SAN BENEDETTO DEL TRONTO – «Bravo!». «Queste azioni dovrebbero esserci sempre!». «Onore ai lottatori». «Così dobbiamo fare tutti». «Dieci minuti di applausi». «Ho ufficialmente un nuovo idolo». «Ce ne vorrebbero a decine per fermare questi nullafacenti».
Sono solo alcuni dei tanti commenti comparsi sui social a sostegno dell’aggressione avvenuta nei giorni scorsi a San Benedetto del Tronto. Parole che dovrebbero far riflettere almeno quanto le immagini del video diventato virale.
Sulla vicenda è intervenuto anche il sindaco Nicola Mozzoni, prendendo le distanze da quanto accaduto.
Ma il vero interrogativo va oltre il singolo episodio: perché un gesto di violenza viene oggi applaudito da così tante persone?
La risposta sta in un sentimento diffuso di paura, inquietudine e insicurezza che molti cittadini avvertono da tempo.
Una paura reale, che non può essere liquidata come allarmismo.
Allo stesso tempo, però, sarebbe un errore fermarsi ai pochi secondi di un filmato. La realtà, come in questo caso, è quasi sempre più complessa di quanto raccontino i social.
Secondo quanto ricostruito, lo stato di alterazione del cittadino iracheno – che non giustifica in alcun modo i suoi comportamenti – sarebbe iniziato dopo lo sgombero di un accampamento nella zona di Ponterotto.
In quell’intervento, oltre alla tenda, sarebbero finiti tra i rifiuti anche lo zaino, i documenti e quei pochi effetti personali che rappresentavano tutto ciò che possedeva. Un episodio che può aver contribuito a innescare una reazione.
Comprendere il contesto non significa giustificare la violenza.
C’è però una domanda che non possiamo evitare di porci: cosa accade dopo uno sgombero?
Allontanare una persona senza offrirle alcuna alternativa significa, spesso, limitarsi a spostare il problema di qualche centinaio di metri.
È una soluzione solo apparente, che non restituisce sicurezza ai cittadini e non restituisce dignità a chi vive ai margini. Anzi, privare una persona perfino di quei pochi beni che possiede rischia di alimentare ulteriore disperazione e tensione.
È davvero questo il modo per favorire percorsi di responsabilità e reinserimento?
La preoccupazione della popolazione è comprensibile. Quando episodi di insicurezza si ripetono, cresce inevitabilmente la richiesta di maggiore tutela. Proprio per questo occorre evitare la scorciatoia più pericolosa: convincersi che la risposta possa essere la giustizia fai da te.
La storia insegna che quando i cittadini smettono di confidare nelle istituzioni e iniziano a sostituirsi allo Stato, perdono tutti.
La sicurezza non nasce dalla vendetta, dall’odio o dall’esaltazione dell’uomo forte di turno, che si vanta di utilizzare la violenza come metodo.
Nasce da istituzioni presenti, credibili ed efficienti, capaci di prevenire, intervenire e far rispettare la legge con equilibrio e fermezza.
Da anni, a San Benedetto del Tronto, si parla dell’istituzione di un commissariato di primo livello. È una promessa che la città continua ad attendere. La sua realizzazione rappresenterebbe un segnale concreto di una presenza dello Stato più forte e più vicina ai cittadini, capace di garantire sicurezza senza lasciare spazio né all’abbandono né all’improvvisazione.
Esiste però una domanda ancora più grande, che riguarda tutti noi. Che cosa accade a una comunità quando smette di educare e inizia soltanto a reagire?
Se non impariamo a leggere queste fragilità, continueremo a rincorrere le emergenze senza risolverle mai.
La sicurezza resta un diritto irrinunciabile. Le regole devono essere rispettate e chi le viola deve essere chiamato a risponderne. Ma una società matura non si limita a punire. Cerca anche di comprendere ciò che genera l’esclusione, il degrado e la rabbia, perché sa che ogni problema ignorato è destinato a ripresentarsi.
Viviamo, inoltre, un tempo in cui la violenza sembra diventare un linguaggio sempre più accettato. Le guerre continuano a insanguinare il mondo e perfino i simboli rischiano di alimentare una cultura della forza. In questo contesto risuonano con particolare forza le parole del cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme: «La pace è anche una cultura». Una cultura che oggi appare sempre più fragile.
Secondo il cardinale prevale spesso una logica individualista, nella quale contano prima di tutto i propri interessi. È da questa mentalità che nascono tensioni, divisioni e, nei casi più estremi, le guerre. «Non si possono fondare gli equilibri del futuro solo sul criterio della forza e della violenza», ha ricordato, parlando da una terra che conosce ogni giorno il volto più drammatico dei conflitti.
Anche San Benedetto è chiamata a scegliere quale strada percorrere: quella della rabbia, della contrapposizione e delle reazioni istintive, oppure quella della legalità, della responsabilità e di istituzioni capaci di tutelare la sicurezza senza rinunciare alla dignità di ogni persona.
La paura merita risposte serie. Merita uno Stato presente, forze dell’ordine nelle condizioni di operare, politiche capaci di prevenire il degrado e di intervenire con fermezza quando la legge viene violata.
Ciò che non merita è di trasformarsi in licenza di farsi giustizia da soli.
Perché quando la paura prende il posto dello Stato, nessuno è davvero più al sicuro.
