SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Come riconoscere la violenza di genere e prevenirla; quali siano le fasi del ciclo della violenza; in cosa consistano gli abusi domestici; quali siano le evidenze della violenza sul corpo di una donna; cosa fare e a chi rivolgersi per chiedere aiuto; quali misure di protezione esistano per le vittime; come vincere le resistenze e denunciare; quale sia il sostegno legale e psicologico necessario per affrontare la violenza di genere e superarla; cosa possano fare le comunità per non lasciare sola alcuna donna: di questo e di tanto altro si è parlato all’incontro pubblico dal titolo “Un cammino di libertà”, che si è svolto Sabato 16 Maggio 2026, alle ore 16:00, presso la parrocchia San Benedetto Martire in San Benedetto del Tronto.
L’appuntamento, promosso dall’Azione Cattolica parrocchiale e realizzato in collaborazione con il Comitato Festeggiamenti San Benedetto martire, è stato curato dall’associazione “Giustizia Donna”, con il patrocinio dell’Arma dei Carabinieri e della Regione Marche.
L’iniziativa ha registrato la partecipazione di quattro illustri ospiti:
- l’avvocatessa Francesca Biancifiori, presidente dell’associazione “Giustizia Donna”;
- la dottoressa Rosanna Zamparese, dirigente medico dell’U.O. di Medicina Legale dell’Ast di Ascoli Piceno;
- il maggiore Francesco Tessitore, comandante della Compagnia dei Carabinieri di San Benedetto del Tronto;
- la dottoressa Rosalia Bellavia, psicologa e psicoterapeuta.
Presenti tra il pubblico anche il parroco della comunità di San Benedetto Martire, don Guido Coccia, il presidente dell’Azione Cattolica parrocchiale, Antonio Pignatiello, e la religiosa Rosario Maria Bolaños, meglio conosciuta come Suor Charo, della Congregazione delle Suore Oblate del Santissimo Redentore, da anni impegnata nell’assistenza e nel recupero delle vittime di tratta e sfruttamento.
Chi usa violenza una volta, lo farà ancora
A rompere il ghiaccio è stata l’avvocatessa Francesca Biancifiori, la quale, dopo aver illustrato le attività dell’associazione da lei presieduta, ha spiegato che la violenza di genere si declina purtroppo in tante diverse forme: la violenza fisica, quella psicologica, quella sessuale, lo stalking, il revenge porn, la violenza economica, l’aborto forzato, la sterilizzazione forzata, il matrimonio forzato, le mutilazioni genitali, le molestie sessuali, la violenza assistita e la violenza domestica. È violenza qualsiasi atto, legato alla differenza di sesso, che provochi un danno fisico, sessuale o psicologico oppure una sofferenza della donna, compresa la minaccia di tali atti, la coercizione e l’arbitraria privazione della libertà.
“Molto spesso questa violenza si consuma all’interno delle mura domestiche, quindi in relazioni familiari, sentimentali, nei contesti familiari e affettivi” – ha detto la presidente dell’associazione “Giustizia Donna”, elencando una serie di comportamenti attraverso cui l’uomo esercita un potere e un controllo nei confronti della donna: l’accesso negato alle finanze domestiche, la minaccia di portare via i bambini, l’utilizzo di intimidazioni o abusi emotivi, l’isolamento della donna dai parenti e dagli amici, lo spostamento della responsabilità del comportamento violento sulla vittima.
Ha proseguito Biancifiori: “Spesso, dopo un atto violento, l’uomo si scusa e promette di non farlo più. È una falsa promessa. Chi usa violenza una volta, lo farà ancora“.
Esiste infatti un vero e proprio ciclo della violenza che prevede tre fasi: la fase di tensione, in cui la donna conosce l’irascibilità dell’uomo e cerca quindi di non farlo arrabbiare; la fase esplosiva, in cui avviene l’abuso sulla donna; infine la fase cosiddetta della luna di miele, in cui l’uomo promette che non succederà più. Ma si tratta di un’illusione – ha specificato l’avvocata –, e il ciclo, purtroppo, ben presto ripartirà daccapo.
Biancifiori ha infine concluso che la violenza di genere è trasversale, non riguarda una sola fascia economica, sociale o culturale di persone, bensì tutte: “Il nostro sportello accoglie tutte le donne, più o meno giovani, chi senza figli, chi con molti bambini, donne migranti che hanno subito maltrattamenti, violenze e atti persecutori, ma anche donne italiane che si sono ritrovate imprigionate in una spirale di violenza e non sanno come uscirne”. Da qui l’invito a segnalare sempre i casi di violenza alle Forze dell’Ordine, all’associazione “Giustizia Donna”, alla parrocchia o a qualsiasi persona di fiducia.
I segni che la violenza fisica lascia sul corpo
È stata poi la volta della dott.ssa Rosanna Zamparese, la quale ha approfondito il tema della violenza fisica.
La dirigente dell’U.O. di Medicina Legale ha esordito spiegando come spesso, nell’immaginario comune, la figura del medico legale venga associata principalmente alle autopsie e al lavoro in Tribunale: “Questo tipo di attività, invece, è davvero molto marginale, perché la maggior parte del nostro lavoro si svolge, invece, a sostegno della fragilità: la fragilità dell’anziano, della persona con disabilità, del minore e anche delle donne che hanno subito una violenza fisica.
Il corpo di una donna violata, infatti, conserva i segni della violenza subita: per tale ragione, una donna che subisce violenza può rivolgersi immediatamente al Pronto Soccorso o al proprio medico di base, non solo per poter effettuare le terapie mediche necessarie, ma anche perché il medico è una figura di sostegno che sa analizzare i segni presenti sul corpo, sa interpretarli e, se le donna decidesse in seguito di procedere con una denuncia, sa anche come utilizzare i referti in Tribunale per assicurare l’aggressore alla giustizia“.
Zamparese ha poi mostrato ai presenti alcune immagini che documentano la violenza fisica sulle donne, specificando che un buon referto medico può essere la prima difesa verso la libertà e la giustizia. “La violenza, infatti, lascia dei segni sul corpo che fanno comprendere anche le dinamiche dell’atto violento – ha affermato la dottoressa –: sia dove e come l’uomo abbia colpito la vittima, sia se e come la donna abbia reagito. Il corpo parla e io, da medico, mi trovo tante volte a vedere gli effetti delle violenze fisiche, delle sevizie, delle torture e di tante altre esperienze veramente drammatiche che molto spesso le donne vivono. Da questo punto di vista, noi medici possiamo dare un grande supporto. Esorto quindi tutte le donne a chiedere aiuto anche a noi, già al primo gesto di violenza. Il resto poi lo faranno le Forze dell’Ordine e le associazioni”.
Le ferite che la violenza lascia nell’anima
La dott.ssa Rosalia Bellavia ha affrontato il tema della violenza psicologica, illustrando le dinamiche emotive e psicologiche che si vengono a creare in una relazione tossica.
“Esiste una prima fase di idealizzazione – ha spiegato la psicologa -, in cui l’uomo riempie di complimenti la donna o la ragazza che è oggetto del suo interesse: lo fa in maniera plateale e anche esagerata, pronunciando fin da subito, quindi dopo pochi giorni dall’inizio del rapporto, frasi importanti come ‘Sei la donna della mia vita!’ o ‘Sarai la madre dei miei figli!’.
Subito dopo, però, giunge una seconda fase molto diversa dalla prima, fatta di critiche, accuse ed intimidazioni: ora la donna non viene vista più come prima, bensì viene spesso rimproverata con frasi come ‘Non vali niente!’ o ‘È tutta colpa tua!’. Spesso questa fase è accompagnata da minacce, bugie, ricatti, manipolazioni psicologiche e da forme di controllo della donna. L’obiettivo dell’uomo violento è quello di isolarla, così da restare l’unico punto di riferimento della donna. In questa fase la donna si sente confusa ed inadeguata; inizia a perdere fiducia in se stessa, lucidità ed autostima; perde anche la sua allegria, è spesso triste, scoraggiata ed avvilita e si lamenta di non riconoscere più l’uomo che aveva incontrato all’inizio.
Inizia quindi la terza fase, quella del ghosting e del ritorno. L’uomo violento, allora, si stanca di sentire la donna lamentarsi ed interrompe, bruscamente e senza alcuna spiegazione, ogni forma di comunicazione con lei, sparendo dalla sua vita, senza dire se e quando tornerà. Questo ghosting può durare un tempo più o meno lungo, a seconda del tempo che la donna necessita per prendere la decisione di allontanarsi. Nel momento in cui avviene questo, cioè quando la donna si allontana, l’uomo si rifà presente e cerca di recuperare. Ho visto regali di grande valore economico dopo un esibito pentimento; ho assistito anche a proposte di matrimonio; ho visto uomini piangere amaramente, dichiararsi pentiti e pronti a fare grandi promesse. Promesse che non verranno mantenute, purtroppo. Ecco perché è importante fare sensibilizzazione! Per far sì che le donne acquisiscano la consapevolezza di non essere le sole e di non essere sole e trovino quindi la forza per uscire da questo ciclo di violenza.
La psicologa ha infine chiesto al pubblico presente di mettersi in gioco, coinvolgendo i convenuti in una breve attività, per riflettere sulle dinamiche psicologiche che si creano nel nostro cervello in certe situazioni e sulla difficoltà di dire no.
Il silenzio della comunità è complice
Molto dinamico è stato anche l’intervento del maggiore Francesco Tessitore, che ha coinvolto direttamente il pubblico presente, smentendo alcuni luoghi comuni che riguardano la protezione delle vittime di violenza da parte dell’Arma dei Carabinieri e, più in generale, delle Istituzioni.
Il comandante della Compagnia dei Carabinieri di San Benedetto del Tronto ha sottolineato l’importanza della rete di segnalazione tra cittadini, istituzioni, scuola, parrocchie e servizi sociali. Ha parlato del dovere di parlare, spiegando che “il fatto stesso di tacere significa fare del male” ed invitando tutti alla responsabilità personale: “La vita pone davanti a scelte e tentazioni: scegliere il bene significa non voltarsi dall’altra parte”.
Tessitore ha parlato quindi delle resistenze culturali che purtroppo ancora esistono: “Segnalare non significa denunciare in Tribunale, ma far emergere situazioni problematiche prima che degenerino. Purtroppo, in alcuni casi, esiste ancora una certa ‘cultura dell’ignoranza’, cioè una tendenza a farsi i fatti propri, sperando che i problemi non ci riguardino. Accanto al senso di vergogna, convive anche il timore di ripercussioni sulla propria vita personale. Invece denunciare è un atto di coraggio e anche di responsabilità, a cui tutti i cittadini sono chiamati nella consapevolezza che nell’Arma possono trovare sostegno e protezione“.
Tra le testimonianze del pubblico sono emerse storie positive, come quella di una madre che ha fatto una segnalazione alla Scuola e al Comune per denunciare la storia di due piccole sorelle, compagne di classe della figlia e vittime di violenza domestica.
Il maggiore Tessitore ha quindi concluso il suo intervento, riconoscendo che le Istituzioni a volte hanno dei limiti, ma ribadendo il fatto che il contributo della comunità è essenziale per indebolire la violenza di genere e, richiamando le parole del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ha detto: “Fare il proprio dovere, significa poter guardare negli occhi i figli dei miei figli. Agire per il bene comune è una responsabilità morale a cui non possiamo sottrarci“.
L’incontro si è concluso nella consapevolezza che l’assistenza alle vittime di violenza sia garantita dalla presenza di una comunità attenta e solidale e dalla stretta e proficua collaborazione tra i soggetti che fanno parte della rete antiviolenza: le Forze dell’Ordine, gli operatori sanitari, i consultori familiari e gli altri centri antiviolenza. È solo grazie a questa collaborazione che la donna non rimane sola dopo una denuncia, anzi trova un sostegno concreto e quindi la speranza effettiva di potersi liberare da una condizione di violenza.












