
Di Gigliola Alfaro
Lavoro, accoglienza e servizio: sono stati i temi al centro del VI convegno nazionale dei cappellani e degli operatori della pastorale penitenziaria “…perché lo coltivasse e lo custodisse (Gn 2,125). Lavoro, accoglienza e servizio” che si è svolto ad Assisi dal 29 aprile al 2 maggio. A don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, abbiamo chiesto un bilancio dell’incontro.
(Foto Ispettorato cappellani delle carceri italiane)
A conclusione delle giornate ad Assisi cosa vi siete portati a casa?
Il convegno non ci ha dato la soluzione dei problemi, ma sicuramente ci ha fornito indicazioni, suggerimenti, confronti, aperture di sguardo e di orizzonti, per
portare, con la forza della fede e del Vangelo, uno spiraglio di speranza nei nostri istituti penitenziari, che molte volte viene a mancare.
In questi giorni abbiamo compreso ancora di più che la nostra presenza negli istituti di pena è una grande risorsa, anche se molte volte non è molto apprezzata e in alcuni momenti viene anche ostacolata.
La prima direttiva su cui avete riflettuto è il lavoro…
Sappiamo bene l’importanza del lavoro sia dentro sia fuori dal carcere, soprattutto per poter dare dignità alle persone, per poter aiutare il detenuto a costruire prospettive per il suo domani. E in questo contesto noi, come operatori pastorali, possiamo incoraggiare la società civile a non abbandonare i reclusi e a investire con coraggio in favore delle persone svantaggiate.
Molti cappellani e volontari concretizzano l’annuncio del Vangelo, realizzando opere per offrire lavoro. Sono esempi che incoraggiano noi e la società civile ad investire e a non aver paura di chi è uscito dal carcere.
Costruiamo rete di condivisioni, lanciamo proposte, individuiamo persone disponibili e società che potrebbero offrire lavoro. Animiamo i nostri luoghi a una vera cultura dell’accoglienza per un impegno a favore di coloro che vivono in serie difficoltà.
Un altro tema che avete trattato, infatti, è stato l’accoglienza…
Questa si ottiene non solo offrendo loro un luogo abitativo. L’accoglienza nasce dall’ascolto dell’altro, individuando i suoi bisogni primari e sapendo stare accanto a lui, non giudicandolo e offrendogli occasioni di reinserimento nella società civile. L’accoglienza che noi cristiani siamo chiamati a realizzare è rivolta a tutta la comunità cristiana, comprese le nostre parrocchie. Accogliere vuol dire aiutare le persone a riacquistare la fiducia e a far scoprire loro le reali potenzialità. Diceva don Oreste Benzi: “Nello sbaglio di uno c’è lo sbaglio di tutti. Per recuperare uno è necessario il coinvolgimento di tutti”.
L’accoglienza è un nodo importante per noi che operiamo accanto ai ristretti.
Sappiamo bene la continua richiesta che fanno a noi tutti, in modo particolare coloro che non hanno famiglia, immigrati, senza fissa dimora e a volte abbiamo difficoltà a dare risposte, eppure, se conosciamo il territorio e se ci impegniamo ad individuare comunità, luoghi di accoglienza, strutture per offrire ospitalità, sarebbe un’azione importante che darebbe maggiore credibilità alla nostra azione pastorale.Anche l’ultimo progetto della Caritas italiana rivolto alle diocesi teso ad individuare qualche canonica o altro ambiente da ristrutturare per offrire ospitalità è certamente una grande opportunità.Anche la mappatura che in questi mesi abbiamo cercato di costruire con l’aiuto della cooperativa “Noi e Voi” di Taranto sarà uno strumento un grande aiuto. Luoghi per poter dare e offrire ospitalità; che ci aiutano a fare il bene. Chiaramente tutto ciò comporta impegno; lo dice anche il Vangelo: “cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto”. Per aiutare gli altri c’è bisogno di pazienza, di passione, di perseveranza. Molte persone che si sono impegnate a progettare qualcosa hanno un filo conduttore comune, sono partiti dal poco; ciò che ha permesso di realizzare molto è stato certamente il credere nel progetto, il tempo donato, ma anche impegnarsi con costanza, con perseveranza …
Avete parlato anche di servizio…
Il nostro è un servizio ecclesiale che tende a coinvolgere la comunità cristiana e a vivere un percorso di attenzione verso le realtà del carcere. Il nostro servizio di volontariato è una grande ricchezza e noi rappresentiamo un ponte tra dentro e fuori il carcere, per evitare di isolare coloro che sono privati della libertà personale.
Il nostro servizio gratuito consente ai detenuti di non sentirsi abbandonati, ma di rimanere attivi e coinvolti nelle diverse attività.
Bisogna fare rete e non isolarsi, confrontarsi arricchendosi dell’esperienza dell’altro. Ma non basta sentirsi soddisfatti se nelle carceri c’è presenza di volontari; bisogna, mai come in questi tempi, investire anche sui giovani, coinvolgendoli attraverso eventi, formazione, esperienze di servizio e motivando scelte per una continuità nel servizio, coinvolgendo anche in questo la comunità cristiana e civile. Molti, per motivi burocratici e per le difficoltà che incontrano nelle autorizzazioni, non riescono a prestare il loro servizio in carcere. Il valore del volontariato penitenziario, poi, non si ferma dietro le sbarre: è un servizio anche esterno, che coinvolge le famiglie dei detenuti, aiutandole con l’ascolto e l’aiuto materiale.Incontriamo persone sottoposte agli arresti domiciliari, teniamo contatti con gli avvocati, individuiamo aziende per il lavoro dei detenuti. I volontari penitenziari possono rendere il loro servizio nelle case di accoglienza per i carcerati.
Qual è stato l’invito che ha rivolto ai partecipanti al convegno?
Ho esortato a non stancarci, a non far sì che la delusione, l’amarezza che a volte sperimentiamo nei nostri istituti ci tolga il desiderio di essere Vangelo vivente e segni di speranza. Anzidobbiamo custodire questa virtù della speranza e diffonderla nei cuori dei ristretti, delle loro famiglie, ma soprattutto in coloro che lavorano nei nostri istituti affollati e senza risorse e con scarsa presenza di personale.
(Foto Vatican Media/SIR)
Don Raffaele, è stato molto toccante l’incontro di Leone XIV con i detenuti nel carcere di Bata, in Guinea Equatoriale…
A noi cappellani ha fatto molto piacere la visita del Santo Padre al carcere di Bata, le parole che ha detto sono importanti non solo per quella realtà, ma per tutti gli istituti penitenziari del mondo perché il Papa ha parlato di dignità, della necessità di non sottovalutare le potenzialità che ogni detenuto ha, dell’impegno della società ad essere accogliente, del fatto che il carcere non deve essere soltanto un luogo di pena, ma anche di riscatto, di rinascita della persona. ed è stato molto bello vedere come i detenuti del carcere di Bata hanno accolto il Papa, il loro canto e la loro preghiera sotto la pioggia. In Africa, come ho potuto constatare io stesso in visite a diverse carceri del Burundi, c’è una grande fede all’interno degli istituti penitenziari, anche perché sono degli ambienti ancora poco contaminati dall’ateismo che in questo tempo dilaga.Il Papa ha trovato nei detenuti di Bata un popolo credente: anche se in passato hanno sbagliato, attraverso l’opera dei cappellani, hanno potuto consolidare la fede convertendosi e desiderando di cambiare vita.