- L'Ancora Online - https://www.ancoraonline.it -

Come parlare a un figlio della separazione dei genitori?

Di Paolo Morocutti

Parlare a un figlio della separazione dei genitori è uno dei momenti più delicati che una famiglia possa attraversare.

Non esistono parole perfette, né formule che cancellino il dolore. Tuttavia, esistono parole che possono proteggere e parole che possono ferire ancora di più. Dal punto di vista della psicologia di comunità, il problema non riguarda solo ciò che un singolo genitore dice, ma il clima complessivo che si crea attorno al bambino: la qualità della comunicazione, il rispetto tra gli adulti, la coerenza dei messaggi e la presenza di una rete educativa capace di accompagnarlo nel tempo. Quando un bambino sente che qualcosa di molto importante nella sua vita si sta spezzando, tende spontaneamente a cercare un colpevole, a pensare che avrebbe potuto evitare il problema, oppure a temere di perdere l’amore di uno dei due genitori. Per questo il primo compito degli adulti è togliere dal cuore del figlio tre pesi molto gravi: la colpa, la confusione e il bisogno di schierarsi. Le parole davvero utili sono quelle che aiutano il bambino a capire che la separazione riguarda il rapporto tra mamma e papà come coppia, ma non mette in discussione il suo posto di figlio.

In questo senso, frasi semplici come “non è colpa tua”, “restiamo entrambi i tuoi genitori” e “ti vogliamo bene tutti e due” non sono frasi banali: sono fondamenta emotive. È importante anche che il figlio senta una verità detta con misura. I bambini non hanno bisogno di conoscere i dettagli del conflitto, i tradimenti, le accuse o le ferite degli adulti. Hanno però bisogno di sapere che sta accadendo qualcosa di reale e che gli adulti non stanno fingendo. Dire, per esempio, che “mamma e papà hanno deciso di non vivere più insieme, ma continueranno a prendersi cura di te” aiuta a dare un nome al cambiamento senza sommergere il bambino con contenuti che non può reggere. Dire invece “non cambia niente” spesso non aiuta, perché il bambino si accorge benissimo che molte cose cambieranno. Quando le parole negate non corrispondono all’esperienza, cresce la sfiducia. Molto meglio dire: “alcune cose cambieranno, e cercheremo di spiegarti passo dopo passo quello che succederà”. Un altro aspetto decisivo riguarda il tono.

Anche parole apparentemente corrette possono ferire se vengono dette in mezzo a una lite, con rabbia, con freddezza o con il desiderio di giustificarsi. Il bambino non ascolta solo il contenuto delle frasi: ascolta anche il clima in cui vengono pronunciate. Se percepisce tensione, ostilità o desiderio di colpire l’altro genitore, si sente subito trascinato in una battaglia che non dovrebbe appartenergli. La psicologia di comunità insiste proprio su questo punto: il benessere del bambino non dipende solo dal singolo colloquio, ma dal contesto relazionale che gli adulti costruiscono intorno a lui. Un messaggio comunicato con calma, rispetto reciproco e coerenza protegge molto di più di un discorso formalmente corretto ma immerso nel conflitto.

Le parole che aiutano sono quindi parole che liberano. Liberano il bambino dalla paura di essere stato la causa della separazione. Liberano dal compito impossibile di dover scegliere chi ha ragione. Liberano dall’angoscia di perdere un genitore. Per questo è bene dire chiaramente: “tu puoi voler bene a tutti e due”, “non devi prendere le parti di nessuno”, “questa è una decisione tra adulti”. Queste frasi hanno una forza enorme perché restituiscono al figlio il diritto di restare figlio. Quando invece un adulto dice: “tuo padre ci ha abbandonati”, “tua madre ha rovinato tutto”, oppure “devi capire chi davvero ti vuole bene”, sta caricando il bambino di un conflitto di lealtà che spesso lascia ferite profonde e durevoli. Anche le parole usate nei giorni successivi sono molto importanti. Spesso gli adulti pensano che basti “dirlo una volta” e poi andare avanti. In realtà i bambini tornano più volte sulla stessa domanda, perché cercano di riorganizzare dentro di sé un evento che li ha scossi profondamente. Possono chiedere ancora: “ma perché?”, “dove dormirò?”, “chi mi viene a prendere?”, “mi volete ancora bene?”. Non bisogna irritarsi o pensare che non abbiano capito. Ripetere con pazienza le stesse rassicurazioni è parte della cura. In questa prospettiva, le parole utili non sono soltanto quelle del primo annuncio, ma quelle che sanno accompagnare nel tempo, dando continuità, prevedibilità e fiducia. C’è poi tutto il linguaggio inutile o controproducente. Sono dannose le parole che chiedono maturità precoce, come “devi essere forte”, “ormai sei grande”, “non farne un dramma”. Frasi di questo tipo nascono spesso dal desiderio di incoraggiare, ma finiscono per trasmettere al figlio il messaggio che il suo dolore è scomodo o eccessivo. Anche espressioni come “passerà presto” o “non pensarci” possono risultare superficiali: il bambino non smette di soffrire perché gli viene chiesto di smettere. Ha bisogno piuttosto di sentirsi autorizzato a provare tristezza, rabbia, paura e confusione, sapendo che queste emozioni possono essere accolte e accompagnate. Non aiutano neppure le parole troppo complicate, ambigue o piene di mezze verità. Se gli adulti parlano in modo oscuro, cambiano versione, si contraddicono o lasciano intendere cose che non spiegano, il bambino tende a riempire i vuoti con fantasie spesso peggiori della realtà.

La chiarezza, adattata all’età, è sempre più protettiva della confusione. Dire poco ma dire bene è meglio che dire molto in modo disordinato. È anche importante non utilizzare il figlio come messaggero: frasi come “dillo a tua madre”, “chiedi a tuo padre perché non viene”, “ricordagli che deve pagare” sono forme sottili ma molto pesanti di coinvolgimento nel conflitto adulto. Secondo la psicologia di comunità, la comunicazione sulla separazione non è solo un fatto privato, ma riguarda il modo in cui tutta la rete degli adulti si prende cura del bambino. Se a casa si usano parole rispettose ma poi a scuola, dai nonni o in altri contesti arrivano messaggi svalutanti, il bambino resta esposto a nuove ferite. Per questo è utile che genitori, insegnanti, educatori, catechisti e figure significative mantengano uno stile comunicativo coerente: niente giudizi, niente alleanze contro qualcuno, niente curiosità invadenti, ma ascolto, semplicità e rispetto. Il bambino ha bisogno di sentire che attorno a lui esiste una comunità educativa che non alimenta il conflitto ma lo protegge. Un passaggio particolarmente delicato riguarda il riconoscimento del dolore. A volte gli adulti temono che nominarlo significhi peggiorarlo, e quindi preferiscono minimizzare. In realtà, un figlio si sente più sicuro quando qualcuno dà un nome a quello che sta vivendo: “capisco che per te sia difficile”, “è normale sentirsi tristi o arrabbiati”, “puoi parlarne quando vuoi”. Queste parole non aumentano la sofferenza; la rendono condivisibile. E quando il dolore diventa condivisibile, smette almeno in parte di essere un peso solitario. Anche questo è un principio tipico della psicologia di comunità: la sofferenza si affronta meglio quando non resta chiusa nel silenzio, ma viene accolta dentro relazioni affidabili. In conclusione, le parole davvero utili quando si deve parlare a un figlio della separazione sono parole semplici, vere, rispettose e coerenti. Devono dire che il figlio non ha colpe, che non deve schierarsi, che continuerà a essere amato e che non sarà lasciato solo nel cambiamento. Le parole dannose, invece, sono quelle che accusano, confondono, minimizzano o chiedono al bambino di farsi carico del dolore degli adulti. Ma soprattutto, più ancora delle frasi giuste, conta il clima che gli adulti costruiscono: un clima in cui il bambino possa restare bambino, sentendosi custodito da una rete di relazioni che, pur ferite, continuano a prendersi cura di lui.