DI Pietro Pompei
Al solito mi “arrampico sugli specchi” e mi faccio aiutare da papa Ratzinger per mettere insieme la spiegazione di tanti interrogativi che la Santa Pasqua e la Pentecoste ci danno in questi cinquanta giorni. Per saperne di più mi “tuffo” in San Luca, dalla penna facile e dalla documentazione più certa, specie per quelle annotazioni che chiariscono situazioni alquanto intricate. Mi scuso per alcune ripetizioni…!
Inizio da San Luca che, in cinquanta giorni, ci porta dalla Pasqua alla Pentecoste, nella narrazione del suo “secondo libro”, gli Atti degli Apostoli, ci fa percorrere insieme ai primi testimoni la via dell’annuncio evangelico, da Gerusalemme a Roma, a quei tempi caput mundi. Tuttavia, se prestiamo attenzione al racconto della Pentecoste (2,1-11) che ascolteremo, appunto, il giorno di Pentecoste, ci accorgiamo che è Gerusalemme a sembrare il centro del mondo allora conosciuto: l’elenco delle nazionalità delle persone che sono presenti nella città santa e assistono all’evento comprende un’area geografica che va dall’Africa settentrionale all’odierno Iraq, dall’Europa all’Asia Minore, dal Mar Mediterraneo al Mar Nero, da Roma alla penisola Arabica, passando per la Palestina. Tanti popoli, altrettanti linguaggi; eppure: «come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa?». Lo stesso Luca ce ne fornisce la spiegazione nei versetti precedenti: «tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi». Un altro appellativo si potrebbe aggiunge a quelli -Paraclito e Spirito di verità- che abbiamo appreso da Gesù nel Vangelo di Giovanni, ovvero lo Spirito “Traduttore”. Sì, il primo “effetto” della discesa dello Spirito Santo è la capacità di annunciare/comunicare la Buona Notizia traducendola per ciascuna persona nella sua propria lingua nativa, cioè non pretendere che sia l’altro a sforzarsi di capire la mia lingua, non “rinchiudere” il vento dello Spirito nel vocabolario stantio delle nostre formule religiose, ma essere capaci di entrare in relazione con chi mi sta di fronte parlando il suo stesso linguaggio, facendosi, come dice san Paolo, tutto a tutti, perché anche il Verbo della Vita, Gesù, sia tutto in tutti. È curioso come nella lingua latina il verbo “tradurre” (traducere) abbia la stessa radice del verbo trasmettere-consegnare (tradere), quasi a significare che la trasmissione del Vangelo, la quale, sull’esempio del Maestro, si attua mediante la consegna della propria vita, è un’opera continua di traduzione (che vuol dire anche passaggio!) dell’Amore di Dio nell’esperienza di quanti, fratelli e sorelle, ancora non lo hanno potuto ascoltare nella propria lingua nativa, e non si sono sentiti chiamati a rispondervi con la loro vita, portando al completamento il corpo mistico di Cristo, a cui tutti apparteniamo in virtù di un solo Spirito. La risurrezione di Cristo è un fatto avvenuto nella storia, di cui gli Apostoli sono stati testimoni e non certo creatori. Nello stesso tempo essa non è affatto un semplice ritorno alla nostra vita terrena; è invece la più grande “mutazione” mai accaduta, il “salto” decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova, l’ingresso in un ordine decisamente diverso, che riguarda anzitutto Gesù di Nazareth, ma con Lui anche noi, tutta la famiglia umana, la storia e l’intero universo: per questo la risurrezione di Cristo è il centro della predicazione e della testimonianza cristiana, dall’inizio e fino alla fine dei tempi. Si tratta di un grande mistero, certamente, il mistero della nostra salvezza, che trova nella risurrezione del Verbo incarnato il suo compimento e insieme l’anticipazione e il pegno della nostra speranza. Ma la cifra di questo mistero è l’amore e soltanto nella logica dell’amore esso può essere accostato e in qualche modo compreso: Gesù Cristo risorge dai morti perché tutto il suo essere è perfetta e intima unione con Dio, che è l’amore davvero più forte della morte. Egli era una cosa sola con la Vita indistruttibile e pertanto poteva donare la propria vita lasciandosi uccidere, ma non poteva soccombere definitivamente alla morte: in concreto nell’Ultima Cena egli ha anticipato e accettato per amore la propria morte in croce, trasformandola così nel dono di sé, quel dono che ci dà la vita, ci libera e ci salva. La sua risurrezione è stata dunque come un’esplosione di luce, un’esplosione dell’amore che scioglie le catene del peccato e della morte. Essa ha inaugurato una nuova dimensione della vita e della realtà, dalla quale emerge un mondo nuovo, che penetra continuamente nel nostro mondo, lo trasforma e lo attira a sé
Tutto ciò avviene concretamente attraverso la vita e la testimonianza della Chiesa; anzi, la Chiesa stessa costituisce la primizia di questa trasformazione, che è opera di Dio e non nostra. Essa giunge a noi mediante la fede e il sacramento del Battesimo, che è realmente morte e risurrezione, rinascita, trasformazione in una vita nuova. È ciò che rileva San Paolo nella Lettera ai Galati: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (2, 20). È stata cambiata così la mia identità essenziale, tramite il Battesimo, e io continuo ad esistere soltanto in questo cambiamento. Il mio proprio io mi viene tolto e viene inserito in un nuovo soggetto più grande, nel quale il mio io c’è di nuovo, ma trasformato, purificato, “aperto” mediante l’inserimento nell’altro, nel quale acquista il suo nuovo spazio di esistenza. Diventiamo così “uno in Cristo” (Gal 3, 28), un unico soggetto nuovo, e il nostro io viene liberato dal suo isolamento. “Io, ma non più io”: è questa la formula dell’esistenza cristiana fondata nel Battesimo, la formula della risurrezione dentro al tempo, la formula della “novità” cristiana chiamata a trasformare il mondo. Qui sta la nostra gioia pasquale. La nostra vocazione e il nostro compito di cristiani consistono nel cooperare perché giunga a compimento effettivo, nella realtà quotidiana della nostra vita, ciò che lo Spirito Santo ha intrapreso in noi col Battesimo: siamo chiamati infatti a divenire donne e uomini nuovi, per poter essere veri testimoni del Risorto e in tal modo portatori della gioia e della speranza cristiana nel mondo, in concreto, in quella comunità di uomini e di donne entro la quale viviamo.
Dai Libri su Gesù di Nazaret di papa Benedetto XVI, “La Resurrezione di Cristo… è un evento storico che tuttavia fa esplodere le dimensioni della storia e la trascende. Forse qui possiamo attingere al linguaggio analogico… [e pensare la] Resurrezione come una sorta di radicale ‘salto evolutivo’, in cui emerge una nuova dimensione della vita, una nuova dimensione dell’esistenza umana”. “La materia stessa viene infatti rimodellata in un nuovo tipo di realtà. L’uomo Gesù, completo del suo corpo, ora appartiene alla sfera del divino e dell’eterno. Da questo momento in avanti, come disse una volta Tertulliano, ‘spirito e sangue’ hanno un posto in Dio… Anche se per sua natura l’uomo è stato creato per l’immortalità, è solo adesso che esiste il luogo in cui la sua anima immortale può trovare il suo ‘spazio’, la sua ‘corporeità’, in cui l’immortalità assume il suo significato di comunione con Dio e con l’intera umanità riconciliata”. “Questo è ciò che si intende dai passaggi nelle Lettere dal carcere di San Paolo (cfr. Col. 1,12-23 e Ef. 1, 3-23) che parlano del corpo cosmico di Cristo, indicando così che il corpo trasformato di Cristo è anche il luogo in cui gli uomini entrano in comunione con Dio e tra loro e sono quindi in grado di vivere definitivamente nella pienezza di una vita indistruttibile… [Così] la Resurrezione di Gesù non riguarda semplicemente la storia di qualche individuo deceduto che a un certo punto torna in vita… Si è verificato [un] salto ontologico, qualcosa che tocca l’essere come tale, aprendo una dimensione che ci riguarda tutti, creando per tutti noi un nuovo spazio di vita, un nuovo spazio dove essere in unione con Dio”. Tenendo presente l’entità del cambiamento operato dalla Risurrezione – una azione divina nella Storia e nella natura che ha cambiato la Storia e la natura in modo radicale, aprendo nuove possibilità di vita al di là della portata della morte – riusciamo ad avere una visione più profonda di quelle letture, tratte dai quattro Vangeli, che la Chiesa utilizza la Domenica di Pasqua e per tutta la settimana santa. Letture nelle quali i discepoli, di volta in volta, durante i loro incontri con il Risorto, non capiscono quanto sta accadendo. Prendiamo per esempio uno dei gioielli letterari del Nuovo Testamento: il racconto, in Luca 24,13-44, dei due discepoli che incontrano il Signore risorto a Pasqua, sulla strada di Emmaus, in un primo momento senza capire chi sia per poi riconoscerlo nell’atto di spezzare il pane. I due subito dopo tornano a Gerusalemme, dove condividono la loro esperienza con altri amici di Gesù. Entrambi i discepoli di Emmaus e i discepoli a Gerusalemme (che hanno trovato la tomba vuota e hanno sentito l’annuncio della risurrezione fatto dall’angelo) credono che Gesù sia risuscitato; accettano la testimonianza dei propri occhi, e dei testimoni. Ma ancora non riescono a capire cosa significhi esattamente “essere risuscitato”. Così, quando il Risorto appare in mezzo a loro, la loro prima reazione è pensare che si tratti di uno “spirito”, un fantasma. Il Signore risorto li rimprovera lievemente, sottolineando che a differenza di uno “spirito” lui è fatto di “carne ed ossa” – e loro ancora non capiscono, anche se San Luca ci dice che “per la gioia ancora non credevano, e si stupivano”. Così il Signore chiede qualcosa da mangiare; gli danno del pesce grigliato con cui si sfama davanti a loro. Poi, come aveva fatto sulla strada di Emmaus, mostra ai discepoli la Scrittura e quello che l’Unto del Signore ha dovuto soffrire; che in seguito sarebbe dovuto risuscitare dai morti verso una nuova forma di vita; e che nel suo nome si sarebbe predicato il pentimento “a tutte le genti, cominciando da Gerusalemme”. I discepoli, conclude Luca, sono “testimoni di queste cose” – vale a dire, hanno una missione, per la quale saranno equipaggiati a tempo debito da una “potenza dall’alto”, nel dono dello Spirito Santo.
Perché va ricordata questa lentezza nel cogliere il senso della Vita Nuova? Perché tutto ciò è stato sancito nei libri sacri della Nuova Alleanza? Benedetto XVI, ancora una volta, suggerisce una risposta. Tutto ciò avviene, ha scritto il Papa Emerito, perché riflette con precisione le vie di Dio con l’umanità. Perché Dio non ha risolto le cose nel modo in cui andavano risolte – sconfiggendo i suoi nemici con la potenza, scendendo dalla Croce, rivelando la verità del mondo e della Storia ai potenti e a chi contava, invece di farlo rivolgendosi a un piccolo gruppo di contadini analfabeti e pie donne? Perché, come ci ricorda Benedetto, le vie di Dio non sono le nostre: “Fa parte del mistero di Dio che agisca così dolcemente, che costruisca a poco a poco la sua storia all’interno della grande storia dell’umanità; che si faccia uomo, e che così possa essere trascurato dai suoi contemporanei e dai poteri che fanno la storia; che soffra e muoia e che, una volta resuscitato, scelga di apparire all’umanità soltanto attraverso la fede dei discepoli ai quali Egli si rivela; che continui a bussare dolcemente alle porte dei nostri cuori e apra lentamente gli occhi se noi apriamo a lui le nostre porte. E tuttavia non è forse questa la strada davvero divina? Non sopraffare con un’energia esterna, ma dare libertà, offrire e suscitare l’amore. E se davvero ci pensiamo, non è forse ciò che appare così piccolo ad essere veramente grande? Non è quel raggio di luce proveniente da Gesù, divenuto più luminoso nel corso i secoli, che non poteva giungere da un qualsiasi semplice uomo e attraverso il quale la luce di Dio brilla davvero nel mondo? La predicazione apostolica avrebbe potuto trovare la fede e costruire una comunità mondiale senza che la forza della verità fosse al lavoro dal suo interno?”. A causa della Pasqua, la natura e la Storia, il sé materiale e l’anima, il mondo e il cosmo sono stati tutti trasformati: sono stati portati in comunione con Dio, che ora si mostra come Creatore e Redentore, e che sarà presto conosciuto, durante la Pentecoste, come Santificatore. A causa di tutto questo, possiamo comprendere che la Storia è, in fin dei conti, la Sua-storia, la storia di Dio, e che Dio ha agito per rimettere in carreggiata la nostra storia tramite la sua.
