SAN BENEDETTO DEL DTRONTO – In occasione del Mese di Maggio i Musei Sistini in collaborazione com L’Ancora on Line hanno proposto un itinerario mariano delle opere presenti presso la sede di Via Pizzi. L’incontro è stato guidato dal Prof. Nicola Rosetti.
Il Museo di Arte Sacra di Via Pizzi non è grande nelle sue dimensioni e ospita un numero limitato di opere, eppure c’è quanto basta per raccontare la storia e la fede del nostro popolo. Fra i vari percorsi che si possono fare si può scegliere quello mariano che attraverso dipinti e sculture ci fa conoscere la vita della Vergine Maria e come lei è onorata a San Benedetto del Tronto.
Maria innanzi tutto è l’Immacolata Concezione. La Chiesa insegna che, a causa di Adamo ed Eva, ogni essere umano al momento del concepimento eredita dai propri genitori il peccato originale. Al contrario Maria, per un singolare privilegio e in vista della sua futura divina maternità, fu esentata dal ricevere questa macchia di peccato, come fu proclamato da Papa Pio IX l’8 dicembre 1854 (questo evento è stato rappresentato ai Musei Vaticani dal pittore anconetano Francesco Podesti). Quello dell’Immacolata Concezione è l’unico dogma confermato dal cielo: infatti il 25 marzo 1858, in una delle sue 18 apparizioni a Lourdes, la Madonna si rivelò in questo modo a Santa Bernadette: questo evento prodigioso fu ricordato nella chiesa di Santa Maria della Marina con una cappella realizzata da don Luigi Sciocchetti, ma nel corso dell’ampliamento dell’edificio avvenuto fra gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso questa cappella venne demolita e l’artista offidano Aldo Sergiacomi realizzò la nuova cappella.
In che modo l’Immacolata è legata a San Benedetto del Tronto? Nel 1855 in Città scoppiò il morbo del colera che causò 400 vittime e l’Amministrazione Comunale – al tempo sotto lo Stato Pontificio – in preda al panico si rivolse alla Vergine Maria: il 10 luglio 1855 il Priore Raimondo Voltattorni e il Governatore Giovanni Battista Paci si recarono ai piedi della Madonna Addolorata nella chiesa di San Benedetto Martire e fecero voto che, se il colera fosse cessato, la Città avrebbe ringraziato in perpetuo Maria – proclamata solo un anno prima col titolo di Immacolata Concezione – con una novena e una solenne processione. In effetti il morbo regredì e la città fu salva. Per mantenere la promessa, l’Amministrazione su proposta del consigliere don Tommaso Mascaretti fece realizzare nel 1856 una statua in cartapesta all’artista abruzzese Giovanni Battista Latini di Mogliano. Questo antico simulacro si conserva all’interno della parrocchia San Benedetto Martire ed è quello che viene portato ogni anno in processione. Ha il volto caratteristico delle donne contadine marchigiane.
Seppure con minore intensità, il colera riscoppiò nell’estate 1886. Fu in questa circostanza che il giovane sacerdote ripano don Francesco Sciocchetti – aveva celebrato la sua prima messa il 20 giugno 1886 a Loreto – venne in soccorso dei sambenedettesi: diventerà parroco di Santa Maria della Marina nel 1889 e lo sarà fino al 1920 e durante il suo parrocato porterà a termine la costruzione di quella che i sambenedettesi per molto tempo chiameranno “Chiesa Nuova”. Il Museo conserva un calice con simboli eucaristici realizzato in occasione della fine di questa seconda ondata epidemica e appartenuto a don Giacinto Nicolai, parroco di San Benedetto Martire e Vescovo di Ripatransone dal 1890 al 1899.
Nel 1908 don Domenico Gaetani, parroco di San Benedetto Martire, fece realizzare un trono dorato – quello che ancora oggi si usa per la processione – alla ditta casertana Costanzo Anzellotti. Ma veniamo alla statua lignea presente nel Museo: essa fu il modello per la realizzazione nel 1954 da parte di scultori della Valgardena della simulacro che occupa la seconda cappella a sinistra di San Benedetto Martire. Se si osservano le fattezze, si potrà notare che questa statua ha dei tratti più gentili rispetto a quelli realizzati quasi 100 anni prima da Giovanni Battista Latini.
Parliamo ora dell’iconografia dell’Immacolata Concezione, fortemente ispirata a Apocalisse 12. La Vergine ha una corona di 12 stelle come quelle disegnate da Arsène Heitz nella bandiera europea che non a caso sventolò la prima volta l’8 dicembre 1955. Il 12 è un numero simbolico e indica la totalità. Esso si ripete infinite volte: 12 infatti sono le tribù di Israele, gli apostoli, le tavole della legge nell’antica Roma, le fatiche di Ercole, le ore del giorno, i mesi dell’anno, i segni zodiacali… e questo perché il 12 è il risultato della moltiplicazione del 3 che rappresenta il tempo (passato, presente e futuro) e del 4 che rappresenta lo spazio (nord, sud, est e ovest). La Vergine ha una veste bianca perché Maria è tutta pura sin dal suo concepimento nel grembo di sua madre Anna e celeste come il cielo in cui è stata assunta al termine della sua vita. Maria schiaccia il serpente, realizzando così la promessa che Dio ha fatto al maligno all’inizio della storia umana, e allo stesso tempo una luna, simbolo di mutevolezza e peccato: mentre la luna muta la sua forma e l’intensità della sua luce, Maria è sempre rimasta nella grazia di Dio; mentre il nostro satellite ha delle macchie provocate dai crateri lunari, Maria non ha alcuna macchia di peccato.
Durante le processioni Mariane in Città, sia dell’Immacolata Concezione che della Madonna della Marina, erano presenti col loro stendardo le Figlie di Maria. Questa associazione fondata nel 1864 – a 10 anni dalla proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione e nello stesso anno in cui Pio IX promulgò il Sillabo, ovvero un elenco di errori del mondo contemporaneo – dal canonico regolare lateranense Alberto Passeri nella Basilica di Santa Agnese fuori le Mura (ecco perché la santa con l’agnello fra le braccia compare ai piedi dell’Immacolata insieme alle giovani associate) venne impiantata a San Benedetto nel 1900 da don Francesco Sciocchetti.
Maria è poi l’Annunciata. Il Vangelo di Luca al capitolo 1 racconta l’episodio dell’Annunciazione nel quale l’angelo Gabriele ha recato a Maria la lieta notizia che sarebbe diventata la madre del Figlio di Dio. Seguendo la narrazione di questo brano sono desumibili cinque atteggiamenti di Maria, continuamente riproposti. Maria è innanzi tutto spaventata dalla presenza dell’angelo e per questo irrigidita su sé stessa (conturbatio) come nell’Annunciazione di Carlo Braccesco. Ella poi medita sul senso delle parole «Ave Maria» prendendo con la mano destra il lembo del vestito come nell’Annunciazione di Fra Carnevale e nella statua in pietra scolpita nel XV secolo presente nel nostro Museo. Ricevuta la proposta di Dio fatta per mezzo dell’angelo Gabriele, Maria chiede la modalità in cui questo avverrà (interrogatio) alzando il braccio come nell’Annunciazione di Alesso Baldovinetti. La Vergine accetta la volontà di Dio chinando la testa e incrociando le braccia sul petto (umiliatio) come nell’Annunciazione del Beato Angelico e incrociando le braccia sul ventrre (meritatio) pronuncia il suo «Sì» col quale il Verbo di Dio viene concepito nel suo grembo.
Maria è Madre di Gesù e porta suo figlio in braccio, come vediamo nella Madonna di Loreto scolpita in legno nel XV secolo. La Madonna di Loreto con suo figlio è anche anche rappresentata seduta sulla casa di Nazareth mentre questa è trasportata in volo dagli angeli verso Loreto come avvenuto secondo la tradizione il 10 dicembre 1294 (in memoria di questo prodigioso evento, nelle Marche tutti gli anni nella notte fra il 9 e il 10 dicembre si accendono dei falò, fochere in dialetto locale). Proprio seguendo questa iconografia, Annibale Carracci ha rappresentato Maria in una bella tela che si conserva nella chiesa di Sant’Onofrio al Gianicolo a Roma. Spesso questa dipinto viene citato per dire che Caravaggio ha rivoluzionato l’iconografia della Madonna di Loreto nel suo dipinto chiamato “Madonna dei Pellegrini”: in realtà il grande artista non ha fatto altro che seguire l’altro tipo di iconografia, quello della statuetta presente nel nostro modello, nella quale la Vergine tiene in braccio il bambino.
Maria è Madre che conosce il dolore come possiamo vedere nella Pietà realizzata in gesso dipinto. Purtroppo il gruppo scultoreo non presenta il Cristo fra le braccia della madre. Questa tipo di rappresentazione è chiamata Vespervild ovvero “immagine della sera” in lingua tedesca e non ha nessuna corrispondenza nelle Sacre Scritture: Giovanni ci dice che Maria era ai piedi della croce, ma nulla si dice a proposito di una sua presenza e a maggior ragione di un ruolo attivo durante il rito della deposizione e della sepoltura. È tuttavia ragionevole immaginare che la madre abbia pianto sul corpo di suo figlio esanime e così la devozione popolare ha voluto rappresentare la Vergine nel Trecento in Germania. I fedeli potevano avere così sotto gli occhi questa commovente scena e poteva idealmente prendervi parte. I volti della Madonna e di Cristo sono fortemente caratterizzati da espressioni di sofferenza, come nella Vespervild del Museo, che ha il volto di una donna in avanzata età. Una scelta differente compirà Michelangelo nel 1499 nella Pietà Vaticana nella quale ha rappresentato la Madre più giovane del Figlio, volendo significare che non ci sono rughe in colei che non è stata scalfita dal peccato. In questo modo Michelangelo si è idealmente ricollegato alle parole che Dante mette in bocca a San Bernardo di Chiaravalle nel XXXIII del Paradiso: «Vergine Madre, figlia del tuo figlio».
Infine, Maria è Assunta in Cielo. Nella Pala degli Oddi di Raffaello Cristo ha una veste blu come il cielo da dove egli proviene e un mantello rosso come il sangue che indica la natura umana che egli ha assunto. Il Signore sta incoronando Maria che ha i colori invertiti: la sua tunica è rossa, perché la sua condizione iniziale è quella della natura umana, e blu, perché essendo stata assunta in cielo in anima e corpo lei è stata “divinizzata”. In lei si vede compiuto il destino di ogni essere umano che per grazia è chiamato a essere come Dio in quel processo che i Padri della Chiesa chiamano theopoiesis. In questo tipo iconografico la Vergine appare in due dipinti che erano cuciti su degli stendardi devozionali – analogo a quello delle Figlie di Maria – appartenuti alla Confraternita della del Carmelo. Nel primo Maria consegna lo scapolare al carmelitano inglese Simone Stock che secondo la tradizione ha avuto un’apparizione della Madonna il 16 luglio 1251. Nel secondo la Vergine dona il velo della purezza alla carmelitana fiorentina Maria Maddalena de’ Pazzi, anch’ella coinvolta in esperienze mistiche a partire dal 1584. A livello iconografico questo tipo di immagine può essere riconducibile al soggetto “Traditio legis” come appare nel mosaico di Santa Costanza a Roma: Cristo dona la “legge” a Pietro alla presenza dell’apostolo Paolo. Questa immagine ci comunica l’essenza del cristianesimo che è pura partecipazione del fedele all’amore donato da Dio. Seguendo questo schema iconografico si è affermato secoli dopo l’immagine di Maria che dona il Rosario a San Domenico e a Santa Caterina da Siena (come nella tela cinquecentesca presente a San Benedetto Martire) come anche le due rappresentazioni che abbiamo appena visto.
Come abbiamo visto all’inizio, a San Benedetto del Tronto Maria è particolarmente venerata con il titolo di Immacolata Concezione. L’altra grande festa è quella della Madonna della Marina che si svolge con grande solennità nell’ultimo week-end di luglio: il sabato la venerata immagine viene portata in processione in mare, mentre la domenica l’immagine di Maria fa il suo rientro in Cattedrale. La storia di questo dipinto è piuttosto curiosa e in realtà si tratta di una “Madonna della Vittoria” o “Nikopeia”, come viene chiamata in Oriente, dove in effetti si colloca la sua origine. In genere nelle icone mariane la Vergine guarda verso il popolo e indica con la mano il suo Divin Figlio che volge il suo sguardo verso la mamma. A partire dal IX secolo venne realizzata una particolare immagine di Maria che mostra frontalmente suo Figlio alla quale si dà appunto il nome di Nikopeia, ovvero “Portatrice di Vittoria” poiché questa icona veniva portata dall’esercito bizantino nelle battaglie contro i suoi nemici. La venerazione verso la Madonna della Vittoria si diffuse in Occidente in particolare dopo la vittoria nella Battaglia di Lepanto del 1571 in cui la flotta cristiana sconfisse quella musulmana. Lo spagnolo Michele Sorello realizzò un’incisiome della Madonna della Vittoria che piacque al Cardinale Bartolomeo (1679-1741), protettore dell’Ordine dei Cappuccini, presso il quale questa immagine iniziò a diffondersi, in particolare il lucchese fra Carlo da Motrone ne portava con se una copia dipinta durante le sue predicazioni. Questo dipinto si trova ora nella chiesa di San Paolo officiata dai Cappuccini, insieme ai resti mortali di fra Carlo. Il cappuccino Giacomo Santucci fece realizzare al pittore Pasquale della Monica una copia che donò nel 1824 alla chiesa di Santa Maria della Spiaggia. È in questo momento che avviene il cambio di nome in “Madonna della Marina”. Quando nel maggio 1899 la vecchia chiesa venne demolita, la venerata immagine fu provvisoriamente collocata presso la chiesa di San Giuseppe. Finalmente nel 1908 nella “Chiesa Nuova” portata finalmente a termine dopo decenni grazie agli sforzi del parroco don Francesco Sciocchetti. Negli anni ’70 ci furono dei lavori dei ampliamento voluti dal vescovo Vincenzo Radicioni e il dipinto fu ricollocato nel nuovo allestimento della chiesa. L’attuale sistemazione all’interno del grande dipinto di Ugolino da Belluno si deva all’intervento voluto negli anni ’90 dal vescovo Giuseppe Chiaretti.
Una “canzoncina” scritta alla fine degli anni ’30 allieta i giorni della festa e recita così:
Vieni o Madre in mezzo ai figli;
mira il popolo che attende,
che sospira, che si accende
d’una insolita pietà.
Vieni e stendi quella mano
Che consola e benedice,
Che ridona all’infelice
il sorriso e la bontà.
Chiama a Te le spose e i padri,
chiama a Te l’età dei fiori
e il timor di Dio nei cuori
tutti sentano al tuo pié.
Benedici chi ti esalta,
chi ti fugge e chi ti sprezza.
Sentan tutti la dolcezza
di pregare innanzi a Te.
Sentano tutti la dolcezza
di pregare innanzi a Te,
di pregare innanzi a Te,
di pregare innanzi a Te.





