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Intervista a Samba Manneh, una storia che attraversa il deserto e il mare e arriva dritta al cuore Sambenedettese

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Samba sopraggiunge alle mie spalle silenziosamente, come chi ha imparato a non fare rumore per non disturbare il mondo. Ma quando inizia a parlare, la sua voce porta con sé l’allegria travolgente del popolo del Gambia e il suo volto si illumina di un sorriso contagioso. L’Africa non è solo il suo continente d’origine: è nella sua personalità, nella resilienza, nella vitalità, nella forza che lo contraddiste.

Quello di Samba Manneh, giovane di 28 anni, è uno dei tanti volti della Caritas diocesana di San Benedetto del Tronto e la sua è la storia di un ragazzo partito dal Gambia e sopravvissuto al deserto, alla Libia e al Mediterraneo, in un viaggio segnato dal dolore, ma anche dalla forza dell’amicizia, della speranza e della solidarietà. Una storia raccontata nel romanzo “Eravamo due ragazzi” della scrittrice Antonella Roncarolo, che verrà presentato Sabato 23 Maggio 2026, alle ore 10:30, presso il CineTeatro San Filippo Neri a San Benedetto del Tronto.

Abbiamo incontrato Samba per farci raccontare la genesi del libro, la sua storia e i suoi sogni.

Come è nata l’idea di scrivere un libro sulla sua vita? 

“Tutto è partito da don Gianni Croci, che ha avuto l’idea di raccontare le storie dei ragazzi ospitati dalla Caritas Diocesana di San Benedetto del Tronto e ha voluto cominciare da me. Io all’inizio ero molto restio, perché in Caritas ho incontrato tanti amici con storie come la mia a cui, però, la gente non crede. O se ci crede, comunque non è interessata. A chi potrebbe importare la mia storia? – mi sono chiesto. Ma, dopo averne riparlato con don Gianni ed aver conosciuto Antonella, ho capito che forse raccontare la mia storia sarebbe stato importante per farla conoscere a tutti. E così alla fine mi sono convinto!”.

Come si sente alla vigilia della presentazione del libro e cosa si aspetta?

“Sono molto contento. Non capita tutti i giorni di essere il protagonista di un romanzo! Allo stesso tempo, però, avverto anche un po’ di paura. Non sempre accendere i riflettori su alcune questioni è un bene per chi le vive. Mi auguro che possa aiutare tutti a riflettere e a volerci un po’ più bene. Siamo tutti fratelli e possiamo vivere bene insieme, se solo lo vogliamo”.

Il titolo del libro è “Eravamo due ragazzi“: chi è l’altro protagonista del romanzo, oltre a lei? 

“Il mio amico Ebrima Jawo. La storia della mia vita non può essere separata dalla sua. Se sono arrivato qui in Italia, infatti, è solo grazie a lui.  All’epoca io avevo 18 anni e una gamba malata che non guariva. Non avevo mai pensato di lasciare il Gambia. Non sapevo che in qualche altra parte del mondo avrebbero potuto curarla. Ero convinto di essere destinato a morire lì, a trascinarmi avanti fino a che la malattia avrebbe preso il sopravvento. Inoltre, l’anno prima, nel 2014, era morto mio padre e mia madre era stata costretta a caricarsi sulle spalle l’intera famiglia: oltre a me, che sono il figlio più grande, c’erano da mantenere anche mio fratello e mia sorella più piccoli e non avevo certo la disponibilità economica per compiere questo viaggio. Il mio amico Ebrima, invece, mi disse che stava pianificando di raggiungere suo fratello in Germania e che in Europa sicuramente avrei potuto curare la mia gamba. Ebrima mi diede una speranza e il mio cuore resterà per sempre legato a lui”.

Immagino sia stato doloroso ricordare il viaggio. Come ha fatto?

“Il viaggio dal Gambia all’Italia è durato tre mesi, dalla fine di Ottobre 2015 alla fine di Gennaio 2016, ma a me è sembrato infinito. Ho attraversato il deserto, la Libia e poi il mare, ma non è stato un viaggio solo geografico: ho attraversato anche la paura, la rabbia, i silenzi e la speranza. Mentre raccontavo ad Antonella la mia storia, è capitato più volte che ci siamo dovuti fermare. In quei casi abbiamo sospeso il racconto e fissato un nuovo appuntamento. Nonostante tutto, però, quel viaggio mi ha salvato la vita. E non parlo solo della mia gamba. Sono arrivato in Italia, infatti, con tanta amarezza, delusione e paura, ma anche con tanta fiducia e tanti sogni in tasca”.

Di quei sogni quanti ne ha realizzati?

“Sicuramente il più importante. Poco dopo il mio arrivo in Italia, mi sono operato alla gamba: oggi ho una protesi e cammino naturalmente. Poi, un po’ alla volta, ho cercato di costruire la mia vita, pezzo dopo pezzo: ho conseguito il B2 in Italiano, la certificazione linguistica che mi ha consentito di parlare con gli altri e di accedere agli studi; successivamente ho conseguito prima la Licenza Media e poi il Diploma Alberghiero; infine ho frequentato un Corso di Mediazione Interculturale ed ho ottenuto la qualifica professionale di mediatore interculturale. Nel frattempo mi sono iscritto anche all’Università alla Facoltà di Scienze Infermieristiche ad Ascoli Piceno, ma ho bisogno anche di lavorare per affrontare alcune spese ed aiutare la mia famiglia d’origine, quindi attualmente gli studi vanno un po’ a rilento perché sto lavorando in un ristorante messicano. Anche se la Caritas mi sostiene sempre con la stessa calda accoglienza di sempre, per me è molto importante essere autonomo, guadagnarmi lo stipendio e aiutare i miei familiari”.

Com’è la vita in Caritas?

“La Caritas non è solo un tetto: è un mondo! Un mosaico di lingue, profumi, abitudini, ferite e speranze. Vivo con persone di diversi Paesi e diverse culture: ognuno ha la sua storia, le sue radici, il suo carattere. I miei amici sono diventati fratelli, compagni di vita, persone con cui  condivido la stessa fame di pane e di futuro. Ma non solo: in Caritas ho conosciuto anche giovani che sono venuti a fare lì da noi il servizio civile e che, con il tempo, sono diventati amici. È importante avere questo dialogo con qualcuno tanto diverso da me: mi apre gli occhi e mi fa capire che la distanza tra due mondi può essere colmata da una pizza, una risata o una lunga conversazione fino a notte fonda”.

Cosa manca ancora nella sua vita?

“Sicuramente una casa: non dico da comprare, ma anche in affitto. E poi anche una persona con cui condividere la mia vita. Finora, però, ho spesso trovato porte chiuse, case negate, amicizie a volte spezzate sul nascere a causa dei pregiudizi. Quando vado a vedere un appartamento in affitto e si rendono conto che sono nero, mi dicono che l’appartamento è già stato affittato oppure che lo affittano solo d’inverno. Lo stesso vale per alcune relazioni umane. Quando frequento qualche ragazza, anche in amicizia, a volte alcune persone consigliano loro di fare attenzione e di non fidarsi di me. Ci sono addirittura bambini che hanno paura dell’uomo nero, perché qualcuno gliel’ha insegnato. Il problema è il colore della mia pelle: molte persone vedono solo quello, senza ascoltare, senza guardare in profondità, e giudicano. A volte le notizie della cronaca non aiutano, ma non tutti i neri sono delinquenti. Le cattive persone sono in tutti i Paesi, anche in Italia, ma c’è anche gente molto brava che io ho conosciuto e che ringrazio dal profondo del cuore. Generalizzare non va mai bene. Invece sui social molto spesso leggo frasi crudeli nei confronti degli stranieri. Spesso sono scritte da sconosciuti, quindi riesco a leggerle in maniera un po’ più distaccata, anche se fanno sempre male. Ma non capisco come mai, di fronte a qualcuno che parla male degli stranieri, anche alcune persone che conosco non dicano nulla per difendere chi, come me, è una persona onesta e perbene. A volte mi capita anche di sentirmi in imbarazzo, perché il solo fatto di essere nero a qualcuno fa pensare che io voglia la carità. Quindi, tornando alla domanda, vorrei un futuro che non dipenda dal pregiudizio o dalla pietà di nessuno”.

Dove immagina il suo futuro? In Italia o in Gambia?

“Sono stato in Gambia pochi mesi fa per riabbracciare mia madre, mia sorella e mio fratello. Mi mancano molto. In questi 10 anni in Italia, sono stato da loro solo due volte. Lì è un altro mondo: nella stagione invernale, quando le piogge sono abbondanti, si coltivano riso, arachidi, cotone e miglio in grandi distese di campi; nella stagione estiva, invece, non avendo acqua a sufficienza per irrigare i campi, curano un piccolo orto in cui coltivano verdura e frutta tropicale, come l’okra e il kukumis e, nel fine settimana, portano i prodotti a vendere al mercato. Mio fratello fa il meccanico, ha preso moglie e ha un figlio. Mia sorella, invece, è più piccola e ancora studia. Il Gambia mi ha dato la prima vita, mia madre, i miei affetti, i profumi e la gioia. L’Italia mi sta dando una seconda vita, gli amici, la libertà e forse la possibilità di scegliere. A volte penso di avere una doppia patria, altre volte di non averne neanche una. Quindi sicuramente nei prossimi anni resterò in Italia, perché devo realizzare ancora alcuni progetti, ma in un futuro più lontano non so dove deciderò di trascorrere la mia vita. O forse lo so e sto solo aspettando qualcuno che mi aiuti a decidere”.

Il tempo dell’intervista è terminato. Me ne vado avendo in mente il sorriso sincero di Samba, ma anche il velo di tristezza che, per alcuni momenti, ha coperto il suo sguardo. E penso che, in fondo, Samba non chiede molto alla vita: vuole solo essere visto ed amato per quello che è realmente. Un desiderio che, in parte, è già realtà. Salutandomi, infatti, mi ha detto: “Nel mio cuore sono felice, perché so che c’è una comunità sempre pronta ad abbracciarmi!“.