ASCOLI PICENO – Recuperare le tradizioni non significa soltanto conservarle, ma renderle vive e utili anche per il presente. Da questa idea nasce il lavoro del centro studi tradizioni popolari Radici del Futuro APS, fondato ad Ascoli Piceno da Gabriella Piccioni, che coinvolge volontari di diverse età in iniziative dedicate alla memoria culturale del territorio. Tra i progetti più innovativi c’è l’Atlante dei dialetti e delle tradizioni, una piattaforma digitale che, grazie anche all’intelligenza artificiale, punta a raccogliere e mettere in rete testimonianze, parole, racconti e materiali audio. Il progetto parte dal portale Radici Picene e vede la collaborazione, tra gli altri, dell’ingegnere Lindo Nepi, docente all’ITI Fermi e referente tecnico dell’iniziativa.
Professoressa Piccioni, come è nato il centro studi Radici del Futuro e con quale obiettivo avete iniziato questo percorso di recupero delle tradizioni?
Circa 15 anni fa, con il Bim Tronto, iniziai a raccogliere le testimonianze di oltre 150 anziani, attraversando i borghi del bacino imbrifero del Tronto, costituito da ben 17 Comuni del Piceno. Gli insegnamenti più belli li ho ricevuti proprio in quel viaggio di due anni di interviste e ricerche negli archivi e nelle biblioteche. Venne poi pubblicato il volume intitolato “Alla ricerca delle tradizioni perdute”, di recente ristampato. Il libro non è in vendita ma è distribuito gratuitamente agli interessati presso le sedi del Bim Tronto. Negli anni successivi ho continuato a fare ricerche storiche e antropologiche, approfondendo anche i legami tra letteratura italiana e latina e il folklore: un mondo infinito e straordinario. A un certo punto ho sentito il bisogno di trasmettere e condividere questa passione con altri studiosi del territorio, per lo più “volontari” della cultura (purtroppo) che spesso si sentono abbandonati dalle istituzioni, perché oggi pubblicare una ricerca storica o antropologica è veramente difficile. Ho cercato di coinvolgere anche gli studenti e i colleghi docenti delle scuole del Piceno, che hanno risposto con entusiasmo ad ogni evento culturale. È nato così, poco più di un anno fa, per dare forma a questa vitalità culturale, il centro studi tradizioni popolari, una Aps che parte dal Piceno ma guarda con interesse alle tradizioni del centro Italia. In prospettiva futura ci piacerebbe organizzare convegni con altre associazioni di altre regioni sulle varie tradizioni e sui dialetti, analizzando analogie e peculiarità. Ci tengo a ringraziare i soci fondatori e i soci particolarmente attivi: Stefania Canala, Azzurra Angelini Marinucci, Gianni Antolini, Vittoria Di Luigi, Giovanni Angius, Cristina Virgulti, Antonio Faieta, Gianni Brandozzi e molti altri. Collaboriamo anche con gruppi folk del territorio come i Suonatori di Sant’Emiddie, i Pozzaibbè, li matti de Montecó, i Piceni Pizzicati, tutte realtà festose molto belle da non perdere, anzi da potenziare.
Nel vostro lavoro parlate spesso delle “radici” come strumento per ricostruire comunità e superare le solitudini: in che modo le tradizioni possono avere ancora questo ruolo oggi?
Tutti sappiamo che importanza hanno le radici per una pianta (che tra l’altro è il nostro simbolo) e nessuno metterebbe in discussione questa verità. In ambito culturale, invece, c’è ancora chi sostiene che bisogna guardare solo al futuro e dare meno spazio alle materie storiche e umanistiche, liquidando in particolare il folklore come un’attività per nostalgici o un’accozzaglia di superstizioni. Le tradizioni sono invece la nostra vera storia, la storia del 98% della nostra gente, che non compare in nessun libro di storia ufficiale ma la storia l’ha fatta davvero, nel quotidiano e nell’anonimato. Storie di terra, di mare, di mestieri, di scuole popolari. Canti, proverbi, stornelli, racconti che non hanno un autore perché li ha prodotti una collettività che nel tempo e nello spazio li ha modellati. In queste espressioni c’è l’anima più autentica delle comunità. Noi vogliamo non solo riscoprire l’anima dei nostri paesi, ma farla pulsare nuovamente. Lo abbiamo fatto, ad esempio, con la rivivificazione – dopo decenni di torpore – della festa degli animali di Sant’Antonio Abate a Pagliare, insieme all’associazione Passi Chiari; oppure con i rituali del solstizio d’estate, con le tradizioni natalizie e pasquali e con lo studio dei tabù legati al mondo femminile. Non tutte le tradizioni, però, sono da recuperare: alcune vanno conosciute anche per comprendere certi mali della società di oggi. Le radici, nel bene e nel male, sono le “vene” che scorrono dentro di noi, anche se non ne siamo sempre consapevoli. Sono quei fili che ci uniscono e ci fanno sentire parte di una rete, dandoci il senso di appartenenza a una grande famiglia allargata. Vorrei citare come esempio paradigmatico la tradizione carnevalesca di Castignano, con centinaia di moccoli colorati e illuminati che percorrono in processione il borgo seguendo un grande lanternone-guida, urlando tutti insieme “Fora fora li moccule”, per poi bruciarli in un grande focolare in piazza. Mi piace collegare questa immagine alla scena simbolica in cui Anselmo Paleari, personaggio de Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello, presenta la sua filosofia di vita, la “lanterninosofia”. Nella società moderna ogni uomo cammina da solo nella notte con un “lanternino”, una piccola luce personale che illumina solo il proprio ristretto campo d’azione. Ogni lanternino rappresenta una visione del mondo, una prospettiva individuale, il relativismo etico che ha accantonato il “lanternone”, ritenuto un limite alle libertà individuali. In realtà era un orizzonte simbolico comune, capace di dare senso alle piccole bolle di luce dei singoli lanternini. Il desiderio di tradizioni è il bisogno di quel lanternone, che paesi come Castignano hanno saputo mantenere.
Il nuovo progetto dell’Atlante dei dialetti e delle tradizioni parte dal portale Radici Picene ma punta ad aprirsi anche oltre il territorio: che tipo di contributi potranno dare cittadini e comunità?
La nostra Aps si chiama Radici del Futuro e in questo progetto questo nome prende davvero vita: mettiamo insieme tradizioni e tecnologie con l’intelligenza artificiale, mettiamo insieme studenti e anziani. Circoli e università della terza età si interfacceranno con le scuole per raccogliere parole in dialetto, detti, proverbi e rituali e metterli in rete. Inseriremo anche tutto il materiale dialettale già pubblicato da validi studiosi del passato, rendendolo fruibile a tutti con la relativa pronuncia. Vorremmo coinvolgere anche accademici del settore che hanno mostrato interesse. E tutto questo sta avvenendo senza finanziamenti, solo con la forza dei cittadini che ci aiutano. Facciamo quindi un appello a tutte le persone amanti delle tradizioni e dei dialetti perché entrino nel progetto, contattandoci tramite i social e la pagina Facebook Radici del Futuro oppure tramite la mail ufficiale tradizionipopolari.centrostudi@gmail.com. Il dialetto, visto per decenni come marchio di ignoranza, è invece la lingua viva, la lingua degli affetti e delle emozioni, dei mestieri e delle arti, come capì prima di altri Pasolini. Ha una sua struttura fonica e sintattica e in parte restano ancora da scoprire tutte le relazioni e le interconnessioni che uniscono i vari dialetti della penisola: le Radices Italiae.
Ingegnere Nepi, qual è il suo ruolo nel progetto dell’Atlante e come si inseriscono le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale in un lavoro legato alla memoria e ai dialetti?
Il mio compito nel progetto è coordinare il team di informatici che sta lavorando, in maniera volontaria ma con grande professionalità, alla piattaforma web che raccoglierà i dati. In questa prima fase è stato fondamentale il contributo dei giovani informatici Riccardo Cinaglia, Gabriele Monti e Simone Vagnozzi, talentuosi studenti dell’indirizzo “Informatica – intelligenza artificiale e cybersecurity” dell’Istituto Tecnico Tecnologico “Enrico Fermi” di Ascoli (IIS Fermi-Sacconi-CPIA), coordinati dal professor Massimo Fedeli. La piattaforma che gli studenti hanno predisposto, una volta completati i test, potrà essere utilizzata per ospitare i dizionari dialettali e i materiali multimediali, che saranno poi analizzati anche grazie al ricorso a sistemi di intelligenza artificiale, che non potevano mancare in questo ambizioso progetto. Parlare di tecnologie informatiche d’avanguardia come l’AI e di tradizioni popolari può sembrare curioso. In realtà, da tempo il mondo dell’informatica e quello della ricerca umanistica dialogano, utilizzando algoritmi di ricerca e sistemi informatici per elaborare la grande quantità di dati – testi, dipinti, sculture, iscrizioni antiche – relativi al nostro patrimonio storico. Tecnologie come realtà virtuale, realtà aumentata o chatbot basati su AI, applicate all’ambito museale e al patrimonio culturale, nei prossimi anni diventeranno strumenti sempre più utilizzati per valorizzare i luoghi e riscoprire le tradizioni locali. Nel nostro progetto non useremo sistemi di AI generalisti: l’idea è quella di creare un sistema di intelligenza artificiale personalizzato, in grado di esplorare i contributi inviati dagli utenti e magari realizzare video a partire da testi, ad esempio ricostruendo scene di vita contadina o di artigiani locali a partire da foto d’epoca e documenti scritti, oppure individuare elementi comuni tra tradizioni di luoghi diversi. Sarà possibile creare percorsi personalizzati per fasce d’età, capaci di avvicinare anche i più giovani ai temi della ricerca storica e delle tradizioni locali. È una sfida complessa che però sta prendendo forma anche grazie alla collaborazione con ricercatori universitari che ci stanno contattando per partecipare al progetto.
La prima fase del progetto è appena iniziata: su quali strumenti o attività tecniche vi state concentrando in questo momento?
Al momento il team informatico sta lavorando su diversi fronti, in sinergia anche con il gruppo che si occupa di selezionare i materiali da inserire. Si sta iniziando a digitalizzare alcuni dizionari dialettali e, parallelamente, un gruppo sta lavorando alla realizzazione di un’interfaccia web semplice, che consenta anche ai non esperti e alle persone anziane di pubblicare materiali multimediali relativi alle tradizioni del proprio territorio. Questi contenuti saranno poi validati da esperti e diffusi tramite il sito www.radicesitaliae.it.
Guardando ai prossimi sviluppi, quali saranno i passaggi successivi per far crescere l’Atlante e renderlo uno strumento utile e accessibile a tutti?
Se è importante lavorare sugli aspetti tecnici, è altrettanto fondamentale creare una rete di persone che possano aiutarci a far crescere il progetto. Per questo, nel sito www.radicesitaliae.it abbiamo inserito i riferimenti ai canali social e al canale WhatsApp che useremo per coordinare i volontari che si stanno unendo a noi. Uno degli obiettivi del progetto è creare una community in grado di curare l’inserimento di nuovi materiali nel sito e, allo stesso tempo, coinvolgere persone e associazioni nella realizzazione di momenti di condivisione e approfondimento sulle tradizioni locali e sui dialetti. Si tratta quindi anche di un progetto di cittadinanza mediale, in cui gli strumenti digitali vengono utilizzati non solo per garantire la massima diffusione dei contenuti attraverso la rete, ma anche per promuovere la socializzazione. Se da un lato ci interessa usare il web per consentire anche alle persone lontane di riscoprire le proprie origini, dall’altro possiamo favorire momenti di confronto all’interno delle comunità. Non per alzare confini, ma per allargare lo sguardo e magari scoprire, attraverso le ricerche effettuate nel sito, che tradizioni di luoghi anche molto distanti hanno molto in comune.

Gabriella Piccioni
