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San Benedetto, Nicola Rosetti: “La chiesa di San Giuseppe, uno scrigno di storia locale e di arte”

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Riportiamo quanto spiegato dal Prof. Nicola Rosetti durante l’iniziativa proposta dai Musei Sistini del Piceno per conoscere la storia e le curiosità della chiesa di San Giuseppe.

La storia della chiesa di San Giuseppe è strettamente legata a quella dello sviluppo urbanistico di San Benedetto del Tronto. Infatti, dopo la Battaglia di Lepanto del 1571, nella quale la flotta cristiana sconfisse quella musulmana, le coste adriatiche furono al sicuro e dall’antico castello la popolazione cominciò a scendere in pianura.

Iniziò la costruzione di case basse, spesso limitate al pian terreno, provviste di poca luce, senza pavimento e fatte di paglia e fango. Queste strutture, chiamate pagliari, danno il nome alla nuova popolazione della pianura, i “pagliarà”, che iniziarono a distinguersi da quelli che abitavano l’antico castello, i “sudentrini”. Così al Castello e a Borgo Sant’Antonio – ovvero quella zona limitrofa alla Strada Lauretana (attuale “Nazionale”) si aggiunse il Mandracchio. Questo termine che deriva dal latino “mandra” ovvero “recinto” indica generalmente uno specchio di acqua, come quello di Ancona, nel quale si addensano piccole imbarcazioni. Il Mandracchio di San Benedetto invece era a secco, cioè le barche venivano lasciate direttamente sulla spiaggia.

Nel 1615, per provvedere ai bisogni spirituali di questi nuovi abitanti fu costruita Santa Maria della Spiaggia o Santa Maria della Marina in quello che oggi è l’imbocco di Via Crispi. Questa chiesa nel 1824 divenne la seconda parrocchia cittadina dopo quella del Paese Alto. La chiesa aveva il suo ingresso verso ovest e si affacciava, insieme al palazzo comunale, su Piazza della Madonna chiamata anche Piazza del Mercato.

Da qui – come possiamo vedere dalla mappa del Catasto Gregoriano (che prende nome dal papa Gregorio XVI) del 1835 – attraverso Via dei Pescivendoli (attuale Via XX Settembre) si giungeva a Piazza delle Armi (che sotto il Fascismo prenderà il nome di XXVIII Ottobre e poi quello attuale di Piazza Matteotti). Qui nel 1873 venne inaugurata una fontana su disegno del celebre architetto Virginio Vespignani. Nel 1933 la fontana sarà dismessa per questioni di viabilità e i suoi angioletti ricollocati qua e là in Città, come per esempio ai piedi del Torrione. Nel 1984 la fontana venne ripristinata, leggermente più a ovest rispetto alla sua originaria collocazione. L’attuale sistemazione della Piazza risale al 2009. Da Piazza delle Armi attraverso lo Stradone dell’Ancoraggio (attuale Viale Secondo Moretti) si giungeva alla spiaggia.

Tornando al Catasto Gregoriano e alla Piazza delle Armi, vediamo che qui si affacciava un edificio segnato con il numero 178 e che alle spalle aveva Via del Gallo, luogo in cui scorreva “lu verdarille”, una fogna a cielo aperto. In questo punto a partire dal 1870 su progetto dell’ascolano Ignazio Cantalamessa fu costruita la chiesa di San Giuseppe che andò a spezzare Via del Gallo: la parte a sinistra ancora esiste, mentre quella destra è diventata una strada privata, il cui tracciato è visibile dalla fine di Via Laberinto.

All’edificazione della chiesa contribuì il canonico romano Pompeo Garofali che donò alla chiesa una riproduzione della statua di San Pietro (come quella venerata nella Basilica Vaticana) alla quale il Papa Leone XIII concesse l’indulgenza di 50 giorni a chi l’avrebbe piamente baciata. Solo nel 1926 la chiesa divenne la terza parrocchia cittadina e primo e unico parroco fu il sambenedettese don Cesare Palestini, che guidò la comunità fino alla sua morte avvenuta nel 1958. Nel 1959 la parrocchia fu affidata ai Padri Sacramentini che già 20 anni prima, nel 1939, si erano stabiliti nella sede di Via Crispi.

Ci sia consentita una breve digressione sulla sede di questo ordine religioso, la cui presenza fu fortemente voluta dal vescovo Luigi Ferri. Il complesso che oggi appartiene ai Padri Sacramentini nacque negli anni Venti del Novecento come Albergo Eden con annesso il Teatro Virginia (oggi Santuario dell’Adorazione). Dal 1929 al 1934 fu acquistato e trasformato in collegio dalla Congregazione dell’Oratorio (i sacerdoti di San Filippo Neri). Dal 1934 al 1939 fu la sede della Scuola Media Statale. Infine nel 1939, come già detto, lo stabile fu acquistato dai Sacramentini.

Torniamo alla nostra chiesa. L’edificio è dedicato a San Giuseppe – il cui nome che significa “Dio aggiunga” rimanda alla storia veterotestamentaria di Giuseppe, il figlio di Giacobbe – padre putativo di Gesù. Di lui sappiamo molto poco dai vangeli canonici. Al contrario di Maria che prende la parola 4 volte in Luca e 2 in Giovanni per un totale di 154 parole nell’originale testo greco, Giuseppe non dice mai una parola, ma a lui è affidata la responsabilità di custodire e preservare la Sacra Famiglia. Il vangelo di Matteo lo definisce “tekton” che abbiamo solitamente tradotto con “falegname”, ma che sarebbe meglio tradurre “carpentiere”. Egli non viene più nominato come protagonista dopo l’episodio del ritrovamento di Gesù dodicenne nel Tempio e possiamo dunque immaginare che sia morto.

Più abbondanti sono le notizie fornite dai vangeli apocrifi che però sono tardivi rispetto a quelli canonici. Qui, ad esempio, leggiamo che per scegliere l’uomo che sarebbe andato in sposo a Maria diversi giovani avrebbero dovuto portare una verga: quella che sarebbe fiorita avrebbe indicato il prescelto da Dio. Fu proprio la verga di Giuseppe a germogliare e una colomba si posò su di essa. Allora Giuseppe prese Maria come sua sposa. Questa storia, che è stata rappresentata anche da Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova, è modulata a partire da un verso del profeta Isaia: «Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse (padre di Davide e antenato di Giuseppe, ndr), un virgulto germoglierà dalle sue radici» (Is 11,1).

Proprio da questo episodio narrato nei vangeli apocrifi trae origine la tradizionale iconografia di San Giuseppe che è sempre munito di una verga dalla quale germoglia il fiore di nardo, suo attributo iconografico come il giglio lo è per la Madonna. Proprio in questo modo troviamo rappresentato Giuseppe nella volta a botte, dipinta nel 1964 dal marchigiano Michelangelo Bedini (1904-1973), molto attivo nella nostra diocesi: ha infatti realizzato insieme a suo fratello la decorazione pittorica del duomo di Ripatransone, e, sempre nella città picena, ha dipinto 3 tele nella chiesa di Santa Chiara. Egli ha anche raffigurato 4 angeli con gli attributi iconografici delle Virtù Cardinali. Bedini nella sua produzione artistica ha dipinto frequentemente queste creature spirituali. Oltre a quelli già citati, possiamo menzionare quelli nella Cattedrale di St. Paul in Minnesota. Bedini fu un artista a livello internazionale, sono sue anche alcune decorazioni a Porto Allegre (Brasile), città nella quale si spense.

Ma torniamo ai nostri angeli. La Prudenza ha un diadema, poiché è la prima di queste virtù: regge in mano uno specchio col quale si guarda alle spalle e un serpente che allude a una frase del Vangelo nella quale si dice «Siate semplici come colombe e prudenti come serpenti». La Giustizia ha una spada e un globo. La Fortezza ha uno scudo. La Temperanza mitiga il vino versando dell’acqua da un’ampolla. Giuseppe ha applicato tutte le virtù cardinali in modo mirabile: è stato prudente perché ha scelto di non ripudiare Maria; giusto perché ha accettato la volontà di Dio; forte perché ha affrontato con coraggio la fuga in Egitto e, infine, moderato in quanto ha vissuto la sua vita senza clamori. Nella volta possiamo notare il ripetersi del numero 12: infatti 12 riquadri sono presenti per ogni coppia di angeli; 12 occhielli formano i racemi dei dei quattro festoni di nardo; 12 sono le stelle a 8 punte.

Completa il grande dipinto della volta l’Agnello di Dio con i 7 sigilli dell’Apocalisse, adorato da 4 angeli che con dei turiboli lo incensano. L’Agnello di Dio in Apocalisse 5 è chiamato «Germoglio di Davide».

Sempre di Bedini è il dipinto che si trova sulla parete destra risalente al 1968. Un Cristo vestito di bianco e di rosso (i colori del pane e del vino) è inserito in una chiesa gotica e con la mano destra indica il suo Sacro Cuore mentre apre la sinistra verso di noi. Possiamo interpretare così: Cristo Risorto attraverso il pane spezzato e il vino versato nelle nostre chiese è presente, operante e si dona a noi. Per tipologia e significato questo dipinto si avvicina al quattrocentesco Polittico dei Sacramenti di Rogier van der Weyden.

Sulla parete opposta troviamo un’opera di Andrea Tavernier (1858-1932) nella quale vediamo la Madonna che dona la corona del rosario a San Domenico Guzman e a Santa Caterina da Siena. Questa iconografia trova una grande diffusione nel Cinquecento. Ad esempio lo stesso tipo di immagine lo troviamo nella chiesa del Paese Alto, opera di autore ignoto. Questa immagine, come quella della Madonna che consegna lo scapolare, è ascrivibile a una logica di rivelazione e dono che trova la sua fonte e il suo modello nella “Traditio legis” come quella in Santa Costanza a Roma nella quale Cristo consegna la Legge a Pietro alla presenza di Paolo.

Nel presbiterio si conserva una bella opera di Armando Marchegiani (1902-1987) nella quale San Giuseppe assiste a una scena di vita familiare: la Vergine Maria seduta, vestita di rosso col mantello blu appoggiato sulla sedia, chiude un libro e protende la mano verso suo figlio Gesù che gioca con delle colombe. La scena si svolge sotto un pergolato e sullo sfondo si vede una piantagione di agrumi – molto diffusi nella nostra zona ancora fino all’Ottocento – e il Paese Alto di San Benedetto. Marchegiani ha dunque voluto inserire la Sacra Famiglia nel contesto della nostra Città. Dello stesso artista si conserva nella Cattedrale il Battesimo di Gesù, copia fedele del mosaico che si trova nel battistero di San Pietro, a sua volta copia di un’opera pittorica di Carlo Maratta, oggi collocata all’interno di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri in Roma.

L’altare fu costruito da Giuseppe Pauri (1882-1949), artista eclettico, allievo come il pittore locale don Luigi Sciocchetti, di Ludovico Seitz, rinomato artista di origine germanica, divenuto Direttore della Pinacoteca Vaticana. Pauri sarà sempre a fianco del suo maestro, come quando egli decorò la Cappella dei Tedeschi nel Santuario di Loreto. Quando questi venne a mancare, Pauri aveva raggiunto la sua maturità artistica e lavorò da solo alla realizzazione della sua prima opera: la decorazione pittorica della chiesa San Giovanni Battista nel Paese Alto di Grottammare. Egli decorò anche l’interno di San Basso a Cupra.

La visita è poi proseguita presso il Museo di Arte Sacra di Via Pizzi con un percorso dedicato all’Eucaristia.

La stauroteca che contiene una reliquia della Croce di Cristo ci porta a contemplare la dimensione storica della salvezza, avvenuta una volta e per sempre 2000 anni fa sul Monte Calvario. Invece il calice di Mons. Giacinto Nicolai del 1886 – realizzato in occasione della fine della seconda ondata colerica a San Benedetto del Tronto che procurò la morte di 185 persone – ci fa riflettere sulla attualizzazione di quel mistero attraverso la celebrazione eucaristica.

Nel Santissimo Sacramento convivono in maniera inscindibile due significati: l’Eucaristia è allo stesso tempo un pasto fraterno che chiamiamo Agape e memoriale del Sacrificio di Cristo sulla Croce, come possiamo ammirare nel bel dipinto di Taddeo Gaddi nel Refettorio di Santa Croce a Firenze. Ma l’aspetto del Sacrificio fu negato nel XVI secolo da Martin Lutero e così in seguito la Chiesa Cattolica per tutta risposta pose l’accento proprio su questo punto. Ecco perché su questo bell’oggetto liturgico vediamo tanti riferimenti alla Passione. Alla base del calice tre angeli hanno in mano la Corona di Spine, il Titolo della Croce con la scritta “INRI” e il Velo della Veronica. È interessante notare che i primi due oggetti sono menzionati nella Sacra Scrittura, mente il Velo della Veronica appartiene alla Tradizione. Anche qui possiamo notare una scelta artistica operata alla luce degli insegnamenti del Concilio di Trento: mentre Lutero riteneva veritiero solo ciò che era attestato nella Sacra Scrittura, la Chiesa Cattolica ha dato molta importanza anche ai contenuti della Tradizione. Il carattere sacrificale dell’Eucaristia è espresso anche da alcuni simboli riportati sulle placche nella parte superiore del calice: l’Agnello ci rimanda a quello immolato dagli ebrei nella notte di Pasqua per ottenere la salvezza dei loro primogeniti, mentre il pellicano che si becca il collo e nutre col suo sangue i suoi piccoli è un simbolo di origine medioevale.

Il tabernacolo ligneo risalente al XVIII secolo e proveniente dalla chiesa di Santa Maria della marina ci permette di riflettere ancora sull’Eucaristia. La parola “tabernacolo” deriva dal latino “tabernaculum” che vuol dire “tenda”e ci rimanda a quella che Mosè costruì nel deserto per trasportare l’Arca dell’Alleanza che conteneva i Dieci Comandamenti. In questa tenda c’era la Presenza di Dio e questo ce la fa definire un luogo sacro, ovvero un luogo abitato dalla divinità. Una volta giunti nella Terra Promessa, la tenda sarà sostituita da una costruzione stabile che è il Tempio di Gerusalemme, edificato da Salomone. Ora questo edificio aveva al suo ingresso due colonne di bronzo. Andiamo avanti nei secoli e giungiamo all’anno 326, quando Costantino costruì la Basilica di San Pietro sopra la tomba del Principe degli Apostoli. L’imperatore adornò il sepolcro con 6 colonne tortili che a un certo punto, senza alcun fondamento storico, furono ritenute le colonne che ornavano il Tempio di Gerusalemme e da allora le colonne tortili vennero chiamate “colonne salomoniche”. A queste colonne, oggi presenti e visibili nei pilastri della Basilica di San Pietro, si ispirò Bernini per il suo celeberrimo Baldacchino che realizzò in bronzo, volendosi idealmente collegare alle vere colonne del Tempio di Gerusalemme. Le colonne salomoniche sono diventate in qualche modo simbolo della presenza del divino ed ecco perché le vediamo comparire nel nostro tabernacolo.

Il tronetto per l’esposizione del Santissimo Sacramento è un capolavoro di don Luigi Sciocchetti pieno di citazioni ricche di significato: la cupola è ispirata a quella di Santa Maria del Fiore e ha le tegole a squame come la Basilica di Santo Spirito, entrambe opere fiorentine di Brunelleschi che nei loro nomi evocano in qualche modo il Mistero dell’Incarnazione. Le colonne sono una citazione puntuale di quelle dell’Altare del Sacramento in San Giovanni in Laterano, Cattedrale di Roma, mentre i pilastri e il cornicione richiamano quelli della chiesa della Marina. Tutta l’opera sembra suggerire questo: quel Gesù che nacque da Maria per opera dello Spirito Santo è lo stesso che è presente nel pane consacrato nelle nostre chiese. Completa l’opera una raffigurazione di Gesù con i discepoli di Emmaus.

L’ostensorio – dal verbo latino “ostendo” ovvero “io mostro” – è una suppellettile liturgica che permette di esporre l’ostia all’adorazione dei fedeli. Il Museo di Arte Sacra ne possiede uno di buona fattura in argento con spighe e grappoli dorati che rimandano evidentemente al pane e al vino.