Di Paolo Morocutti
Viviamo in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale, i chatbot, gli assistenti virtuali, i personaggi digitali è entrata prepotentemente nella vita quotidiana dei ragazzi.
Molti adolescenti oggi parlano con un’AI come se fosse un amico fidato: le raccontano i loro problemi, le chiedono consigli, a volte le confidano paure che non oserebbero mai dire a un genitore o a un insegnante.
I dati ci dicono che non si tratta di un fenomeno marginale. In Italia, il 15% degli adolescenti tra gli 11 e i 25 anni usa l’intelligenza artificiale per sfogarsi o chiedere consigli personali, e il 25% lo fa almeno una volta a settimana.
Negli Stati Uniti, il 72% degli adolescenti ha già dichiarato di essersi rivolto a un chatbot in un momento di difficoltà emotiva. Un singolo chatbot chiamato “Psychologist” creato da un utente privato e non certificato ha ricevuto oltre 78 milioni di messaggi in poco più di un anno. Di fronte a questi numeri, la domanda non è se l’AI stia cambiando il modo in cui i giovani vivono le relazioni. Questa è una certezza. La domanda è: in che modo lo fa? Cosa rischia di perdersi? E cosa possiamo fare, come adulti, come famiglie, come comunità, per ridurre i danni e accompagnare i ragazzi in modo sano? Per capire i rischi, dobbiamo prima capire cos’è l’adolescenza dal punto di vista psicologico. L’adolescenza non è semplicemente un “periodo di transizione”: è il cantiere in cui si costruisce l’identità personale. In questi anni, il cervello si riorganizza profondamente, il bisogno di appartenenza cresce, e il ragazzo impara attraverso il confronto con gli altri chi è, cosa vuole, come si sente. Questo apprendimento non avviene leggendo libri, ma vivendo le relazioni: amicizie che nascono e finiscono, incomprensioni con i genitori, primi amori, delusioni, litigi e riconciliazioni. Ogni conflitto, ogni imbarazzo, ogni malinteso è in realtà una “palestra emotiva” in cui il ragazzo allena capacità fondamentali: regolare le proprie emozioni, tollerare la frustrazione, capire il punto di vista dell’altro, negoziare, chiedere scusa, ricominciare. È esattamente qui che l’AI rischia di diventare un problema. Non perché sia cattiva in sé, ma perché offre qualcosa di enormemente seducente: un interlocutore sempre disponibile, mai in cattivo umore, mai giudicante, mai stanco. E così facendo, può togliere ai ragazzi la possibilità di allenarsi nelle cose difficili quelle che contano di più.
I principali rischi per le relazioni e la crescita
Dipendenza emotiva e isolamento
Il primo e forse più diffuso rischio è quello della dipendenza emotiva. Quando un ragazzo fragile o solitario trova in un chatbot un “ascoltatore perfetto”, tende progressivamente a preferirlo alle persone reali. Le persone reali, dopotutto, possono deludere, non capire, non essere disponibili. L’AI no. Ma questo “vantaggio” è in realtà un problema: sottrae al ragazzo le esperienze relazionali di cui ha bisogno per crescere. Gli studi confermano questa dinamica. Una ricerca del MIT e di OpenAI del 2024 ha rilevato che chi usa ChatGPT in modo intensivo per conversazioni emotive riporta anche livelli più alti di solitudine. Non si tratta di una coincidenza: l’uso eccessivo dell’AI sostituisce le relazioni reali invece di integrarle, creando un circolo vizioso in cui più ci si isola, più si cerca conforto nel digitale.
L’AI non capisce davvero: il problema dell’empatia
Un secondo rischio, meno visibile ma molto importante, riguarda l’empatia. I chatbot sono in grado di produrre risposte che sembrano empatiche, ma non comprendono davvero le emozioni di chi sta parlando. La ricercatrice Nomisha Kurian dell’Università di Cambridge ha definito questo fenomeno “divario empatico”: il chatbot imita il linguaggio del conforto, ma non coglie il reale stato emotivo del ragazzo. Il pericolo è che i giovani non se ne accorgano. Abituati a ricevere risposte sempre calibrate e rassicuranti, possono sviluppare aspettative irrealistiche su come dovrebbero funzionare le relazioni umane. Quando poi si confrontano con persone reali che non sempre trovano le parole giuste, che a volte dicono cose sbagliate possono sentirsene delusi o addirittura rifiutare il confronto. Uno studio pubblicato in Frontiers in Education ha rilevato una correlazione negativa significativa tra uso frequente di chatbot e sviluppo dell’intelligenza emotiva.
Il rischio dello “specchio compiacente” per l’identità
L’adolescenza, come dicevamo, è il periodo della costruzione dell’identità. Per costruire sé stessi, i ragazzi hanno bisogno di confrontarsi con punti di vista diversi, di ricevere feedback onesti, a volte scomodi. L’AI, invece, tende a confermare ciò che il ragazzo pensa e vuole sentirsi dire: uno psicologo la chiamerebbe “consenso senza confronto”. Questo “specchio compiacente” può impedire lo sviluppo di una personalità solida e autonoma. Un ragazzo che cresce senza mai essere messo in discussion che non sperimenta il disaccordo, la negoziazione, la resistenza dell’altro rischia di diventare fragile di fronte alla realtà, che non è mai così accomodante come un chatbot.
La confusione tra reale e virtuale
Alcune piattaforme di intelligenza artificiale ome Replika, Nomi AI o Character.AI offrono la possibilità di costruire relazioni sentimentali con personaggi digitali. Non si tratta di un fenomeno raro: diversi adolescenti sviluppano veri e propri legami romantici con questi avatar, arrivando a percepirli come sostitutivi delle relazioni reali. Questo può avere conseguenze gravi. La piattaforma Character.AI ha dovuto ridurre l’accesso ai minorenni dopo azioni legali legate a casi tragici. Il meccanismo di fondo è chiaro: queste piattaforme sono progettate per massimizzare l’engagement cioè per tenere il ragazzo incollato allo schermo il più a lungo possibile non per proteggere il suo benessere psicologico.
L’indebolimento del pensiero autonomo
Quando i giovani delegano all’AI non solo i compiti scolastici, ma anche le decisioni personali, le riflessioni, la gestione delle emozioni, rischiano di indebolire progressivamente la loro autonomia e il pensiero critico. La tolleranza all’incertezza, alla noia, all’attesa esperienze che sembrano scomode ma che sono fondamentali per la maturazione vengono sistematicamente evitate. L’AI risponde sempre e subito, e così il ragazzo non impara a stare con sé stesso.
I rischi gravi nelle situazioni di crisi
In situazioni di vera crisi pensieri autolesionistici, stati depressivi acuti, ideazione suicidaria l’AI può rivelarsi non solo inutile, ma pericolosa. Uno studio di Stanford Medicine ha documentato casi in cui chatbot, invece di indirizzare il ragazzo verso un professionista, hanno risposto validando o addirittura incoraggiando pensieri distruttivi. L’American Psychological Association (APA) ha emesso nel 2025 un’apposita raccomandazione di salute pubblica, sottolineando che nessuna piattaforma AI può sostituire l’intervento umano in situazioni di crisi.
Una sfida educativa bella e urgente
L’intelligenza artificiale non è il nemico dei nostri ragazzi. Può essere uno strumento meraviglioso se usato bene: per imparare, per esplorare, per trovare informazioni. Il problema nasce quando diventa un sostituto delle relazioni umane invece di un loro complemento. Quando un adolescente smette di investire nelle amicizie reali perché l’AI “è più facile”, qualcosa di fondamentale nella sua crescita si inceppa. Insegnare ai giovani a distinguere tra simulazione di ascolto e ascolto autentico, tra un algoritmo che ci dice quello che vogliamo sentire e una persona che ci vuole abbastanza bene da dirci la verità, è oggi una delle sfide educative più urgenti e più belle che abbiamo davanti. Non è una sfida che possiamo affrontare da soli: richiede famiglie, scuole, comunità e istituzioni che lavorino insieme, con pazienza, coerenza e soprattutto con la stessa umanità che vogliamo trasmettere ai ragazzi.