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45 anni fa il Rogo del Ballarin: il ricordo di Carla Bisirri e Maria Teresa Napoleoni

Foto Us Sambenedettese

Di Pietro Pompei da uno scritto di Matteo Troilo

Quella domenica, 7 giugno 1981, a differenza della prossima, 7 giugno 2026, c’era un motivo in più per essere orgogliosi di quella piccola ma gloriosa squadra: la Samb nella partita casalinga contro il Matera, avrebbe festeggiato il ritorno in serie B. Era passato solo un anno dalla retrocessione che aveva costretto i rossoblu di Bergamasco al ritorno in serie C, e già la nuova squadra di Ferruccio Zoboletti e allenata da Nedo Sonetti faceva il suo rientro nella serie cadetta. La sede della festa ovviamente sarebbe stata Il 7 giugno 1981 lo stadio Ballarin: quello stadio che già nel nome portava il ricordo di una tragedia, quella di due fratelli morti a Superga mentre tornavano da Lisbona con il loro Grande Torino.  Il Ballarin non era un vero stadio. Era stato costruito ed ampliato nel tempo quando i successi della Samb avevano costretto l’amministrazione comunale a fornire ai tifosi uno spazio più grande per assistere alle partite. Domenica 7 giugno 1981 in quel settore c’erano forse tremila e cinquecento persone.

Gli ultras avevano preparato una coreografia degna di un grande evento calcistico. Quintali di carta per fare striscioline e coriandoli era stata fatta entrare in curva sud e nessuno avrebbe mai immaginato che questo particolare, insieme alla concomitanza di altri eventi sfortunati, avrebbe portato alla tragedia. Il Ballarin era gremito già dalle 15 e 30, i canti, i tamburi e lo sventolio delle bandiere preparavano l’ingresso dei giocatori in campo. La partita sarebbe dovuta iniziare alle 17 ma i giocatori entrarono in campo con un po’ di anticipo per lanciare agli spettatori dei fiori, una sorta di ringraziamento per averli incitati durante tutta la stagione. Zenga, Tedoldi, Cavazzini, Schiavi, Bogoni, Cagni, Caccia, Ranieri, Perrotta, Colasanto, Speggiorin entrano in campo e la curva si trasformò in una nuvola di fumo, i razzi e i fumogeni vennero sparati per dare inizio alla festa. I giocatori di Sonetti dopo il lancio di fiori si radunarono al centro del campo per le foto e per i sorteggi.

 

Anche nelle famiglie si respirava un clima di gioia e di attesa. Ricordo che durante il pranzo sollecitai i miei figli affinché fossero presenti ai festeggiamenti; due di loro parteciparono al Ballarin. La partita doveva iniziare alle ore diciassette; io avrei potuto seguirla dal balcone con la radio. Alle fatidiche ore 17 ci fu un vociare disordinato e poco dopo un accorrere disordinato di ambulanze che faceva presagire qualcosa di grave. Mi spaventai e pensando ai miei due figli mi incamminai velocemente verso lo stadio. Da lontano notai fiamme e fuoco e sentii urla disperate e un accorre disordinato. Alla mia richiesta mi fu risposto che molti stavano bruciando e che venivano portate all’ospedale e là potevo trovare i miei figli. Mi sentii venir meno se non mi fossi imbattuto con il mio amico Gabriele che sapevo essere impegnato la domenica allo stadio per controllare i biglietti d’ingresso. Mi prese per un braccio e mi rassicurò sui miei figli che erano entrati dal cancello Nord, mentre l’incendio si era sviluppato nella tribuna Sud.
Mentre ci si prepara all’inizio dell’incontro, dal centro del campo si vide chiaramente come in curva sud si erano alzate delle fiamme, forse un fiammifero usato per accendere un razzo aveva appiccato il fuoco alla molta carta che si trovava sotto i piedi dei tifosi. Al momento della tragedia in pochi in curva si resero conto di quello che stava accadendo, all’inizio sembrava una cosa da nulla, ma il primo falò scoppiato aveva costretto il pubblico a dividersi in due parti lasciando libera la parte centrale della curva. Gli spettatori erano però troppi e la curva troppo piccola per far sì che un’operazione del genere non creasse il caos. In più ci si mise anche la sfortuna o l’incuria a far sì che da un piccolo incidente si arrivasse alla tragedia. Il cancelletto che separava la gradinata dal terreno di gioco e che avrebbe consentito ai tifosi di trovare riparo in campo non si apriva. L’arbitro, accorso sotto la curva con i giocatori, chiedeva ripetutamente ai dirigenti di aprire il cancelletto, ma la chiave non si trovava. Ancora un’altra diabolica coincidenza che portò a far sì che i soccorsi fossero arrivati in ritardo: la bocchetta d’irrigazione vicina alla curva non funzionava. Intanto un secondo focolaio si era acceso da un’altra parte della curva e molte persone erano rimaste letteralmente intrappolate tra i due fuochi. Fù il caos, la rete che divideva  gli spalti dal campo era troppo alta e terminava  con il filo spinato, qualcuno riuscì  lo stesso a scavalcare e a trovare rifugio in campo, qualche altro si era buttato dagli spalti sulla strada, molti altri restarono ammucchiati ai lati della curva in attesa di aiuto. Alla fine l’acqua, presa dal bocchettone al centro del campo, era arrivata a placare le fiamme, ma il dramma ormai s’era consumato.

Nella calca i più deboli, le donne e i bambini pagarono il tributo più alto. Per le due ventenni Carla Bisirri e Maria Teresa Napoleoni non ci fu nulla da fare, le ustioni erano troppo gravi e moriranno pochi giorni dopo in ospedale. Decine e decine furono i contusi e gli ustionati che ancora oggi portano i segni delle fiamme.

Con l’inizio posticipato di un quarto d’ora, la partita venne lo stesso giocata e molti spettatori che erano stati sfollati dalla curva ripresero il loro posto nello stadio, senza probabilmente aver compreso appieno le dimensioni della tragedia. L’arbitro Tubertini di Bologna diede il fischio d’inizio, confessando a seguito di un’intervista, in pieno accordo con i dirigenti delle due squadre i quali erano preoccupati che la tensione non sfociasse in ulteriori incidenti. Ma l’atmosfera nello stadio non era certo tranquilla. Per tutti i novanta minuti di gioco fu un susseguirsi di annunci dall’altoparlante; i parenti dei tifosi rimasti a casa seppero dalla radio quello che era successo e chiedevano ai loro cari di presentarsi ai cancelli per farsi vedere. Paradossalmente fu fuori dallo stadio che le dimensioni della tragedia apparvero più chiare: le radio locali chiedevano a tutti i medici della città di accorrere in aiuto dei feriti. C’era un accorrere delle ambulanze verso l’ospedale e gli elicotteri portarono gli ustionati più gravi in nosocomi più grandi e attrezzati.

Alle sette di sera, dopo un prevedibile zero a zero, la Samb poteva festeggiare la sua terza promozione in serie B, ma i festeggiamenti durarono poco. L’assessore allo sport Poliandri chiese che i festeggiamenti fossero   sospesi. Più di quaranta persone, tra ustionati e feriti, furono ricoverati., mentre i due ustionati più gravi morirono.

Il nome di Maria Teresa Napoleoni mi ricordò una mia alunna alla scuola media “Gabrielli” di qualche anno prima, e il suo ricordo resta indelebile.