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Direttore Pompei: I miei “Esercizi Spirituali” continuano alla sequela di Gesù, mentre continuano le mie terapie

Di Pietro Pompei

I miei “Esercizi Spirituali” continuano alla sequela di Gesù, mentre continuano le mie terapie.

Dopo aver chiesto alla Madonna, di ottenerci il dono di una fede salda,
guidandoci nel cammino quaresimale, e dopo aver cercato di confutare i negatori dell’esistenza storica di Gesù, ho messo a soqquadro  la mia biblioteca per cercare degli argomenti su Dio e perché viene sostituito da Padre.

Solo conoscendo Gesù, si conosce il Padre: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto (Gv. 14,6-7).

La tua fede ti ha salvato”, dice Gesù alle persone che ha guarito. Ma fede in che cosa? Papa Benedetto XVI ha risposto: “Nell’amore di Dio. Ecco la vera risposta, che sconfigge radicalmente il Male. Come Gesù ha affrontato il Maligno con la forza dell’amore che gli veniva dal Padre, così anche noi possiamo affrontare e vincere la prova della malattia tenendo il nostro cuore immerso nell’amore di Dio”.

Se poi aggiungo “ABBÀ”!!!

Sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno. Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché Egli sia il primogenito tra molti fratelli (8,28-29), Ecco la più significativa rivelazione che Dio ha fatto di se stesso all’umanità: Egli è Padre, Figlio e Spirito Santo. Dio ci ha alzato il velo sul mistero delle sue “facce interiori” confidandoci che cosa siamo chiamati ad essere nel Figlio suo, il Cristo. La parola più ricca rivelata da Dio a noi e su di noi è che siamo chiamati ad essere fratelli e sorelle di Cristo partecipi della natura divina e inseriti nella dinamica vita interiore del Dio Trinitario. Il Padre “mandò suo Figlio, nato da donna, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Gal.4,4-5). Ancora:” Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida; “Abbà Padre” (Gal.4,6) L’amore di Dio è riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito (Rm 5,5) (Spirito di Cristo e Spirito nostro) grazie al quale siamo resi capaci di chiamare il Padre “Abbà”.

L’aspetto più fascinoso della nostra trasformazione nell’io di Cristo è il privilegio di chiamare il Padre “Abba”, cioè col nome stesso con cui lo chiamava Cristo. La parola abba in aramaico significa padre ma è una forma affettuosa, corrispondente al nostro papà . I bimbi del tempo di Gesù con questa parola chiamavano con amorosa confidenza il proprio padre. Questa stessa parola pronunciata da Gesù in riferimento a Dio, spesso ha creato un certo turbamento in alcuni ambienti ebraici. Questo termine, in bocca di Gesù, era un segno dell’unicità del rapporto che lo legava al Padre.

Il fatto che noi pure, grazie al dono dello Spirito di Cristo, possiamo chiamare il Padre rivolgendogli l’appellativo affettuoso ed intimo di “Abbà” ha un altissimo valore curativo. Per mezzo dell’incarnazione, morte e risurrezione di Cristo ci è offerto il potere di diventare figli del Padre, fratelli e sorelle del Figlio e possessori dello Spirito del Padre e del Figlio. La più efficace forma di guarigione, quindi, giunge al cristiano che osa (audemus dicere) chiamare il Padre col nome di “Abbà” che fa del Padre il centro vitale della propria consapevolezza, come è stato ed è per sempre il centro vitale della consapevolezza di Gesù Cristo. In una autentica coscienza cristiana non c’è posto per nessuna prospettiva che tenda a lasciare cadere dal proprio dizionario la parola Dio o a sospendere di rivolgersi al Padre con il confidenziale appellativo di “Abba”. Oggi, più che mai, il cristiano dovrebbe “osare” di rivolgere con gioia a Dio il nome di “Papà” e di affidarsi a lui come il bimbo si abbandona tra le braccia del papà terreno.

La piena realtà della partecipazione dell’uomo all’io di Cristo è un mistero che supera la comprensione umana. Tra le varie dimensioni della nostra trasformazione dell’io di Cristo si possono ricordare quella sacramentale, morale ed ascetica, quella ontologica, quella legata all’illuminazione è quella mistica. Ciascuno di questi modi di partecipare all’io di Cristo e gravido di significato e dovrebbe formare l’oggetto di una meditazione sempre più approfondita e di una contemplazione risanatrice.

Leggendo i primi scritti cristiani, le lettere di San Paolo vediamo che nelle intestazioni l’apostolo mette sempre il riferimento a Dio Padre Tessalonicesi 1,1; 1 Corinti 1,1-3; 2 Corinti 1,1-2; Galatini 1,1; Filippesi  1,1;1 Romani 1,7 Come si può vedere in tutte le lettere che Paolo rivolge ad una comunità l’ intestazione dei destinatori  contiene già l’espressione Dio Padre o Dio Padre Nostro. È cioè avvenuto un cambiamento epocale.

Nella predicazione di Gesù la paternità è sempre caratterizzata da tratti molto dolci, forse Gesù non si accorgeva della loro severità? No la conosceva benissimo … Abbiamo infatti una sua parabola che ha per protagonista appunto un severo papà palestinese del primo secolo: e la parabola che (impropriamente) viene detta del “Figliol Prodigo”. Qualcuno la definisce “la Magna Carta” del Cristianesimo, perché lì Gesù esprime il modo in cui Lui intende il volto del Padre.
Anche qui ci si potrebbe chiedere: “Perché sottolineare tanto questa parabola? Gesù ne ha raccontate molte altre … perché è l’unica parabola che ha per protagonista un padre; e noi facendoci il segno di Croce diciamo appunto: “Nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo. Se per noi discepoli Padre è addirittura il nome della Prima Persona della Trinità e, fra tutte le parabole di Gesù, ne troviamo una che ha per protagonista appunto un padre non possiamo essere incuriositi!
Un padre normale, per la Palestina di quei tempi. Però, quando si arriva al nocciolo, questo padre severo, tirato, prudente diventa magnifico: getta le braccia al collo del figlio, è talmente felice che non capisce più niente. Perché egli vuole bene, gli ha sempre voluto bene, si può dire che lui ci stava male che questo figlio fosse andato via e non si sapesse più nulla di lui. Chissà quante volte ci aveva pensato, era sempre nel suo cuore. E allora si spiega perché, quando lo vede da lontano, gli corre subito incontro, non gliene importa niente del passato; gli importa solo quello che sta avvenendo adesso, che il figlio sia lì. L’amore per lui fa passare in secondo piano ogni altra considerazione.

La cosa importante è capire che per Gesù è così: Dio è come questo padre palestinese. Paternità che lui non esitava ad attribuire a Dio. Bene, Secondo me, questo brano è la Magna Carta del Cristianesimo, Nel senso che qualsiasi cosa venga detta su Dio, va sempre passata al vaglio di questa parabola. Perché qualsiasi cosa ti dicano su Dio se vuoi essere cristiano devi riuscire a conciliarla con questo padre palestinese descritto da Gesù. Quando Gesù parlava di Dio come di un padre era questo il volto che gli dava.

Nel quarto Vangelo troviamo: “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10,30) e questo rapporto di Gesù col Padre è pregiudiziale per tutti gli altri; se non conosci Gesù non puoi dire di conoscere Dio.   Nel prologo del Vangelo si afferma infatti: “Dio nessuno lo ha mai visto: l’unico Figlio che è Dio ed è in seno al Padre, è lui che lo ha rivelato (Gv.1, 18)

Solo conoscendo Gesù, si conosce il Padre: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto (Gv. 14,6-7).

Infine L’affermazione più esplicita non si arriva a Dio direttamente, non ci sono visioni di Dio: tutto quello che si può vedere di Dio è semplicemente Gesù :“Gli disse Filippo: Signore mostraci il Padre e ci basta. Gli rispose Gesù: da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi dire: mostraci il Padre? (Gv 14, 8-9)

Attraverso queste affermazioni lo Spirito (Dio stesso in azione) ci dice la dimensione più profonda e importante di Gesù. Sono il punto di partenza per comprendere Dio. Dio va compreso a partire da Gesù

Allora, se devo immaginare Dio in base a Gesù, non lo immagino con i tratti del re, che vince in battaglia, usa la forza, legifera , condanna, punisce e non si lascia avvicinare: queste sono cose che facevano i re, (veramente  anche quasi tutte le persone potenti le fanno)
Ma lo vedo piuttosto come uno dallo sguardo così:  lo sguardo di una persona che valorizza gli altri.

Dio valorizza. E se nella vita non valorizziamo gli altri , non siamo  in comunione con Lui.  Non assomigliamo a nostro Padre.