DIOCESI – Pubblichiamo la Lectio delle Sorelle Clarisse del Monastero Santa Speranza di San Benedetto del Tronto.
La prima lettura, tratta dal libro dell’Esodo, ci parla del popolo di Israele che sta mormorando contro Mosè. Il popolo è uscito dall’Egitto, si è lasciato alle spalle l’esperienza della schiavitù; ora, la Scrittura ci dice che «il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: “Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?”».
Mosè intercede presso Dio e il Signore facendo scaturire acqua dalla roccia, disseta e soddisfa il popolo.
I racconti del cammino di Israele nel deserto vedono ripresentarsi periodicamente il problema della sete per mancanza d’acqua. È una situazione di bisogno in cui il popolo dubita della provvidenza divina, della cura di Jahvè nei suoi confronti. Ogni volta, tante volte.
Ma, attenzione! Dice Gesù nel Vangelo: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno».
Sono le parole con cui Gesù risponde alla donna samaritana che incontra al pozzo di Giacobbe, nella città di Sicar.
Una donna che viene al pozzo perché assetata e a cui Gesù fa riscoprire quella che è la sua vera sete.
Una donna tormentata che ha creduto poter placare la propria sete offrendo disperatamente amore, lasciandosi usare nei suoi affetti e nel suo corpo; una sete, quella di questa donna, che nessun abbraccio ha colmato ma solo temporaneamente messo a tacere. Siamo di fronte ad una donna fragile, giudicata, additata, che incontra solo sguardi e commenti offensivi sulla propria vita.
Va al pozzo a mezzogiorno, l’ora più calda, forse perché non vuole incontrare nessuno.
Al pozzo, invece, a quell’ora incontra Gesù, un uomo che la avvicina come persona, che la guarda con amore rispettoso, che non la giudica ma la ama, che la aiuta a scavare dentro di sé.
Questa donna si sente conosciuta fino in fondo, si sente accolta, capita e questo la guarisce, la libera. La Buona Notizia di Gesù non è una parola che ti svergogna o ti condanna, ma una parola che ti interpreta, ti incuriosisce e ti spinge a scovare il desiderio di altro che abita la tua sete.
Per questo, al termine del dialogo con Gesù, la donna samaritana può lasciare a terra la sua anfora, quella che si è portata al pozzo per attingere acqua; può abbandonarla perché, ormai, non ha più quel vuoto dentro che, fino a quel momento, ha cercato sempre e ogni volta di riempire.
«La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: “Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto».
Forse, anche per noi, è venuto il momento, in questa Quaresima, di cominciare ad adorare Dio Padre «in spirito e verità», come ci dice Gesù. Adorarlo non nelle parole e nei gesti rituali e nemmeno nella correttezza formale o morale, ma con una vita mossa dall’amore di Lui, con un cuore riempito dallo Spirito e così capace di testimoniare che quest’uomo mite che siede al pozzo di Sicar è il Messia.
Una vita capace di far vedere a tutti che Dio è presente e che non c’è bisogno di metterlo alla prova.
«Ora, a stento, qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi», scrive Paolo nella seconda lettura.
Dio non vuole incontrarci per rinfacciarci ogni cosa che facciamo, non vuole scavare nel nostro interiore per farci l’elenco dei nostri limiti, ma chiede che ci apriamo a sperimentare il suo amore, a sperimentare, a sentirci addosso l’amore di Qualcuno che è stato disposto e, ogni giorno è disposto, a dare la vita per noi!
Questa è l’unica acqua capace di dissetare il nostro bisogno di vita! Ed è quest’acqua che vogliamo portare e far provare a chi cammina con noi!
Perché nessuno mai smetta di credere nella Vita…