Di Pietro Pompei
DIOCESI – Ci sono delle date in cui i ricordi fanno a cazzotti per presentarsi tutti insieme. Quelli della fanciullezza e dell’adolescenza solitamente hanno la meglio, perché hanno dalla loro parte la commozione. E mi ritrovo in quella chiassosa uscita dalla chiesa della Madonna della Marina, dopo le preghiere per il Mese di Maggio, pronti ad assalire, con il lancio degli zoccoletti, quelle povere piante di acacia, poste nella piazza antistante, oggi rimessa a nuovo, per strappare i fiori che per noi avevano il sapore di leccornie. Quei bei mesi di Maggio in cui dappertutto respiravi la presenza della Vergine Santa! E come non commuoversi ripensando a quei mezzi-rosari recitati, strappando qualche minuto al gioco, davanti all’altarino della Madonna che mettevamo su tra compagni, trafugando qualche mattone dalle tante ricostruzioni post-belliche, e che ornavamo con tante rose? E tutte quelle crocette che stavano ad indicare la “severa” contabilità dei nostri “fioretti” che, a pensarci bene; avevano sapore di autentico sacrificio, in tempi di vera magra. Quei sentimenti verso la Madonna cresciuti lì, sono rimasti radicati e si son fatti “scoglio” nelle tempeste della vita. A pensarci bene erano un valorizzare quella insoddisfazione per tanti limiti ed erano uno sprone a fare sempre di più, in un desiderio di arricchimento della propria esistenza.
Buttarsi nel mondo di oggi da questi ricordi è troppo facile, tanti sono gli esempi di un’adolescenza inquieta ed annoiata. Di fronte a tanti misfatti, perpetrati da giovanissimi, all’adulto si impone un esame di coscienza. Non si vuole incolpare nessuno e tanto meno le famiglie, troppo spesso ignorate o avvilite dalla società e dal mondo politico. Dando seguito ad un egoismo represso ci si è voluti liberare da quella lontana insoddisfazione, risolvendola attraverso i figli, “Loro devono avere tutto quello che io non ho avuto”, un discorso ricorrente che non ha senso nei limiti propri della natura umana. Il possedere tutto è la noia, parente della morte. Ci sostituiamo ad ogni loro problema, crediamo di far bene, facendoci loro compagni, quando invece vogliono un genitore. Crediamo di superare ataviche ipocrisie, aprendo loro tutti i misteri della vita, appiattendo e spesso banalizzando anche quelli che sono piacevoli nella loro individualità, perché ogni persona è diversa dall’altra. Non siamo mai sazi. Le “pazzie” si susseguono in questo turbinio che non riusciremo ad arrestare se non troveremo “uno scoglio” al quale aggrapparci.
“Madonna mia, aiutami”, è l’invocazione cresciuta sotto gli alberi di acacia; ma quale aiuto possono chiedere questi ragazzi non abituati a privarsi di nulla e che hanno affollato pizzerie e gelaterie persino il Venerdì Santo?
