
Di Alessandro Di Medio
La Settimana Santa è il tempo prezioso in cui, ogni anno, vengono rivelati massimamente due cuori: quello di Dio e quello dell’uomo. Quello di Dio è rivelato in Cristo: un cuore donato, spezzato, schiacciato, perforato… un cuore ardente, glorificato, amplificato… e tutto questo per amore di quell’altro cuore, il cuore nostro.
Che cuore dell’uomo emerge dai racconti e dagli eventi di questi giorni?
Sicuramente un cuore pieno di ambivalenze, ambiguità, contraddizioni. Pensiamo alla celebrazione che inaugura la Settimana Santa: la Domenica delle Palme E della Passione. Già nel suo nome completo, dovrebbe turbarci: in un’unica celebrazione noi accompagniamo Gesù dalle acclamazioni e dai cortei trionfali agli insulti e all’uccisione di croce – e sono le stesse persone a fare ciò, in entrambi i momenti, uno di seguito all’altro. Siamo noi.
Riconoscimento e misconoscimento, luce e tenebre, amore e odio. Ecco i cuori di cui si è innamorato il Signore. E questi stessi cuori, i nostri, se si soffermano a pensare a tutto questo, si ribellano, non possono accettare l’evidente non corrispondenza che viene messa alla luce. Pietro giovedì sera lo dice a nome di tutti noi: “Tu non mi laverai i piedi in eterno!” (Gv 13, 8). Preferiremmo identificarci con la parte solare e vendibile di noi stessi, magari cassando, celando quella in ombra, ambigua, sfuggente, cattiva, e invece il Signore punta proprio a quella, per amarci a partire da lì.
Amore umile che non cambia il nostro atteggiamento: nel Getsemani tutti se la batteranno, lasciandolo da solo, anzi, meno che solo, perché attorniato da traditori – e siamo così arrivati a Venerdì.
Nel Venerdì santo “ammirare” Gesù, o atteggiarsi ad affettata devozione dolorista, sarebbe troppo comodo, perché ci lascerebbe intatti. Sarebbe forse meglio avere il coraggio di stanare la nostra effettiva freddezza e distanza da tutto quello che si svolge sul Golgota, perché questo ci metterebbe davanti a un bivio: fare come Giuda, negando che a noi di quello che il Signore fa in fondo non ce ne importa nulla, e che la Croce ci fa paura; allora, non sopportando la nostra manchevolezza cercheremo di ucciderla, censurandola, con il risultato di una vita scissa tra ideale e reale, perenne tradimento del secondo a scapito del primo. Oppure, come Pietro (ma solo dopo un po’) accettare di deporre le nostre pretese su noi stessi, iniziando finalmente a guardare nella direzione giusta, cioè verso di Lui, e allora il dispiacere per noi stessi (forma patetica di egocentrismo) lascerà il posto alla gratitudine.
Faremo nostro così, almeno liturgicamente, il moto della celebrazione del Venerdì, che è diametralmente opposto a quello di domenica scorsa: qui dalla passione si va all’acclamazione, dall’odio e dalla fuga da se stessi al riconoscimento di questa regalità tanto particolare: “Venite, adoriamo!”.
Baciare la Croce nella Liturgia della Passione è sì un gesto di adorazione verso il Signore, ma forse è anche l’invito, in Lui e mediante la sua Croce, a riconciliarci con quella nostra insanabile fragilità, in cui ha voluto darci appuntamento l’Amore. Accettando i nostri poveri baci, ci insegna che possiamo accettare di essere contraddittori e ambigui, e che il Signore si accontenta di quel poco che riusciamo a corrispondergli, gli va bene, perché il resto ce lo mette Lui. Sempre, e volentieri. Di cuore.