“Quel cieco sono io e, come fa con lui, anche con me così farà il Signore: verrà a rialzarmi, portandomi via dalla mia tristezza”.
“Anche se a volte non mi sento accettato nelle amicizie, con il Signore non sarò mai più solo”.
Con queste parole, cariche di speranza, Sofia Vallorani e Piergiorgio Fazzini, due giovani di 19 anni, riassumono l’incontro “Tornò che vedeva – Passi di speranza“, la celebrazione penitenziale rivolta ai ragazzi e alle ragazze delle Diocesi del Piceno che ieri, Lunedì 30 Marzo 2026, si sono riuniti alle ore 19:30 presso i locali della parrocchia Cristo Re a Porto d’Ascoli.
L’appuntamento, al quale ha preso parte anche l’arcivescovo Gianpiero Palmieri, è stato curato dalle Equipes di Pastorale Giovanile delle Diocesi di San Benedetto del Tronto – Ripatransone – Montalto e di Ascoli Piceno, coordinate rispettivamente da don Matteo Calvaresi e don Luca Censori.
Durante la serata, oltre a consumare insieme una cena frugale presso l’oratorio, i giovani presenti si sono radunati presso il cineteatro parrocchiale per ascoltare con attenzione una meditazione del vescovo Gianpiero sulla pericope del Vangelo di Giovanni riguardante l’incontro di Gesù con il cieco nato, poi si sono recati presso la chiesa per un momento di adorazione eucaristica e per ricevere il Sacramento del Perdono.
Fatti di fango e Spirito, quindi preziosi agli occhi di Dio
Durante l’incontro, mons. Palmieri, riflettendo sul brano del Vangelo di Giovanni riguardante il modo in cui si comporta il cieco nato, ha rintracciato alcuni atteggiamenti che anche noi spesso siamo soliti avere:
“Immagina di essere cieco dalla nascita: non hai mai visto i colori, non hai mai visto il mare, non hai mai visto le montagne, hai sentito sempre parlare della bellezza di queste cose, ma tu non le hai mai viste. In queste condizioni, cosa puoi fare? Ti senti di poter fare un’unica professione: ti siedi in un punto in cui passa la gente e per campare cominci a mendicare. Mentre la gente si muove, si sposta, va e viene, tu invece stai lì, a terra, fermo. E ti metti a mendicare. La parola mendicare significa ‘dire ciò che mi manca’: ad alta voce, davanti a tutti, io dico a quelli che entrano nel tempio che io sono cieco. E magari dentro di me mi chiedo se sia colpa mia o dei miei genitori e mi chiedo se forse anche per Dio sono una specie di maledetto. Come Bartimeo, un altro cieco di un’altra pagina di Vangelo, che viene identificato come il figlio di Timeo, senza una precisa identità, senza un nome preciso.
Diciamocelo francamente:
Quante volte anche tu tendi a guardare il negativo nella tua vita?! ‘Signore, non sono capace di fare questo’; Signore, mi manca questa cosa’; … Lo facciamo tutti.
Quante volte ti senti di non avere una personalità? ‘Sono sempre l’amico di Tizio, il fratello di Caio, il figlio di Sempronio’, …
Andando in giro per le Cresime, ogni tanto trovo qualche ragazzo o qualche ragazza presuntuosi, ma la maggioranza dei ragazzi non si piace, non si vuole bene nemmeno un po’ e, quando ci parlo a tu per tu, scopro che spesso sono più vicini al cieco nato, che si butta giù, anziché ai Farisei, che pensano di essere chissà chi!
Spesso anche noi siamo tentati di vivere con quella tristezza del cieco nato e passiamo la vita a mendicare, a lamentarci delle nostre mancanze, ad essere infelici, a volte anche convinti che in fondo ce lo siamo meritato e che il Signore non ci vuole bene, non ci guarda neanche. Il Signore, allora, non può sopportare che tu rimanga così, non lo condivide affatto, perché Lui non ti ha fatto così, Lui ti ha fatto come un capolavoro. Tu sei fatto – dice la Bibbia – di due elementi fondamentali: di fango, che è terra mista ad acqua, e sei fatto di vento. Vi ricordate che quando Dio crea l’essere umano – che non è ancora né maschio né femmina – lo fa di fango e poi, ad un certo punto gli soffia sulle labbra l’alito di vita. Per questo motivo, visto che sei fatto di fango, certe volte ti guardi e non ti piaci; ma ricorda che sei fatto anche del soffio di Dio e questo ti rende unico e preziosissimo agli occhi di Dio!“.
Il vescovo Gianpiero ha poi raccontato la sua prima vera confessione, ricordando le parole che gli disse il prete: “Smetti di lamentarti, di piangerti addosso, di dire che non vali niente e che non ce la farai. Al Signore, più che del tuo peccato, dispiace il tuo scoraggiamento che non ha nessuna fiducia, né in Lui né in te stesso“. “Quelle parole – ha detto il vescovo Gianpiero – mi diedero una grande pace e, a 15 anni, mi salvarono dal diventare cieco”.
Il Signore ci porta via dalla tristezza
Sofia Vallorani, della comunità di Sant’Antonio di Padova a San Benedetto del Tronto, racconta:
“Quando il vescovo Gianpiero ha detto che il cieco non ha nome, perché è ciascuno di noi, io mi sono sentita chiamata in causa e ho pensato a tutte le volte che penso di non farcela, come in questo periodo in cui mi sento sovrastata dagli impegni universitari e da molti altri impegni. A volte mi sento incapace, non mi sento all’altezza, così mi faccio tanti pensieri che mi buttano giù e mi ritrovo con quella tristezza esistenziale da cui anche il cieco nato si sente sopraffatto. Così mi affanno e mi lascio vincere da tutto quello che ho da fare e distolgo lo sguardo da Gesù.
Eppure, nonostante nessuno si sia avvicinato al cieco, Gesù si ferma e lo ama per quello che è! Gesù gli restituisce un’identità, proprio a lui che non veniva chiamato neanche per nome! Gesù si abbassa per cercare proprio lui: è come se lo rimettesse alla vita! Allora, anche io mi sento di dire al Signore ‘Amami come fai con il cieco. Amami così come sono io, che magari sono presa dalle mie cose, che a volte mi scordo di te, che ti faccio arrabbiare, che faccio di testa mia, che sono presuntuosa, che mi lamento. Aiutami a riconoscere i momenti in cui mi vieni incontro come hai fatto con il cieco, riempimi del tuo amore e rimettimi in cammino!’“.
Con il Signore non saremo mai soli
Piergiorgio Fazzini, della parrocchia Cristo Re di Porto d’Ascoli, dichiara:
“Mi ha colpito molto la spiegazione che ha fatto il vescovo Gianpiero sul cieco nato: è vero quando dice che spesso ci lasciamo annebbiare la vista dalle cose negative che ci succedono oppure da quello che non abbiamo e magari non apprezziamo la bellezza delle piccole cose e non ci valutiamo granché. Per questo motivo ci ha invitato a guardare il mondo e la vita da un’altra prospettiva, cioè con lo sguardo della fede, che ci consente di vedere meglio, di gioire della bellezza che c’è intorno a noi nella quotidianità e di sentirci amati.
Mi ha colpito anche la canzone di Jovanotti, quando dice che io so che non sono solo, anche quando sono solo. E mi sono sentito particolarmente sollevato anche dalle parole che il vescovo Gianpiero mi ha detto in privato. Ho capito che, anche se a volte non mi sento accettato o accolto dagli amici, non devo pensare di essere sbagliato né devo avere paura di restare solo, perché, come mi ha ripetuto più volte, con il Signore, io non sarò mai solo“.




















