appartenenti a generazioni diverse.
In un sistema dell’arte sempre più orientato alla spettacolarizzazione, Vespasiani continua invece a scommettere sulla profondità dell’opera, sulla costruzione del significato e sul valore del tempo. La sua innovazione non consiste nello stravolgere la pittura, ma nel dimostrare che essa possiede ancora risorse inesplorate.
È una posizione controcorrente, non perché guardi nostalgicamente al passato, ma perché riafferma una convinzione spesso dimenticata: la tradizione può ancora produrre futuro. La vera modernità, in fondo, non coincide necessariamente con ciò che è nuovo, ma con ciò che riesce ad ampliare il nostro modo di vedere.
Per questo “Cantami o Musa” non è soltanto una mostra di opere inedite, ma la proposta di un’idea di arte nella quale il dipingere torna a essere un atto di conoscenza, capace di ricomporre il dialogo tra immagine, musica, poesia e filosofia. In un’epoca dominata dalla frammentazione dei linguaggi, la ricerca di Mario Vespasiani si conferma come una delle espressioni più convincenti dell’avanguardia culturale italiana.
Informazioni per il pubblico
Sedi della mostra: Palazzo Kursaal, Museo Fazzini e MIC – Museo dell’Illustrazione Contemporanea, Grottammare.
Orari:
Venerdì, sabato e domenica: orari 18-20
Fino al 2 agosto
Prenotazioni visite guidate: via messaggio al 333.6361829
