
Di Riccardo Benotti
“La Chiesa cammina in questa storia terrena sempre orientata verso la meta finale, che è la patria celeste”. È a questa dimensione, “spesso trascurata o minimizzata”, che Leone XIV ha dedicato la catechesi dell’udienza generale di mercoledì 6 maggio, davanti ai fedeli riuniti in piazza San Pietro. Proseguendo il ciclo sui documenti del Concilio Vaticano II, il Papa ha meditato sul capitolo VII della costituzione Lumen gentium, che affronta il carattere escatologico della comunità cristiana. Una prospettiva, ha osservato il Pontefice, che rischia di restare in ombra “perché siamo troppo concentrati su ciò che è immediatamente visibile e sulle dinamiche più concrete della vita della comunità cristiana”. Eppure, ha ricordato, è dalla promessa finale che la Chiesa attinge il senso del proprio agire nel tempo.
Tra il “già” e il “non ancora” del Regno di Dio
Il popolo di Dio, ha spiegato il Papa, vive “al servizio dell’avvento del Regno di Dio nel mondo”: ne annuncia la promessa, ne riceve “una caparra” nei sacramenti, in particolare nell’eucaristia, ne sperimenta la logica “nelle relazioni di amore e di servizio”. La Lumen gentium definisce la Chiesa “sacramento universale di salvezza”, cioè “segno e strumento di quella pienezza di vita e di pace promessa da Dio”. Ma proprio qui interviene una distinzione decisiva: la comunità dei credenti “non si identifica perfettamente con il Regno di Dio, ma ne è germe e inizio, perché il compimento verrà donato all’umanità e al cosmo soltanto alla fine”. I cristiani, dunque, camminano in una storia “segnata dalla maturazione del bene ma anche da ingiustizie e sofferenze, senza essere né illusi né disperati”, sostenuti dalla parola di “Colui che fa nuove tutte le cose”. La missione si snoda così “tra il ‘già’ dell’inizio del Regno di Dio in Gesù, e il ‘non ancora’ del compimento promesso e atteso”, ha affermato il Pontefice, sottolineando come la Chiesa sia “custode di una speranza che illumina il cammino”.
La denuncia del male e la riforma delle strutture
Da questa identità deriva anche un compito profetico. La Chiesa, ha detto il Papa, è “investita della missione di pronunciare parole chiare per rifiutare tutto ciò che mortifica la vita” e di “prendere posizione a favore dei poveri, degli sfruttati, delle vittime della violenza e della guerra e di tutti coloro che soffrono, nel corpo e nello spirito”. Annunciando la salvezza in Cristo, “non annuncia sé stessa”. Da qui il richiamo, netto, all’umiltà istituzionale: la Chiesa “è chiamata a riconoscere umilmente l’umana fragilità e caducità delle proprie istituzioni, le quali, pur essendo al servizio del Regno di Dio, portano la figura fugace di questo mondo”. “Nessuna istituzione ecclesiale può essere assolutizzata”, ha insistito Leone XIV, indicando “una continua conversione, al rinnovamento delle forme e alla riforma delle strutture, alla continua rigenerazione delle relazioni”. Un appello che ha trovato eco nei saluti ai pellegrini di lingua francese, ai quali il Papa si è rivolto chiedendo che il tempo pasquale “ravvivi la nostra speranza affinché non sprofondiamo nella disperazione di fronte alle ingiustizie e alle sofferenze causate dalla violenza”. L’invito conclusivo, esteso a tutti i fedeli, è stato a lasciarsi “guidare dalla promessa del Regno di Dio che ci offre il Risorto”.