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San Francesco cosa penserebbe dell’esposizione delle sue reliquie?

Di Don Francesco Mangani

Da qualche giorno è facile imbattersi nelle consuete polemiche “di pancia”. Sui social pullulano commenti disarmanti, talvolta dai toni violenti, sull’ostensione dei resti mortali di san Francesco in occasione dell’ottavo centenario della morte. Polemiche che rivelano, il più delle volte, faziosità e scarsa conoscenza di alcuni pilastri della spiritualità cristiana.

Ogni volta che si riaccende l’attenzione sulle reliquie, si solleva il solito vespaio, tanto prevedibile quanto culturalmente fragile: si parla di Medioevo, di superstizione, di devozionismo materiale, di speculazioni commerciali, perfino di un ipotetico san Francesco “offeso” per tale evento. Come sempre, queste obiezioni provengono non solo dall’interno della Chiesa, ma anche da un certo “mondo laicale”, poco frequentatore e conoscitore delle realtà ecclesiali.

Sono sintomi che rivelano la difficoltà moderna ad accettare la logica dell’Incarnazione, senza la quale la fede non è tale, e segnalano un evidente deficit di comprensione di quelle devozioni che per secoli hanno nutrito la relazione con Dio.

La venerazione delle reliquie non è una sopravvivenza archeologica né il frutto di una degenerazione liturgica degli ultimi secoli. È conseguenza diretta del dogma cristiano. Se il Verbo si è fatto carne (Gv 1,14), allora la carne è divenuta luogo di rivelazione.

Il cristianesimo non è religione dell’idea, ma dell’evento storico; non dell’astrazione, ma del corpo assunto e redento. Il corpo del santo è stato tempio dello Spirito Santo (cf. 1Cor 6,19), strumento di carità, luogo di ascesi, spazio di martirio e di offerta. Venerare le reliquie significa confessare che la grazia non distrugge la materia, ma la trasfigura e ne fa segno “velato”, ma reale, di una presenza sacra.

Fin dalle catacombe i cristiani celebrarono l’Eucaristia sulle tombe dei martiri. Non per un mero culto dei morti, ma per affermare la comunione tra la Chiesa pellegrina sulla terra e la Chiesa gloriosa in cielo. L’altare eretto sopra le reliquie è proclamazione visibile di ciò che la Chiesa attende nel compimento escatologico: sotto l’altare “stanno” coloro che hanno testimoniato l’Agnello (cf. Ap 6,9) e ora, dalla Chiesa del cielo, pregano intercedendo per noi e proteggendoci nel pellegrinaggio terreno. Ancora oggi, nella dedicazione di una chiesa, si depongono reliquie sotto l’altare: segno che ogni liturgia terrena è in comunione con quella celeste. Senza questa percezione soprannaturale, la liturgia — e quindi anche le celebrazioni eucaristiche — rischia di ridursi a “intrattenimento a sfondo religioso” o a espressione della soggettiva interpretazione del celebrante e della comunità.

Il significato della “reliquia”

La reliquia non è il santo nella sua “presenza reale”, ma il segno umano di una presenza che rimanda alla comunione con la Chiesa del cielo. I santi vivono in Dio; la reliquia resta un segno relativo. Tuttavia il cristianesimo non è spiritualismo disincarnato: è fede che tocca, che ha bisogno dell’umano per aprirsi a ciò che la orienta all’eterna Carità di Cristo. Tommaso toccò il costato del Risorto (cf. Gv 20,27): volle un segno concreto.

Molti di noi custodiscono fotografie e oggetti di chi ci ha voluto bene, non perché confondano l’oggetto con la persona, ma perché l’amore ha bisogno di memoria incarnata, di segni che rimandino a un affetto, a un tempo vissuto che desideriamo custodire. Così la Chiesa custodisce le reliquie: segno dell’affetto verso coloro che ci hanno amato in Cristo; non per sostituire Dio con la materia, ma per onorare la materia che Dio ha abitato e redento.

Francesco e il culto dei Santi

È singolare che molte critiche all’esposizione delle reliquie di Francesco ignorino che lo stesso Francesco non fosse affatto estraneo a tale pratica. Nel Medioevo il culto delle reliquie era la normalità. Francesco, come attestano più volte le Fonti Francescane, si recava nei luoghi in cui si venerava la memoria dei santi, mostrando profonda devozione verso i loro resti mortali.

Emblematico quanto narrato nella Legenda Maior di san Bonaventura (6,7): mentre pregava in una chiesa deserta presso Monte Casale, gli fu rivelata la presenza di sacre reliquie rimaste prive dell’onore dovuto. Ordinò ai frati di trasferirle con devozione; essi dimenticarono. In seguito, preparando l’altare per la celebrazione, trovarono ossa bellissime e profumate, segno che la Provvidenza aveva supplito alla loro negligenza. Tornato, Francesco apprese l’accaduto e benedisse il Signore che aveva compiuto ciò che gli uomini avevano trascurato.

Un episodio eloquente tra i molti documentati. Spiccata era anche la devozione per san Rufino, patrono di Assisi: spesso Francesco si recava a pregare presso i suoi resti nel duomo cittadino. Significativo pure il suo pellegrinaggio a Roma alla tomba dell’apostolo Pietro. La Leggenda dei Tre Compagni (3,10) narra che, notando la scarsa generosità delle offerte, Francesco gettò sull’altare una borsa colma di monete d’argento, suscitando stupore; poi, uscito, scambiò i propri abiti con quelli di un povero mendicante.

Un gesto per certi versi provocatorio verso la meschinità di chi offriva il minimo indispensabile, ma anche affermazione del valore della santità radicata nella carne di coloro che, come gli Apostoli, hanno testimoniato la fede.

Non va dimenticato, inoltre, il legame di Francesco con san Benedetto, pilastro della sua esperienza spirituale. È documentata la sua presenza a Subiaco, dove ancora oggi si conserva la più antica raffigurazione del Poverello eseguita quando era in vita, segno dell’ammirazione che già suscitava.

In conclusione, la devozione di Francesco per le reliquie esprimeva una fede alta, luminosa e matura, in piena obbedienza alla dottrina della Chiesa.

Le critiche odierne contro la venerazione delle reliquie rivelano, oltre a ignoranza teologica e storica, anche uno dei tratti psicologici tipici della modernità: un narcisismo che non risparmia neppure l’uomo religioso. Si pretende di “dire la propria” contro una prassi maturata nei secoli, come se l’opinione individuale avesse maggiore autorità della sapienza ecclesiale. È un soggettivismo ideologico che nega i segni concreti della fede in nome di una spiritualità “più pura”, che spesso cela un nichilismo mascherato da religiosità sterile.

Il rischio è scivolare verso un dualismo antico, quasi gnostico, che separa spirito e carne. Ma il cristianesimo è anti-gnostico per eccellenza: Dio si è fatto uomo, non concetto; ha assunto un corpo, non un’idea; ha redento la materia, non l’ha scartata.

Il culto dei santi e la custodia delle reliquie sono atti di rispetto verso corpi che hanno accolto la vita e manifestato la grazia di Dio. Sono segni della comunione liturgica con la Chiesa del cielo, memoria concreta che educa alla resurrezione. Rifiutarli in nome di una spiritualità “purificata ed essenziale” significa impoverire l’esperienza cristiana, privandola della sua dimensione incarnata.

I santi vivono in Dio, ma noi viviamo ancora nella carne: per questo abbiamo bisogno del segno. Una spiritualità che rifiuta i segni rischia di diventare sterile astrazione. La reliquia, segno umano di una presenza, non si sostituisce al vero culto a Dio, ma a Lui continuamente rimanda.

Chi oggi contesta con leggerezza la venerazione delle reliquie dovrebbe interrogarsi: non sarà che, dietro la critica, si nasconde il bisogno di affermare se stessi e le proprie idee, più che custodire e trasmettere la fede ricevuta?