SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Riportiamo quanto illustrato dal Prof. Nicola Rosetti durante l’incontro che si è svolto in cattedrale il 14 marzo. Per rileggere il primo incontro, vedi: Cattedrale Madonna della Marina, un tesoro da riscoprire.
Entriamo finalmente in chiesa con lo stesso animo del salmista che ha scritto: «Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per contemplare la bellezza del Signore e ammirare il suo santuario» (Sal 27,4). Anche noi entriamo in chiesa per cercare colui che dà pienezza di senso alla vita e per godere delle opere d’arte che sono un riflesso della sua Bellezza. Come cristiani abbiamo bisogno di recuperare la dimensione estetica della fede, una dimensione non accessoria rispetto alla fede, come scopriremo parlando del dipinto absidale.
Entrando in chiesa notiamo la somiglianza fra la nostra chiesa e quella romana di San Giovanni dei Fiorentini in Roma: in entrambi i casi abbiamo 3 navate divise da otto pilastri che formano 15 campate. Ma anche le de orazioni sono molto simili: basta osservare il cornicione, la decorazione dei capitelli e la foggia dei pilastri. Questa somiglianza fu messa in evidenza da don Francesco nel numero del 1908 de L’Operaio nel quale si dava notizia dell’inaugurazione della chiesa.
Prima di parlare delle cappelle laterali e degli altari ricordiamo che questi ultimi provengono dalla demolita chiesa ascolana di San Filippo in Ascoli e dalla sconsacrata chiesa di Sant’Agostino in Ripatransone. Non percorreremo la basilica in modo lineare, ma seguiremo un percorso tematico che partirà da Cristo, passerà attraverso Maria e i Santi e si concluderà con un omaggio a don Francesco e a don Luigi Sciocchetti.
Appena entrati in Chiesa ci imbattiamo nel Battistero, il luogo in cui ordinariamente si amministra il Battesimo. La sua posizione ha un significato doppiamente simbolico. In primo luogo il Battistero si trova a ridosso dell’ingresso della chiesa perché come attraverso la porta entriamo nella chiesa, così con il Battesimo veniamo introdotti nella comunità cristiana. Inoltre, in molte chiese, proprio come nella nostra, il Battistero è collocato a destra di chi presiede perché, se la chiesa rappresenta il Corpo di Cristo, il fonte battesimale allude al fianco del costato di Cristo dal quale sono fuoriusciti acqua e sangue, unanimemente interpretati dai Padri della Chiesa come segni del Battesimo e dell’Eucaristia. Il Battistero è abbellito dalla presenza di un dipinto di Armando Marchegiani che rappresenta il Battesimo di Cristo: Giovanni Battista versa l’acqua sulla testa di suo cugino che ha i piedi nelle acque del fiume Giordano. Sappiamo che in realtà Gesù fu immerso in esse, essendo questo il significato greco della parola “Battesimo”. Sopra la testa di Gesù si sta posando lo Spirito Santo sotto forma di colomba, così come è attestato in tutti e quattro i vangeli. Assistono alla scena cinque angeli che ci ricordano le l’evangelista Marco: «E subito lo Spirito lo sospinse nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano». La vasca del fonte battesimale richiama la forma ottagonale che rimanda alla vita eterna originata proprio dal Battesimo. Sulla porticina che chiude il luogo che serve a conservare l’olio dei catecumeni è rappresentata una scena di Battesimo: in basso il sacerdote versa l’acqua sulla testa di un bambino mentre in alto vediamo le persone della Trinità che evidentemente ci fanno pensare alla formula battesimale: «Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». Su dei piedistalli sono collocati due angeli: se osserviamo alcune vecchie foto della chiesa in bianco e nero notiamo che questi due angeli erano a guardia del tabernacolo e reggevano dei portacandele. La presenza di due angeli in prossimità del tabernacolo è abbastanza frequente e uno degli esempi più noti è il tabernacolo di Gian Lorenzo Bernini nella Basilica di San Pietro: questa simbologia ci rimanda all’Antico Testamento e in particolare all’Arca dell’Alleanza che conteneva al suo interno le tavole dei Dieci Comandamenti, un po’ di manna e la verga di Aronne. Il coperchio dell’Arca dell’Alleanza presentava due angeli d’oro, come quelli che vediamo rappresentati nella Cappella del Battistero. L’Arca dell’Alleanza era collocata nel Santo dei Santi, la parte più sacra del Tempio di Gerusalemme, dove secondo gli ebrei abitava corporalmente la divinità. Sono dunque chiari il parallelismo e la simbologia: gli angeli a guardia dei nostri tabernacoli indicano la presenza reale di Cristo nell’ostia.
Dalla Cappella del Battistero passiamo a quella del Crocifisso, originariamente collocata a Ripatransone e dedicata all’Addolorata. Nelle cartelle troviamo alcuni strumenti utilizzati durante la passione: a sinistra il martello e le tenaglie e a destra la scala, la canna con la spugna e la lancia. Il crocifisso ci permette di fare alcune considerazioni di carattere generale su uno dei soggetti iconografici più riproposti nella storia dell’arte: il crocifisso. I cristiani per quasi 6 secoli non rappresentarono il crocifisso e il più antico risalente al 590 si trova in una metopa della porta di Santa Sabina sull’Aventino a Roma. Storicamente ci sono stati 2 modi per rappresentare il crocifisso: fino al XIII secolo Cristo è raffigurato vivo, con gli occhi aperti, già vincitore sulla morte: parliamo infatti di Cristo Trionfante. Tutto cambiò con l’avvento del francescanesimo che pose l’accento sulla umanità di Cristo: da allora troviamo rappresentato il Cristo Sofferente col corpo sinuoso e gli occhi chiusi. Passiamo a descrivere il Crocifisso. In alto una cartella chiamata “titolo” contiene le lettere INRI che sono l’acronimo dell’espressione latina «Iesus Nazarenus Rex Iudeorum». L’espressione proviene dal Vangelo di Giovanni (gli altri vangeli omettono la parola “Nazareno”) il quale riferisce che la scritta era tradotta anche in greco – abbiamo dunque l’acronimo INBI – e in ebraico e abbiamo dunque l’acronimo YHWH, ovvero il nome di Dio nell’Antico Testamento che significa «Io sono»: appaiono allora chiare le parole che Gesù dice all’inizio del vangelo di Giovanni: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’Uomo allora riconoscerete che Io Sono». Sul capo del Crocifisso è spesso presente la corona di spine, ma questo non è storicamente corretto: infatti la corona di spine fu messa dai soldati romani e tolta insieme al mantello e alla canna quando essi lo schernirono. Si iniziò a rappresentare la corona di spine sulla testa del Crocifisso a partire dal XIII secolo in ambito francese poiché il re Luigi IX aveva acquistato nel 1239 la reliquia della corona di spine dall’imperatore latino Baldovino II e per essa aveva costruito la Saint Chapel, inaugurata nel 1248. Per valorizzare la preziosissima reliquia iniziò a prendere vita questa nuova rappresentazione del crocifisso. Per quanto riguarda i chiodi, essi nella Sacra Scrittura sono citati una sola volta nel passo in cui Giovanni riferisce le parole dell’incredulo Tommaso: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò». Interessante notare che Tommaso parla dei chiodi limitatamente alle mani. Nelle scene di crocifissione più antiche i chiodi sono 4, 2 per le mani e 2 per i piedi, mentre a partire dal XIII secolo, quando si afferma il Cristo Sofferente, i chiodi diventano 3, essendocene uno solo per i piedi. Questo fa in modo che il corpo di Cristo assuma una forma a “S” che richiama il serpente elevato da Mosè nel deserto che dava vita a chiunque lo guardasse, facendo eco alle parole di Gesù nel Vangelo di Giovanni: «E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».
Passiamo ora alla Cappella del Sacro Cuore, il cui altare era già dedicato a Sant’Isidoro quando si trovava nella chiesa di San Filippo ad Ascoli, opera della prima metà del Settecento dell’architetto veneziano Marco Torresini. In alto due puttini indicano un cuore raggiante, simbolo della Congregazione dell’Oratorio in quanto il ventinovenne San Filippo, la sera del 1º giugno 1544, Domenica di Pentecoste, mentre stava pregando presso le Catacombe di San Callisto, ebbe il fenomeno della dilatazione del cuore, constatato anche dopo la sua morte. Nella nicchia vediamo un Cristo maestoso, vestito di giallo e rosso, colori che rimandano all’imperatore bizantino che sedeva nei giorni ordinari su un trono ammantato di abiti in oro e nei giorni speciali su un secondo trono, rivestito di porpora. Giallo e Rosso sono anche i colori di Roma, capitale dell’impero. Gesù indica il suo Sacro Cuore il cui culto è stato diffuso dopo che la mistica francese Margherita Maria Alacoque nel XVII secolo ebbe delle visioni. Poiché il suo direttore spirituale Claudio de La Colombière era un gesuita, il culto fu particolarmente promosso da questo ordine: non a caso nella chiesa del Gesù a Roma si trova il dipinto del Sacro Cuore di Gesù di Pompeo Batoni replicato in centinaia di migliaia di santini in tutto il mondo.
Spostiamoci ora nella Cappella della Madonna di Lourdes realizzata nel 1977 da Aldo Sergiacomi in sostituzione della precedente cappella, demolita per far spazio alla nuova sacrestia. L’opera d’arte è divisa in due. Nella parte superiore Santa Bernadette Soubirous è inginocchiata davanti alla Madonna che vide per 18 volte dall’11 febbraio al 16 luglio 1858. La testa della Madonna è coronata dalle parole «Io sono l’Immacolata Concezione», traduzione in italiano delle parole dialettali «Que soy era Immaculada Councepciou» con le quali la Vergine si rivelò il 25 marzo a Bernadette e che confermano il dogma della Immacolata Concezione, proclamato solo 4 anni prima da Pio IX. Questo è l’unico caso nella Storia della Chiesa in cui un dogma è stato confermato dal Cielo. Nella parte sottostante vediamo la Benedizione Eucaristica rivolta agli ammalati e la citazione dantesca «Se di speranza fontana vivace». Nella cappella è incastonato un frammento proveniente dalla grotta di Lourde. Ai piedi della cappella si trovano le tombe dei vescovi diocesani dove riposano i resti di Giuseppe Chiaretti e Gervasio Gestori.
Passiamo ora agli altari dedicati ai santi e iniziamo con quello di San Biagio, medico armeno, nato e vissuto fra il III e il IV secolo nella città di Sebaste in Turchia, divenuto vescovo e morto martire. I suoi persecutori, prima di decapitarlo, lo torturarono con dei pettini che si usano per cardare la canapa: per questo motivo egli è il protettore dei funai, attività molto diffusa nel passato in una città marittima come San Benedetto e rappresentata dalle due cartelle marmoree con la ruota e il pettine scolpite da don Luigi Sciocchetti. La nicchia contenente la statua di San Biagio è inserita fra due colonne con capitelli corinzi che sorreggono una trabeazione e un timpano curvilineo spezzato. Il santo indossa il camice, la stola, la croce pettorale e il piviale e riconosciamo che è un vescovo dalla mitria e dal pastorale. Ai suoi piedi il bambino che secondo la leggenda stava per soffocare e fu guarito da Biagio, che per questo è diventato anche il patrono della gola. A partire dal 3 febbraio 1911 don Francesco Sciocchetti iniziò a celebrare la Santa Messa per onorare San Biagio rivolta proprio ai funai e al termine della funzione distribuiva del pane. Nell’altare si conservano le reliquie di Sant’Illuminato, provenienti dal Cimitero di Sant’Ippolito sulla Tiburtina e qui traslate nel 1839 per interesse del padre filippino Vincenzo Maria Michettoni.
Contemporanea di Biagio è Agnese a cui è dedicato un altare nella navata destra in cui ci spostiamo. Agnese era una ragazza che, nonostante la giovane età giovane età, aveva deciso di consacrare la sua vita a Dio. Il figlio di Sinfronio, Prefetto di Roma, si innamorò di lei, ma non venendo ricambiato denunciò Agnese come cristiana presso il padre. Sinfronio la condannò a morte nello Stadio di Domiziano (attuale Piazza Navona) tramite la pena del rogo, ma le fiamme non la scalfirono, allora un soldato estrasse la spada e la trafisse con un colpo di spada, come si uccidono gli agnellini. Per questo motivo la santa ha sempre in braccio un agnello, come possiamo vedere anche qui. In questo altare si conservano i resti di Santa Urbica – provenienti dal Cimitero di Sant’Agnese e anch’essi traslati dal padre Michettoni – il cui corpo è stato riprodotto in cera dal canonico Tobia Acciarini di Sant’Elpidio.
L’altare di sant’Antonio da Padova è opera dell’artista ascolano Lazzaro Giosafatti ed è di gran lunga il più bello fra quelli presenti. Il Santo tiene nel braccio destro dei gigli, simboli della sua purezza, e nell’altra mano una bibbia su cui si erge in piedi Gesù bambino. Questa iconografia deriva da uno degli ultimi episodi della vita del Santo che si svolse a Camposampiero, vicino Padova: Antonio si era ritirato nella sua cella quando un suo amico, il Conte Tiso, lo vide conversare col Bambino Gesù. Sulla base due stemmi di una nobile famiglia ascolana risultano abrasi: furono probabilmente ridotti così durante l’occupazione francese quando il furore ideologico dell’uguaglianza portò a distruggere tutto ciò che poteva ricordare la nobiltà.
L’altare di Santa Rita da Cascia, già di Santa Lucia quando si trovava a Ripatransone, conserva un dipinto realizzato dallo studio di Architettura, Pittura e Scultura Giuseppe Felici di Macerata fra il 1931 e il 1932. La tela rappresenta il momento in cui Santa Rita il 18 aprile 1432, dopo aver ascoltato la predica tenuta da San Giacomo della Marca sul Venerdì Santo, ricevette una spina che le si conficcò sulla fronte e che le rimase impressa per 15 anni.
La visita alle cappelle e agli altari laterali si conclude davanti al monumento realizzato dall’artista offidano Aldo Sergiacomi che celebra don Francesco Sciocchetti e suo fratello Luigi. Abbiamo pertanto modo di parlare di queste due straordinarie figure. Don Francesco Sciocchetti era originario di Ripatransone e, prima di diventare parroco della Marina, fu parroco della Petrella di Ripatransone. Fu chiamato a dare una mano ai pescatori di San Benedetto che erano stati colpiti da una mareggiata che aveva portato via le loro barche, acuendo così la loro condizione di povertà, già tanto compromessa. Da allora l’aiuto alla povera gente fu il centro della sua azione pastorale e si prodigò in ogni modo per alleviare le sofferenze della popolazione. Nel 1912 varò il San Marco, primo motopeschereccio in Italia, che vediamo rappresentato a sinistra. Al centro troviamo proprio lui, don Francesco, in mezzo al gruppo dei ministranti ai quali aveva dato nome di “Luigini” in onore di San Luigi Gonzaga. Fra questi si distingue Giacchino Bruni (1882-1905) che diventerà sacerdote passionista col nome di Padre Giovanni dello Spirito Santo e che la chiesa onora come Venerabile. Alle spalle si trova la sua opera più importante, la Madonna della Marina, nelle forme che assunse al momento della sua realizzazione nel 1908. Sotto la Torre dei Gualtieri delle signore ricamano: anche questo è un’omaggio all’attività sociale promossa da don Francesco. Infatti egli presso i locali dell’Asilo Merlini, grazie a Suor Maddalena, mise su un laboratorio di sartoria in modo tale da aiutare quelle donne rimaste sole a causa della partenza dei mariti al fronte a causa della Prima Guerra Mondiale. Infine, sulla destra vediamo don Luigi Sciocchetti mentre realizza il dipinto che campeggia in alto: si tratta di una Madonna della Marina, non secondo le tradizionali sembianze, ma con i tratti di una donna del popolo. Sia a destra che a sinistra della Vergine si trovano delle barche. Il dipinto faceva bella mostra di sé nell’antica Cappellina della Madonna di Lourdes che si trovava dove oggi c’è la sacrestia.










