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Il dolore che nessuno vuole vedere: intervista ad Alcide Pierantozzi, autore del romanzo “Lo sbilico”

Finalisti Premio Strega, da sinistra: Alcide Pierantozzi, Teresa Ciabatti, Michele Mari, Elena Rui e Matteo Nucci. A loro si aggiunge Bianca Pitzorno, assente. Foto Premio Strega.

COLONNELLA – Leggo il romanzo ad Agosto 2025, ma riesco ad intervistare l’autore solo a Novembre. L’intervista è intensa, richiede tempo e scelte ponderate. Capisco che non è ancora il momento di pubblicarla. Quindi, in accordo con lui, attendo. E così arriviamo a Giugno 2026 e finalmente quel momento ci pare arrivato!

Il suo ultimo romanzo “Lo sbilico” è tra i sei finalisti del Premio Strega e tra i cinque finalisti del Premio Campiello. Un’opera che racconta la malattia psichiatrica, la diversità, la scuola, la famiglia, la fragilità, tutto ciò che “un uomo non direbbe mai”, come afferma l’autore stesso. Un romanzo che è già un caso editoriale.

Si tratta dello scrittore Alcide Pierantozzi, originario di Colonnella, che con la sua ultima fatica letteraria ha già vinto il Premio Nazionale di Narrativa Bergamo. 

La penna che restituisce dignità

Alcide Pierantozzi arriva con la calma inquieta di chi ha attraversato molte vite. Nato a Colonnella, classe 1985, esordisce a soli 21 anni con Bompiani, poi Rizzoli, Laterza, Einaudi. Scrittore, giornalista, sceneggiatore, attore, docente alla Scuola Holden: un’identità multiforme che però non lo convince del tutto. «Non amo molto le etichette», dice. L’ultima, dopo il suo nuovo romanzo “Lo sbilico”, è quella di “matto”. Ma lui la ribalta: «Matto non vuol dire infermo, anzi mi piace nell’accezione di persona fuori di sé, che si distingue per le forti emozioni».

E se deve scegliere un ruolo, sceglie quello di scrittore: l’unico che oggi gli permette di restare ancorato alla realtà, di non perdersi nel vortice della sua malattia psichiatrica. «La scrittura ha il potere di dare dignità alle cose», afferma.

Raccontarsi senza pudore

Nel suo libro, Pierantozzi affronta tutto ciò che aveva giurato di non dire: «Nel libro dico tutto quello che un uomo non direbbe mai. Parlo, ad esempio, degli effetti devastanti degli psicofarmaci, soprattutto sulla sessualità maschile, un tabù enorme per un uomo adulto. Racconto disturbi, fragilità, sacrifici quotidiani. E racconto anche la mia famiglia, inizialmente restia a vedersi esposta. Ma poi ho capito – e ho fatto capire – che quelle storie servono ai lettori per riconoscersi. In ogni famiglia, c’è un padre che nega, una madre che si annulla, un fratello che si sente usurpato. Restituire dignità alla sofferenza, propria e altrui, è per me un gesto quasi sacro».

La madre, l’amore assoluto

Nel libro Pierantozzi scrive: «Non so come farò quando mia madre non ci sarà più». Alla domanda che gli rivolgo direttamente, Pierantozzi non ha risposte: «Non so davvero come farò quando lei non ci sarà più. So di essere difficile da sostenere: disturbo bipolare, spettro autistico, dissociazione, pensieri di mancata autoconservazione. Mia madre è la mia roccia, il mio amore più grande. E la paura di perderla è la stessa che tormenta molte persone che non hanno trovato un affetto più grande di quello materno.
Eppure la vita sorprende sempre. Una strada, prima o poi, si apre».

Lo sbilico”, l’opera della maturità?

Molti definiscono “Lo sbilico” l’opera della maturità, ma Pierantozzi non ne è convinto: «Non si sento maturo. Quindi come potrei scrivere l’opera della maturità?! – scherza -. Riconosco comunque che questo sia il mio libro più importante. Ho parlato a chi vive un disagio psichico, a chi fa terapia, ai familiari dei pazienti, a chi si sente abbandonato.

E ho denunciato senza filtri la medicalizzazione della psichiatria italiana: visite lampo, diagnosi immediate, psicofarmaci dai pesanti effetti collaterali, reparti chiusi che ricordano i vecchi manicomi. Ricordo la mia prima visita a 19 anni, quando mi fu prescritta la paroxetina: non immaginavo che la mia vita sarebbe cambiata per sempre!».

La scuola che non capisce

La sua esperienza scolastica è stata un campo di battaglia. Racconta Pierantozzi: «Mi dicevano che ero in un mondo tutto mio e mi umiliavano continuamente. All’epoca nessuno riconosceva il mio autismo. Venni bocciato due volte, trattato con un antidepressivo, schiacciato da un sistema che confondeva rigidità con meritocrazia e umiliazione con crescita.
Oggi i problemi sono ancora enormi: bullismo, razzismo, emarginazione, distanza siderale dalla vita reale dei ragazzi.
La scuola, invece, dovrebbe scoprire talenti, costruire relazioni autentiche, educare all’amore e alla pace. Dovrebbe formare coscienze, non solo valutare prestazioni».

Diversità, stigma e denuncia

Pierantozzi parla della malattia psichiatrica come di «una disabilità invisibile, spesso negata o minimizzata. Spesso vengono formulate diagnosi confuse, vengono prescritti farmaci senza sapere bene quali effetti produrranno e manca completamente il dialogo tra medico e paziente. Mi è sembrato giusto, quindi, parlarne senza filtri. Anzi rivendico il diritto di raccontare la mia sintomatologia: ho diritto di parlare degli effetti dei farmaci sul mio corpo e sulla mia mente, più dei medici che me li prescrivono».

Pierantozzi racconta episodi drammatici legati agli psicofarmaci, la frustrazione sessuale come nodo centrale della sofferenza mentale, la fatica di convivere con terapie che devastano il corpo.
E poi parla della sua diversità radicale: «L’isolamento, da bambino, è stato un tratto caratterizzante della mia vita. Ma l’essere percepito come “alieno” è qualcosa che mi ha sempre accompagnato: perfino ora, tra gli scrittori, mi sento diverso. La cosa peggiore che possa esistere è essere normali», dice con una punta di sfida.

Un libro che parla a tutti

Lo sbilico” è già alla quarta ristampa, sta ricevendo riconoscimenti in tutta Italia e presto uscirà negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Francia, Spagna, Grecia e Olanda. Il motivo è semplice: Pierantozzi non racconta solo se stesso. Racconta tutti. Racconta la fragilità, la malattia, la famiglia, la scuola, la provincia, la solitudine, la speranza.
Racconta un dolore che molti vivono e pochi hanno il coraggio di nominare.
E Pierantozzi lo nomina. Con pudore e senza pudore. Con ferocia e con amore.