di Pietro Pompei
Riflettere oggi sul tema della pace, a sessantatré anni dalla pubblicazione della Pacem in terris, significa anzitutto tornare al clima storico in cui vide la luce l’ultima enciclica di Papa Giovanni XXIII. Ma significa anche riscoprire il legame profondo tra quel testo e la figura di Angelo Roncalli, con la sua visione della Chiesa e del mondo.
Il confronto tra epoche così distanti non è semplice. Eppure, alcune analogie emergono con forza. Era il 1963 quando l’enciclica veniva promulgata, in un contesto segnato da tensioni internazionali e dalla minaccia nucleare. Oggi, in un mondo nuovamente attraversato da conflitti e instabilità, un altro Pontefice si leva come “profeta disarmato”, invocando riconciliazione e dialogo tra i popoli.
Le encicliche non sono mai esercizi teorici o puramente intellettuali. Nascono dalla storia e nella storia si incarnano, parlando al loro tempo ma anche oltre esso. È proprio questa dimensione insieme concreta e profetica che rende la Pacem in terris ancora attuale. Non solo: molte delle sue affermazioni sembrano oggi persino più significative di quanto non apparissero allora.
Tra i nuclei più attuali dell’enciclica vi è l’idea dell’unità della famiglia umana e del bene comune universale. Concetti che, nel mondo globalizzato, acquistano una nuova forza interpretativa. I richiami alla necessità di rinnovare le relazioni internazionali, di rafforzare la fiducia tra le nazioni e di riformare gli organismi sovranazionali risuonano oggi con particolare urgenza. Allo stesso modo, il tema dei diritti umani — anche nelle loro forme più recenti — trova nel testo di Giovanni XXIII un fondamento solido e lungimirante.
Particolarmente innovativa è la prospettiva della “cittadinanza mondiale”. L’appartenenza di ogni persona alla famiglia umana la rende titolare di diritti e doveri universali. È un messaggio di grande forza: ogni essere umano, semplicemente esistendo, merita attenzione, cura e rispetto. Nessuno è superiore a un altro; ciascuno è chiamato a contribuire al bene comune.
In questa visione si inserisce anche quello che oggi definiremmo “capitale sociale globale”: la fiducia reciproca tra i popoli, la capacità di cooperare per fini comuni, la solidarietà e la condivisione di valori. Sono elementi essenziali per prevenire conflitti e costruire una convivenza autenticamente umana.
La Pacem in terris fu accolta con favore universale non solo per la profondità dei suoi contenuti, ma anche perché rifletteva pienamente lo stile di vita di Giovanni XXIII. Il suo insegnamento appariva credibile perché incarnato nella sua esperienza di sacerdote, vescovo e papa. In lui, molti riconoscevano la testimonianza concreta di una convivenza fondata su verità, giustizia, amore e libertà.
È proprio questa concretezza a rendere l’enciclica ancora oggi viva. Essa non si limita a indicare principi astratti, ma propone percorsi reali, praticabili in ogni contesto. Interpreta le paure e le speranze degli uomini e delle donne di ogni tempo e affida a ciascuno la responsabilità — e la possibilità — di contribuire alla costruzione, sempre incompiuta, della pace.