Di Lucilio Santoni
Si può organizzare un evento, ma perché diventi un incontro c’è bisogno di qualcosa di più profondo.
Per creare un evento si lavora sui social, ci si affida ai manager, si affina il marketing. Ma l’incontro è davvero qualcosa di completamente altro. Ha a che fare con quei legami costitutivi di cui è intessuta la vita.
Tra mille strappi, continue lacerazioni materiali e spirituali, l’incontro costituisce un punto di ricomposizione: del tempo, degli elementi, delle anime. Un piccolo incontro basta a comprendere che nessuno è solo, che niente si fa da sé, che i risultati vengono onorando armonie e attraversando disarmonie. L’imperialismo del marketing non ammette l’imponderabile, ma il concreto vivente ne conosce la promessa fecondità. La cura non è controllo: è attenzione, ascolto, pensiero. Persone umili e intellettuali, giovani e anziani, innamorati e vecchi amici possono fare esperienza dell’attenzione che moltiplica attenzione, della gratuità che non stanca come l’avidità. È un’arte. “La vita, amico, è l’arte dell’incontro” è il titolo di un meraviglioso album di Vinicius De Moraes con la partecipazione di Giuseppe Ungaretti, Toquinho, Sergio Endrigo, Antonio Carlos Jobim e altri dello stesso calibro. “Alla fine, ciò che salva l’umano non è il calcolo, ma il canto”, scrive Antonio Spadaro.
La vita a nuova intensità germoglia e cresce solo se coltivata. Cambia insieme a chi vuole sporcarsi le mani in una relazione. Nei luoghi di cultura, nelle strade, nei gesti di chi decide di guardare il mondo con nuovi occhi. E il prossimo incontro inizia proprio da qui, dagli “artigiani della speranza”, come li chiama il poeta José Tolentino de Mendonça.
Sono artigiani perché ogni centro è unico, perché mette in campo le risorse originali del proprio territorio, con le passioni e gli interessi delle persone che lo animano, e questo sia che producano incontri o spettacoli sia che ospitino mostre, dialoghi sull’attualità, cineforum o presentazioni di libri. Sono “speranza” perché spingono l’uomo oltre l’immediatezza delle cose, sollecitandolo a ricercare quel “qualcosa d’altro” che la realtà contiene, favorendo quell’apertura alla ricerca della Magnifica Humanitas che l’esperienza culturale sempre facilita.
Ogni evento dovrebbe rispondere tre domande semplici: perché una persona dovrebbe esserci, in quel luogo, a quell’ora?
Che tipo di evento si sta costruendo, per chi, con quali risorse, con quale idea di pubblico?
E, forse più importante di tutto, cosa costruisce e cosa resta di quell’evento?
Se la risposta a queste tre domande è data dalla parola “incontro”, allora riguarderà la verità più profonda di noi esseri umani, che è scritta in quella frase dell’Antico Testamento: «Non è bene che l’uomo sia solo».
