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“Questo non lo sapevo!”: Perché devo confessarmi? Se muoio in peccato mortale vado all’inferno?

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Di don Francesco Mangani

DIOCESI – Prosegue la nuova rubrica, “Questo non lo sapevo”, curata da don Francesco Mangani, sacerdote della Diocesi di Ascoli Piceno. I lettori possono inviare le loro domande all’indirizzo e-mail settimanaleancora@gmail.com oppure scriverle come commento a questo articolo.

Molti lettori hanno posto domande molto concrete e sincere sull’argomento confessione:

Che cosa devo dire in confessione?
Se muoio senza confessarmi, sono dannato?
Bisogna confessarsi prima di fare la comunione?

Sono interrogativi legittimi, ma spesso nascono da una visione parziale dei sacramenti o da idee recepite in catechismi infantili, a cui non sempre si è data maturazione nel tempo. Per comprenderli davvero, è necessario collocarli dentro un orizzonte più ampio: quello dell’unica azione della grazia di Cristo che opera nella Chiesa attraverso i sacramenti.

Tuttavia, dato che molti hanno scritto di aver trovato giovamento nell’articolo su Caterina da Siena e la preghiera, partiremo proprio da ciò che lei stessa dice nel celebre Dialogo. Nel capitolo 75, Caterina riprende il discorso sul Sangue di Cristo. Il Sangue di Cristo non è soltanto l’evento originario della redenzione, associato all’acqua sgorgata dal costato, ma una realtà continuamente operante nella vita del credente. Accanto al battesimo sacramentale, ella descrive in forma simbolica un “battesimo continuo del Sangue”, previsto dalla divina carità per rispondere alla fragilità dell’uomo, incline a ricadere nel peccato e a perdere la grazia.

Questo battesimo permanente si attua attraverso la contrizione del cuore e la confessione sacramentale: nell’assoluzione, la grazia del Sangue di Cristo raggiunge nuovamente l’anima, ristabilendola nella vita di grazia. Tuttavia, Caterina introduce una distinzione importante: quando non è possibile accedere al sacramento, la contrizione sincera, unita al desiderio della confessione, può ottenere il perdono di Dio anche prima dell’assoluzione sacramentale. Ma quando la confessione è possibile e viene trascurata, l’uomo si priva volontariamente di questa grazia.

La confessione, pertanto, non è una specie di tribunale sacro, ma un lavacro di grazia.

Il sacramento continua nella vita. Come ogni sacramento, anche la confessione non si esaurisce nel rito. Il gesto sacramentale è la sorgente, ma la grazia continua a operare nel tempo. Così come l’Eucaristia prolunga la sua forza nella vita quotidiana, anche la confessione continua nel cammino interiore: nell’esame di coscienza, nella lotta spirituale, nella crescita nella carità.

Per questo è importante evitare ogni forma di scrupolo. Tra una confessione e l’altra non si deve vivere in uno stato di ansia continua, come se si fosse sempre fuori dalla grazia alla benché minima imperfezione. La tradizione della Chiesa insegna che è importante maturare una conoscenza di sé serena, illuminata dalla misericordia e non tormentata da inutili sensi di colpa.

Certo, se si è consapevoli di un peccato grave, è bene accostarsi quanto prima al sacramento. Ma non bisogna vivere tutto in modo ansioso o meccanico. La grazia di Dio non smette di operare: ogni volta che l’anima si apre sinceramente, anche prima del rito sacramentale, sperimenta già la forza dell’amore di Cristo che purifica e rialza.

Tuttavia, ridurre la confessione a un atto puramente interiore — quasi un “dire i peccati direttamente a Dio” senza mediazione ecclesiale — non è solo teologicamente insufficiente, ma rischia di sfociare in una forma implicita di “protestantesimo cattolico”, in cui si dissolve la dimensione sacramentale voluta da Cristo.

L’atto della contrizione del cuore, l’esame di coscienza e la confessione a Cristo attraverso il ministero del sacerdote si integrano a vicenda nel cammino di fede e trovano nel segno dell’assoluzione la fonte viva della grazia di Dio, che perdona e rialza chiunque sia caduto.

Peccato mortale e misericordia

La domanda più delicata resta quella legata al peccato mortale e alla paura della dannazione. Molti pensano: “Se muoio senza confessarmi, sono perduto”. Ma una visione così rigida non corrisponde alla profondità della tradizione della Chiesa, né tantomeno alla dottrina sacramentale.

Il peccato è una realtà seria e non va banalizzato. Esiste un peccato radicale, il più grave: il rifiuto di Dio, quando l’uomo pretende di farsi misura di sé stesso, mettendosi al posto di Dio. Questo è il cuore del peccato: non tanto l’errore, quanto la chiusura all’amore.

Accanto a questo, però, esiste tutta quella trama di fragilità, limiti e incoerenze che segnano la vita umana. Non vanno assolutizzati come se ogni caduta fosse una rottura definitiva; vanno piuttosto compresi dentro una relazione viva con Dio, nella quale siamo realmente fragili, ma anche realmente raggiunti e abitati dal suo amore.

Dio non guarda l’uomo come un sistema di errori, ma come una creatura chiamata alla comunione con Lui. Ed è proprio dentro questa relazione che il peccato viene illuminato, riconosciuto, ma anche trasformato.

Quando nell’anima nasce un vero pentimento, una contrizione sincera, già lì agisce la grazia. Il perdono comincia nell’intenzione, nel desiderio di tornare a Dio, con il proposito di accostarsi quanto prima al sacramento.

Non è quindi una corsa angosciata contro il tempo, ma un cammino dentro l’amore che guarisce.

Cosa devo dire in confessione?

Non si tratta semplicemente di “dire delle cose”, ma di lasciarsi guardare da Dio.

La confessione non è un elenco di errori né una sorta di freddo bilancio morale. È un evento di grazia in cui la coscienza si apre e la persona si lascia incontrare dalla misericordia.

In questo senso, ciò che conta non è tanto la quantità delle parole, quanto la verità del cuore.

L’anima deve entrare in quel duplice movimento che è alla base della vita spirituale: la conoscenza di sé, che genera umiltà, e la conoscenza di Dio, che genera fiducia e amore.

Il perdono di Dio, infatti, ci precede e possiede un’efficacia eterna.

Il sacerdote è segno e strumento della misericordia divina: accompagna, orienta, aiuta a discernere. La confessione diventa così un luogo di crescita, per una vita riconciliata con Dio, con sé stessi e con il prossimo.

Alla fine, la domanda non è semplicemente: “Che cosa devo dire?”, ma: “Come voglio vivere davanti a Dio?”.

La confessione educa a vivere nella verità e nella fiducia. Non cancella soltanto il passato, ma apre un futuro di bellezza.

E qui si inserisce un ultimo punto decisivo, spesso dimenticato. Il tempo tra una confessione e l’altra non è un tempo vuoto, ma profondamente fruttuoso. Già nella tradizione monastica e religiosa questo era ben chiaro: Chiara d’Assisi raccomandava alle sue sorelle una confessione regolare, anche mensile, come ritmo di vita spirituale, evitando l’ansia continua.

Tra una confessione e l’altra, la vita cristiana si gioca ogni giorno: nell’esame di coscienza, nella contrizione del cuore, nel desiderio di conversione. È lì che si sperimenta, giorno dopo giorno, la potenza del Sangue di Cristo che purifica e rinnova.

Allora, come muoverci? Confessarsi non coincide assolutamente con il fermarsi soltanto alle proprie colpe. Sarebbe una tentazione del demonio – come dicevano molti santi, tra cui Caterina da Siena -che accusa senza lasciare speranza o vie d’uscita. Bisogna guardare sì alle proprie colpe, ma nello specchio dell’amore di Dio. Perché Dio ha posto nel cuore anche la carità, ed è proprio quella carità che deve emergere e vincere sulla tentazione di sentirsi sbagliati o sempre in difetto.

La Sacra Scrittura lo afferma con forza: “La carità copre una moltitudine di peccati” (1 Pt 4,8).

Così la contrizione non diventa disperazione, ma quella “dolce amarezza” di cui parla Caterina: un dolore abitato dalla speranza, un’umiltà attraversata dall’amore.

Liberarsi da altre visioni immature

Un punto da chiarire è fondamentale: la comunione non è il “premio” della confessione.

Confessione ed Eucaristia sono due sacramenti distinti, ciascuno con un valore proprio, ed entrambi partecipano dell’unica azione salvifica di Cristo.

La confessione non è semplicemente una “preparazione” alla comunione, come se fosse una condizione burocratica da adempiere. È piuttosto un incontro reale con Dio misericordioso, in cui l’uomo entra in un processo profondo di verità su sé stesso.