DIOCESI – Prosegue la nuova rubrica, “Questo non lo sapevo”, curata da Don Francesco Mangani, sacerdote della diocesi di Ascoli Piceno. I lettori possono inviare le loro domande all’indirizzo e-mail settimanaleancora@gmail.com oppure scriverle come commento a questo articolo.
Leggi i precedenti articoli:
1 “Questo non lo sapevo” Il voto di castità è solo per i religiosi o anche per i preti?
2 “Questo non lo sapevo”: La Bibbia parla di alieni?
Vi ringraziamo per le tante domande che stanno arrivando. Oggi rispondiamo a questa interessante questione sulla maternità di Dio: “Ma Dio è uomo o donna? È Padre ma anche una “madre”? Cosa dice la Bibbia?”
La fede cristiana ha come centro il mistero del Dio trinitario. Tuttavia, proprio nel cuore di questa confessione si apre una riflessione fondamentale: Dio, nella sua vita intima, nella sua immanenza, rimane un mistero. La Trinità nella sua immanenza è insondabile, inaccessibile alla pura ragione umana. Non è oggetto di conquista intellettuale, né è riducibile a concetto, astrazione o formula concettuale.
Noi non possiamo conoscere Dio per ciò che Egli è in sé stesso, ma per quello che Egli ha voluto manifestare di sé nella storia, nel modo in cui si è rivelato. È nella storia della salvezza, culminata in Gesù Cristo, che Dio si è reso conoscibile, parlando un linguaggio umano, simbolico-analogico. Tra questi linguaggi, quello della paternità occupa un posto centrale.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma: “In molte religioni Dio viene invocato come «Padre». Spesso la divinità è considerata come «padre degli dèi e degli uomini». Presso Israele, Dio è chiamato Padre in quanto Creatore del mondo. Ancor più Dio è Padre in forza dell’Alleanza e del dono della Legge fatto a Israele, suo «figlio primogenito» (Es 4,22). È anche chiamato Padre del re d’Israele. In modo particolarissimo egli è «il Padre dei poveri», dell’orfano, della vedova, che sono sotto la sua protezione amorosa” (CCC 238).
La paternità divina, dunque, si radica nell’esperienza religiosa universale, ma assume nella rivelazione biblica una profondità unica: Dio è Padre perché crea, perché cura e protegge e soprattutto perché entra in relazione con il suo popolo.
Ma Dio è anche una “madre”?
Il Catechismo introduce subito una precisazione decisiva che riguarda anche l’aspetto “materno” di Dio: “Chiamando Dio con il nome di «Padre», il linguaggio della fede mette in luce soprattutto due aspetti: che Dio è origine primaria di tutto e autorità trascendente, e che, al tempo stesso, è bontà e sollecitudine d’amore per tutti i suoi figli. Questa tenerezza paterna di Dio può anche essere espressa con l’immagine della maternità, che indica ancor meglio l’immanenza di Dio, l’intimità tra Dio e la sua creatura. Il linguaggio della fede si rifà così all’esperienza umana dei genitori che, in certo qual modo, sono per l’uomo i primi rappresentanti di Dio. Tale esperienza, però, mostra anche che i genitori umani possono sbagliare e sfigurare il volto della paternità e della maternità. Conviene perciò ricordare che Dio trascende la distinzione umana dei sessi. Egli non è né uomo né donna, egli è Dio. Trascende pertanto la paternità e la maternità umane, pur essendone l’origine e il modello: nessuno è padre quanto Dio” (CCC 239).
Questa affermazione tocca il punto centrale: il linguaggio della paternità applicato a Dio non è biologico, ma analogico. Dio non è “maschio”, né un uomo proiettato nel cielo. Egli trascende ogni distinzione sessuale. Diceva Joseph Ratzinger nel libro Dio e il mondo (2001):
“Dio è Dio. Non è né uomo né donna, ma è al di là dei generi. È il totalmente Altro. Credo che sia importante ricordare che per la fede biblica è sempre stato chiaro che Dio non è né uomo né donna, ma appunto Dio, e che uomo e donna sono la sua immagine. Entrambi provengono da lui ed entrambi sono racchiusi potenzialmente in lui”.
Pertanto, la paternità, nel linguaggio biblico della rivelazione, indica l’origine, il dono, la relazione, l’amore generativo di Dio.
Proprio per questo, il Catechismo afferma che, quando Dio esprime la sua tenerezza, quest’ultima può essere espressa anche attraverso immagini materne. Dio quindi, non essendo una realtà duale o sessuata, ha in sé tutta la pienezza di ogni amore umano. In Dio non c’è divisione: c’è la sorgente di ogni affettività che ognuno incarna nell’esperienza umana.
L’errore delle interpretazioni ideologiche
Questo dato è fondamentale anche per evitare letture ideologiche contemporanee. Il fatto che Dio sia chiamato “Padre” non può essere interpretato con categorie moderne, come se si trattasse di una costruzione di una cultura maschilista figlia del passato.
Alcune interpretazioni, soprattutto di matrice femminista, hanno letto il linguaggio della fede come espressione di un sistema patriarcale di dominio. Già in passato vi sono state distorsioni. Emblematico il caso di Guglielma di Milano, mistica eretica della prima metà del XIII secolo, che professava un millenarismo in cui si attendeva l’Incarnazione femminile di Dio. I seguaci di Guglielma, i guglielmiti, credevano infatti che Guglielma fosse lo Spirito Santo incarnato in forma femminile, portatrice di una nuova era di grazia, una Chiesa guidata dalle donne.
Questo fa comprendere ancor meglio che ogni interpretazione di stampo biologico applicata a Dio non regge, né teologicamente né razionalmente. Ridurre il linguaggio spirituale della rivelazione a una categoria che non le appartiene è sempre errato e porta fuori strada.
Allo stesso modo, è necessario correggere un’altra convinzione che si è diffusa in epoca post-illuminista, tra Ottocento e primo Novecento: la contrapposizione tra un Dio dell’Antico Testamento ritenuto violento e giustiziere e un Dio del Nuovo Testamento finalmente buono e misericordioso. In verità, un’idea analoga fu già espressa dall’eretico Marcione (ca. 85–160 d.C.). Come sempre, le “eresie”, di tanto in tanto, riaffiorano lungo i secoli: cambiano d’abito, ma la sostanza rimane sempre la stessa. La Chiesa ha sempre rifiutato questa idea per svariate ragioni, in quanto è una lettura teologicamente insostenibile e profondamente sbagliata. Dio è uno solo. Non esistono due divinità, ma un’unica storia di rivelazione.
È vero che l’Antico Testamento porta con sé linguaggi duri, legati a contesti storici e culturali segnati da violenza e da una non ancora maturità raggiunta nella relazione con Dio. Lo stesso Gesù parla della durezza del cuore in epoca mosaica, motivo per cui Dio ha predisposto leggi più “forti” per educare il suo popolo (cf. Mt 19,8). Dio parla di sé proprio attraverso la storia umana, a un’umanità a volte segnata da guerre e violenze. Eppure, in questa storia piena di contraddizioni, vi è un filo conduttore da intercettare che conduce al vero volto di Dio.
Proprio in molti di questi testi biblici più antichi troviamo alcune delle immagini più alte e commoventi della tenerezza divina.
Dio è presentato come una madre che non può dimenticare il figlio del suo grembo (cf. Is 49,15), come una donna che consola e allatta il suo popolo (cf. Is 66,13), che nutre e accarezza con amore delicato e concreto.
Questo significa che la maternità di Dio non è una scoperta moderna, ma è già inscritta nella rivelazione biblica. Non cambia il nome di Dio, ma ne approfondisce la comprensione.
Disse Papa Giovanni Paolo I nel celebre Angelus del 10 settembre 1978: “Noi siamo oggetti, da parte di Dio, di un amore intramontabile. Sappiamo: ha sempre gli occhi aperti su di noi, anche quando sembra ci sia notte. È papà; più ancora, è madre”.
