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Sorelle Clarisse: “Verso la terra che io ti indicherò”

DIOCESI – Pubblichiamo la Lectio delle Sorelle Clarisse del Monastero Santa Speranza di San Benedetto del Tronto.

È da qualche tempo che, a Pietro e agli altri apostoli, i discorsi di Gesù non sembrano poi così rassicuranti: il Signore parla di sofferenza, di dover morire, di una sequela che è tale solo se si rinnega se stessi prendendo la propria croce, di una vita salvata perché perduta.

Perché deve essere tutto così in salita, così difficile da capire, da portare avanti? Qual è il senso della morte, del fallimento, di una vita perduta nella sequela di Gesù, quel Messia da cui, invece, ci si aspettava la liberazione di Israele, di tutto il popolo, la restituzione di una dignità ormai annientata da tempo?

Gesù, oggi, materialmente, fa compiere a Pietro, Giacomo e Giovanni proprio un cammino in salita, fino a raggiungere la cima del Monte Tabor: lì si trasfigura davanti a loro.

«Il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce…ed ecco una voce dalla nube che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo”».

La scorsa domenica il Vangelo ci ha mostrato Gesù a confronto con i pensieri, le tentazioni, le seduzioni del male; oggi ci presenta Gesù che, con tre discepoli, nella solitudine di un alto monte, conosce la trasfigurazione del suo volto e di tutta la sua persona. Questa esperienza, all’inizio del cammino quaresimale, ci indica chiaramente la meta: la resurrezione, l’evento della Pasqua di cui la trasfigurazione è anticipazione e profezia. Le vesti candide e il volto trasfigurato di Gesù ci rivelano che lui, incamminato verso la croce, è il Signore, il Risorto; ci dicono, cioè, che la passione, la morte, non sono l’esito della storia ma lo è la resurrezione!

Gesù trasfigurato ci parla di un Dio che, come scrive San Paolo, «ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita per mezzo del Vangelo». La promessa di Dio è sempre una promessa di vita.

È l’esperienza che vive Abramo e che leggiamo nella prima lettura tratta dal libro della Genesi. Il Signore chiama Abramo: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre…».

È la richiesta di “separarsi”, allontanarsi da qualcosa che è suo o che lo possiede … verso che cosa?

«…verso la terra che io ti indicherò»: una rottura per andare incontro a qualcosa che va oltre la sua terra, la sua storia, le sue relazioni.

E con quale scopo o risultato?

Al posto della sua terra, Dio gli farà vedere un altro paese; invece di rimanere ripiegato sulla sua parentela, sulla sua origine, diventerà, attraverso la sua discendenza, una grande nazione; al posto del nome ricevuto, nome che lo “racchiudeva” nella casa del padre, riceverà un grande nome, tutto suo!

«Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra».

Quello che Dio ha in mente, non si ferma ad Abramo.

Dio stringe alleanza con l’uomo, un’alleanza per la vita che non verrà mai meno. E Abramo acconsente al desiderio di vita di Dio per lui e per ogni essere umano.

Invochiamo, allora, il Signore con le parole del salmista: «Su di noi sia il tuo amore, Signore, come da te noi speriamo»: siamo certi, infatti, che tutta la nostra storia sia sotto il segno della misericordia, dell’amore, della benedizione di Dio! Forti di questo, camminiamo, come Abram, verso la terra promessa, verso la promessa di vita che Lui è e, ogni giorno, ci dà!