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Cristo “divina botte”: dalle parole alla mente. La preghiera negli scritti di Santa Caterina da Siena.

DIOCESI – Nel giorno in cui la Chiesa ricorda Santa Caterina da Siena, oggi, 29 Aprile 2026, vogliamo onorare questa ricorrenza  pubblicando una riflessione  di don Francesco Mangani riguardante il valore della preghiera ed ispirata al celebre “Dialogo della Divina Provvidenza“, uno dei capolavori della letteratura religiosa tardomedievale in cui la mistica toscana, che era analfabeta, rivela la sua straordinaria dottrina spirituale.

Di Don Francesco Mangani

Cos’è la preghiera?

Parlare di preghiera è sempre molto difficile, perché spesso e volentieri si cade in una visione riduttiva e utilitaristica: si prega aspettandosi un risultato immediato, come se Dio dovesse rispondere secondo le nostre attese, trasformandolo quasi in una sorta di “lampada di Aladino”. Oppure la preghiera viene vissuta come un insieme di formule ripetute in modo distaccato e formale, svuotate di interiorità. Ma la preghiera cristiana, soprattutto nella sua dimensione più autentica e mistica, è ben altro: è una ricerca, un cammino, un entrare progressivamente in una relazione viva con Dio; una relazione totalizzante, permanente e continuativa, che coinvolge tutta l’esistenza.
I grandi mistici della tradizione ci hanno consegnato questa visione alta e profonda della preghiera. Tra questi, Caterina da Siena (1347-1380), senza dubbio tra le più grandi ed incisive “maestre di preghiera“. Nel suo celebre Dialogo della Divina Provvidenza, ella affronta il modo di relazionarsi con Dio in modo straordinariamente lucido e teologico. Lasciamoci dunque guidare da Caterina, per entrare più profondamente nel mistero della preghiera.

Le “parole” di Gesù a Caterina: dalle ansie al desiderio.

In un passo del Dialogo della Divina Provvidenza, in cui è Cristo stesso, in locuzione, a parlare a Caterina, emerge con chiarezza il carattere profondamente mistico e rivelativo del suo insegnamento: una vera pedagogia divina che conduce l’anima alla verità della relazione con Dio. Il punto di partenza è decisivo e non può essere aggirato, in quanto è la spina dorsale di tutta la mistica occidentale: la conoscenza di Dio e di sé.

Entrare nella “casa del conoscimento di sé”

Dice Gesù a Caterina che solo nella “casa del conoscimento di sé” l’anima scopre la propria povertà, il proprio limite e il proprio peccato. In questa verità umana si apre lo spazio della conoscenza autentica di sé in Dio. Riflettiamo: “Casa del conoscimento”, un’immagine potente per indicare la vita intima. Senza questo entrare nell’intimo la preghiera rimane superficiale, formale, incapace di generare trasformazione. Non a caso il Signore stesso nel Dialogo cateriniano afferma:

Colui che prega deve condire la conoscenza della mia bontà con la conoscenza di sé, e la conoscenza di sé con la conoscenza di me. In questo modo la preghiera vocale sarà utile all’anima, e piacevole per me. E perseverando in tale preghiera vocale imperfetta, giungerà all’orazione mentale perfetta“.

Preghiera vocale, preghiera mentale

Da qui si comprende la gerarchia tra le forme della preghiera: l’orazione mentale (detta anche meditazione) è superiore a quella vocale, non perché la seconda sia inutile, ma perché trova il suo compimento solo quando è abitata interiormente e trasfigurata dall’amore. Molti, infatti, si fermano alla superficie del dire, senza entrare nella profondità del proprio essere, senza elevare il pensiero a Dio. Caterina vuole dunque aiutarci ad uscire dalle ansie e da certe forme schematiche e nevrotiche di “pregare”. Continua Gesù:

Ma non pensare che si riceva tanto ardore e nutrimento da questa orazione solamente con l’orazione vocale, così come fanno molte anime, la cui preghiera è fatta di parole più che di affetto, e non pare che si dedichino ad altro se non a terminare i molti salmi e a dire i molti paternostri. E raggiunto il numero delle preghiere da essi stabilito, non pare che pensino ad altro. Sembra che facciano consistere l’orazione soltanto nella recita vocale. Ma non devono fare così, perché non dicendo altro che parole ricavano poco frutto, e la cosa non è gradevole per me“.

Qui la parola divina smaschera una tentazione sempre attuale, e cioè quella di ridurre la preghiera a prestazione abitudinaria, a conteggio di devozioni, a semplice esecuzione di preghiere preconfezionate.
Per questo il Signore aggiunge un monito netto, che rivela la natura autentica dell’orazione: «Ma se (l’anima) pensasse semplicemente a completare il numero di preghiere che ha stabilito di recitare, trascurando la preghiera interiore, non vi giungerebbe mai».
La preghiera, infatti, non nasce dalla moltiplicazione delle parole, ma dall’intensità del desiderio interiore; non è anzitutto un atto esterno, ma un movimento interiore dell’anima che si eleva a Dio attraverso la riflessione meditativa. In questo senso Cristo stesso chiarisce:
«Vedi che l’orazione perfetta non si raggiunge con molte parole ma con il sentimento del desiderio, innalzandosi in me con la conoscenza di sé».
È il “desiderio santo”, radicato nella carità, che rende la preghiera continua, ossia relazione viva con Dio.

Dalle formule al dialogo mentale

L’anima, ancora imperfetta, comincia con la preghiera vocale per non cadere nell’ozio, ma è chiamata, mentre pronuncia le parole, a elevarsi interiormente, meditando su di sé, i propri limiti, e sul mistero del sangue di Cristo, segno supremo della carità divina che perdona ed eleva all’amore di Cristo:
Le formule devono quindi smuovere il desiderio della mente: “Mentre (l’anima) recita le formule, si deve preoccupare di innalzare e orientare la sua mente al mio affetto”, e poi la parte più pratica e sicuramente utile per capire come la sola voce non basta per poter ascoltare la voce interiore dove Dio “parla. Continua Gesù: “Alcune volte l’anima è così ignorante che, quando io visito il suo spirito, in un modo o in un altro – alcune volte facendogli conoscere i suoi peccati per una vera contrizione, alcune volte manifestando la larghezza della mia carità, alcune volte illuminando la sua mente con la presenza della mia Verità, in diversi modi, secondo che piace a me o secondo che l’anima abbia desiderato – questa, per completare i suoi esercizi, trascura la mia presenza in sé, per lo scrupolo di coscienza di lasciare quella recita che ha cominciato. Non bisogna fare così, perché questo è un inganno del demonio; ma quando si sente che la mente si prepara alla mia visita, nei tanti modi che ho detto, deve abbandonare subito l’orazione vocale“.

“Abbandonare subito la preghiera vocale”; affermazione forte ma necessaria per coloro che hanno l’ansia di dire e finire le loro preghiere, lasciandosi logorare dagli scrupoli. Il Signore vuole “dialogare” ma “mentalmente”, nell’intimo. Vuole toccarci con la sua misericordia ma spesso si continua a coprire la sua voce con mille parole umane. L’orazione mentale è quindi un momento in cui ci fermiamo e sprofondiamo nel dialogo vivo con la Parola. Tuttavia la fedeltà alla preghiera che ci siamo prefissati di dire non è mai inutile; Gesù infatti aggiunge: “(L’anima) terminata la preghiera mentale, se egli ha ancora tempo può riprendere quella vocale che s’era proposto di dire, ma se non ha tempo non se ne deve turbare, né preoccupare“, per indicare che non dobbiamo essere ansiosi, né pensare che il Signore si offenda se non preghiamo come ci siamo prefissati. La preghiera è infatti nelle intenzioni; il Signore non vuole che ci stanchiamo, né chiede inutili e sterili sforzi. Al Signore interessa la nostra pace che sgorga da un processo spirituale profondamente unitario, intriso di umiltà: “Così la conoscenza di sé e la considerazione dei suoi difetti gli permetteranno di conoscere la mia bontà in sé e di continuare l’esercizio della preghiera con vera umiltà…“. È in questo intreccio che l’anima cresce, si purifica e raggiunge il culmine: “Il desiderio santo è continua orazione“, perché la volontà, purificata e orientata a Dio, rimane stabilmente in Lui. Così anche l’agire per il prossimo diventa preghiera, e la distinzione tra vita attiva e contemplativa si ricompone nell’unità della carità.

Termino dunque con una preghiera di Caterina stessa, dove Cristo è, in maniera molto originale, dipinto come una “botte” di amore. Una preghiera più che da dire con la voce è da far risuonare nella mente, per riaccendere quel “santo desiderio” che è vera e costante preghiera:
O botte stillante, che disseti e inebri ogni innamorato desiderio, e dai letizia e illumini ogni apprendimento, e riempi ogni memoria che in te s’affatica, così tanto che altro non può ricordare, né altro pensare, né altro amare se non te dolce e buon Gesù, sangue e fuoco, ineffabile amore (L 273)!”.