GROTTAMMARE – Piazza Carducci a Grottammare gremita. In silenzio, in amicizia, nell’attesa, tra sorrisi e striscioni degli scout, importante è stata la loro partecipazione, così come quella dell’Azione Cattolica e di altre realtà ecclesiali. Una Marcia della Pace piena di ragazzi e giovani.
La Marcia si è inserita nell’ambito delle celebrazioni per l’Earth Day 2026. L’iniziativa, promossa dalla Diocesi di Ascoli Piceno e San Benedetto del Tronto – Ripatransone – Montalto, è dedicata quest’anno al tema “Pace disarmata e disarmante”.
Leggi l’articolo: FOTO Diocesi Piceno, un forte desiderio di Pace riempie la sala a Grottammare: il racconto
Il vescovo Gianpiero Palmieri ha preso la parola: «Faremo una Marcia della Pace silenziosa, seguiremo lo striscione che si sposterà da un luogo all’altro e in ogni luogo avremo la possibilità di ascoltare una testimonianza, che ci aiuterà a entrare ancora di più nella logica profondamente spirituale della pace. Abbiamo qui anche la lampada della Perugia-Assisi, della Marcia della Pace. Non c’è solo la lampada, ma c’è anche Flavio Lotti qui in mezzo a noi. Oggi ci sentiamo in comunione con quanti, in ogni parte d’Italia, d’Europa e del mondo, lottano per la pace».
Partenza e prima tappa in piazza Carducci, zona Ascolani, con don Mattia Ferrari: «Vi racconto un episodio accadutoci. Eravamo in missione per salvare vite umane. È sempre questa un’esperienza pasquale. Mi trovavo con Luca Casarini, fondatore di Mediterranea, al Sinodo. Ci si chiedeva come fare, nelle difficoltà della storia, a trovare la strada da percorrere. Casarini si alzò e rispose: “Eravamo in mare, avevamo una segnalazione vaga e imprecisa di una nave con circa ottanta persone in difficoltà. Era buio pesto, non sapevamo dove andare né come trovarla. Uno skipper della barca a vela che ci affiancava si girò verso di me e mi disse: ‘Noi cerchiamo le persone per trovarle di notte, senza una posizione precisa… ci vorrebbe un miracolo!’”.
Ed ecco che improvvisamente scorgemmo un delfino accanto alla nave: ci affiancava puntando in una direzione. Lo guardammo e, all’improvviso, all’orizzonte vedemmo un puntino luminoso. In venti minuti ci avvicinammo: era la nave in difficoltà. C’erano ottanta ragazzi di 17-18 anni. Erano cristiani e stavano tutti pregando. Riuscimmo a salvarli. Lo skipper mi disse: “Avevi ragione, è successo un miracolo!”.
Il capitano, poco incline a parlare, guardando il delfino inabissarsi e scomparire tra i flutti neri, ci disse: “Non è detto che lo Spirito Santo debba essere per forza una colomba!”. Lo Spirito Santo c’è, ma se noi restiamo fermi non lo vediamo. Sarà stata forse una coincidenza, probabilmente un caso… oppure no. Credo fortemente che, se abbiamo il coraggio di aprire il cuore, allora lo Spirito Santo saprà sorprenderci».
Seconda tappa sul lungomare sud di Grottammare, con Filomeno Lopes: «Nel mio Paese, la Guinea-Bissau, ci fu la guerra. Ricordo che all’epoca c’era un vescovo italiano che mi disse: “Abbiamo costruito tante cose qui in Guinea: ospedali, strade, scuole, ma non il cuore della gente. E il mio compito principale era proprio questo. Impiegate tutto il vostro sforzo per la pace e la riconciliazione: io ho fallito”.
Durante la guerra ci fu soprattutto una distruzione delle anime. Poi dovemmo provare a ricucire la speranza nelle persone, diventate diffidenti, insicure, sospettose e soprattutto sfiduciate. Più importante di tutto è la costruzione del cuore. Le cose crollano, cadono, ma il cuore resta.
Io utilizzavo come strumento di ricostruzione un sistema pedagogico fondato sulla musica, così importante per la nostra gente, e sul ritrovarsi insieme attorno al fuoco. Anche il vescovo era con noi. Quando arrivò Benedetto XVI in visita, il nostro vescovo ci chiese di fare ancora di più in occasione di quell’evento. Lui pronunciò delle parole e noi facemmo musica. Così nacquero canzoni ispirate ai suoi discorsi. Ora le canteremo tutti insieme e ballerete con me, come in una preghiera».
Lopes ha cantato e i ragazzi hanno scandito il ritmo con le mani e con il corpo, in un contesto suggestivo, tra il prato verde e le palme del lungomare di Grottammare.
Terza tappa in piazza Pericle Fazzini, con Flavio Lotti: «Ringrazio il vostro vescovo per aver pensato questa giornata e questa marcia. Dobbiamo chiedere perdono a tutte le persone prigioniere della guerra, della fame e delle peggiori crudeltà del mondo. Noi, che sperimentiamo la pace, non siamo riusciti a fermare le loro sofferenze. Vi chiedo di chiudere per un attimo gli occhi e ascoltare la loro richiesta d’aiuto». (Un minuto di silenzio nella piazza, ndr).
«Non riusciamo più ad ascoltare un notiziario o i social: sentiamo il grido dell’impunità. Siamo impotenti. Se siamo qui stasera è perché sentiamo un morso dentro di noi. Anche se posso soltanto partecipare a una marcia della pace, io lo faccio. Tutti noi abbiamo una responsabilità».
Lotti ha poi citato Gianni Rodari: «Dobbiamo parlare al sordo. Pensare alla pace oggi è difficile, ma necessario. Coloro che ci governano manipolano la narrazione. La luce che vedete è la lampada di Assisi, simbolo di trasparenza e purezza, prodotta artigianalmente dai maestri di Murano quando Giovanni Paolo II invitò i capi delle Nazioni. Ognuno di loro ne ha una, da accendere per promuovere la pace. Lavoriamo alla ricostruzione di una coscienza, di una cultura e di una politica di pace».
Il vescovo Gianpiero Palmieri ha concluso l’incontro in piazza Fazzini, ringraziando gli uffici della Pastorale Sociale delle due diocesi, le realtà intervenute, i gruppi e i movimenti partecipanti: «Grazie per questa manifestazione per una pace disarmata e disarmante. Abbiamo dato voce a una nonviolenza attiva. Noi ripudiamo la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie. Vogliamo sederci attorno a un tavolo e parlare. Abbiamo un’idea di pace che vuole disarmare i conflitti attraverso il dialogo e il disarmo anche del nostro cuore, riconoscendo la dignità umana e la possibilità di convivere serenamente tutti insieme».












