
Di Daniele Rocchi
“Sì, sono molto preoccupato per quanto sta accadendo. Per me si tratta di una nuova fase dell’odio anticristiano. Ciò che mi ha davvero sconvolto è vedere un uomo usare la propria presenza fisica per aggredire una donna innocente, una suora. Si è superata una nuova linea rossa. Trovo tutto questo estremamente scioccante così come crudo e volgare è l’attacco alla statua di Maria”.
Abate Schnabel (Foto Schnabel/Sir)
Non usa mezzi termini l’abate benedettino della basilica della Dormizione sul monte Sion a Gerusalemme, dom Nikodemus Schnabel, per condannare i recenti episodi di violenza a sfondo confessionale a partire dall’aggressione della suora francese nella città santa e il gesto, immortalato in una foto, di un soldato israeliano che infila una sigaretta nella bocca di una statua della Vergine Maria, nel villaggio cristiano di Debel, nel sud del Libano, lo stesso dove poche settimane fa un altro militare dell’Idf aveva distrutto una statua di Gesù suscitando sdegno internazionale.
Terrorismo ebraico. “Quanto accaduto – dichiara l’abate – mostra l’odio e la brutalità di questi terroristi ebrei kahanisti (ispirati all’ideologia del kahanismo, corrente ultranazionalista e religiosa sviluppata dal rabbino Meir Kahane, ndr.)”. A preoccupare il religioso, di origini tedesche, è anche il fatto che “esistono gruppi, anche tra i cristiani e persino all’interno della Chiesa cattolica, convinti di conoscere perfettamente la realtà del Medio Oriente — pur non essendoci magari mai stati — e secondo cui il problema sarebbero soltanto i musulmani. Così si nega l’esistenza anche del fenomeno del terrorismo ebraico”. Per dom Schnabel, infatti, “l’ideologia di Meir Kahane è ancora viva e sta crescendo. C’è una sorta di rinascita del kahanismo, e questo mi preoccupa profondamente. Se pensiamo che il partito Kach (di estrema destra, di ispirazione ultranazionalista e religiosa fondato nel 1971 dal rabbino Meir Kahane, ndr.) un tempo era stato proibito in Israele, mentre oggi persone legate a quell’ideologia fanno parte dell’attuale governo, la cosa è molto significativa”. Padre Schnabel ricorda anche l’incendio doloso appiccato da terroristi ebrei, nel 2015, nell’altro monastero benedettino, a Tabgha, sulle rive del lago di Galilea, la chiesa della Moltiplicazione dei pani e dei pesci.
“L’avvocato che difese quegli incendiari, mostrando apertamente il suo odio verso il cristianesimo — un noto odiatore dei cristiani e del cristianesimo — era Itamar Ben-Gvir. E oggi quell’uomo è ministro della Sicurezza nazionale”.
“Immaginate cosa significhi per noi monaci – rimarca l’abate – dover accettare che l’uomo responsabile della nostra sicurezza sia noto per il suo odio verso il cristianesimo”.
Israele al bivio. Per il benedettino “Israele e la società israeliana si trovano oggi davanti a una decisione molto importante. Israele deve decidere quale idea di futuro vuole avere. Perché una cosa va ripetuta ancora e ancora: non sono ‘gli ebrei’ a odiare i cristiani, così come non si può ridurre tutto a ‘musulmani contro cristiani’. Qui, soprattutto in Terra Santa, si impara ad abbracciare la complessità”. Da qui il ringraziamento di padre Schnabel a due iniziative ebraico-israeliane: il Religious Freedom Data Center, con Yisca Harani, e il Rossing Center, con Hannah Benkowicz: “Due straordinarie donne ebree che sono davvero al nostro fianco e molto sensibili al problema dell’odio anticristiano”. L’abate ci tiene a ricordare i suoi trascorsi di giovane monaco nei primissimi anni 2000, un tempo in cui, spiega, “Israele era davvero orgoglioso delle proprie minoranze. Ricordo grandi manifesti pubblicitari: il mio predecessore, padre Nikolaus Egender, era perfino il volto di una campagna turistica. Si diceva: ‘Venite a visitare Israele’. Mostravano l’abbazia della Dormizione, il tempio Bahá’í di Haifa, i santuari drusi e musulmani, proprio per dire: ‘Sì, siamo una democrazia. Siamo un rifugio sicuro per ogni ebreo, siamo lo Stato ebraico, ma siamo anche orgogliosi delle nostre minoranze’. Ed erano orgogliosi del fatto che questa non fosse una Terra Santa solo per gli ebrei, ma anche per gli altri figli di Abramo: cristiani, musulmani, drusi, bahá’í, samaritani. C’era un autentico orgoglio per la diversità, per la realtà multireligiosa e multiculturale”. E se capitava, anche allora, che “qualcuno mi sputasse addosso o mi aggredisse verbalmente, ciò succedeva nel buio della notte, senza testimoni. Oggi invece – denuncia – tutto avviene in pieno giorno. E io vedo un punto di svolta nell’insediamento dell’attuale governo:
le persone che sputavano addosso a me, giovane monaco, oggi fanno parte del governo”.
Nel 2015, dopo l’attacco a Tabgha, la società civile israeliana reagì dicendo chiaramente: “‘No, questo non è l’Israele che vogliamo’. Oggi invece, con l’attuale governo, questa presa di posizione non è più così chiara”. Israele è dunque a un bivio e gli israeliani, per dom Schnabel, devono rispondere alla domanda “volete un Israele come descritto nella Dichiarazione d’indipendenza del 1948 — un rifugio sicuro per ogni ebreo ma anche rispettoso delle minoranze che vi vivono — oppure volete un Israele ispirato all’ideologia kahanista, secondo cui Gerusalemme sarebbe sacra soltanto per gli ebrei, mentre i non ebrei dovrebbero andarsene e tutti i simboli non ebraici dovrebbero essere cancellati?”.
“Vediamo persone che sputano sulle nostre croci passando davanti all’abbazia della Dormizione. Lo vediamo ogni giorno. Esiste davvero un odio verso tutto ciò che non è ebraico”
denuncia ancora il benedettino che tuttavia, invita a non generalizzare: “Ancora una volta: si tratta di una minoranza, non della società ebraico-israeliana nel suo insieme. La società civile è meravigliosa. Il problema è che dall’attuale governo non arriva una presa di posizione chiara contro questi fenomeni. Nell’attuale governo vi sono figure molto problematiche e carismatiche. E so che molti miei amici ebrei sono molto preoccupati per la direzione che Israele sta prendendo”.
Gerusalemme, città aperta. Una preoccupazione condivisa: “Per me – ribadisce dom Schnabel – Gerusalemme è una città aperta, una città aperta a tutti coloro che desiderano pregare qui.
E temo una Gerusalemme che diventi una realtà chiusa, riservata a un solo gruppo, a un’unica religione, senza rispetto per gli altri. Gerusalemme abbraccia la complessità.
E io spero – conclude – che ogni abitante e ogni persona responsabile del futuro e del destino di Gerusalemme sappia abbracciare questa complessità, questo meraviglioso carattere multireligioso e multiculturale della città, invece di distruggerlo”.