DIOCESI – Pubblichiamo la Lectio delle Sorelle Clarisse del Monastero Santa Speranza di San Benedetto del Tronto.
C’è un invito che il Signore ci ha fatto questa Domenica. Ascoltiamolo: «…risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».
Di quali opere buone parla Gesù? Ci aiutano nella risposta la prima lettura, tratta dal libro del profeta Isaia, e il salmo responsoriale, il Salmo 111.
Isaia parla di un digiuno, di un sacrificio gradito a Dio; non è il digiuno dal cibo, dalla TV, dai social. Il digiuno gradito a Dio consiste «nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti…».
Ancora, digiunare, per il Signore, è togliere «di mezzo a te l’oppressore, il puntare il dito e il parlare empio», è aprire «il tuo cuore all’affamato», saziare «l’afflitto di cuore».
Fa eco il salmista: dare in prestito, amministrare i beni con giustizia, donare ai poveri.
Sono queste le «opere buone» a cui ci invita il Signore.
E la conseguenza nel metterle in atto? Ce lo dice ancora il profeta Isaia: «…brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio». Queste opere, cioè, fanno spuntare la luce nel buio della storia e persino le tenebre che ci portiamo dentro – il peccato, l’incredulità, la paura, le ferite – diventeranno luminose come il sole di mezzogiorno.
Lo ripete più volte il Signore nella prima lettura: «Allora la tua luce sorgerà come l’aurora», e addirittura «la tua ferita si rimarginerà presto». Bello!! L’amore per l’altro, il prendercene cura, risollevarlo dal fango e dal non senso, guarisce le nostre ferite, il dolore che ci portiamo dentro. Il balsamo dell’amore versato sulle ferite dell’altro, le rimargina ma rimargina anche le nostre.
«…perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli…».
Facciamo attenzione: queste opere che compiamo non ci fanno guadagnare punti nella classifica del “cristiano più bravo”. Non sono a nostra gloria queste opere. Lo abbiamo letto all’inizio e riletto anche adesso: «…rendano gloria al Padre vostro…».
Attraverso le nostre opere gli uomini hanno la possibilità di riconoscere che Dio è buono e opera meraviglie. Dio si fa vicino all’uomo di ogni tempo nella bellezza delle opere di chi crede, opere che nascono da un cuore consegnato all’amore di Dio.
Tutto questo accade, però, come ci spiega Paolo nella seconda lettura, solo se ci affidiamo alla sapienza e alla potenza del Vangelo.
«La mia parola e la mia predicazione – scrive l’apostolo alla comunità di Corinto – non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio».
Se dovessimo confidare in altre logiche e altri poteri, anche fossero buoni e legittimi, non compiremmo più le opere belle che fanno vedere la presenza di Dio, ma al massimo opere ammirabili o affascinanti che attirerebbero verso cose buone o verso di noi, per il nostro bene e il nostro successo.
La Parola di oggi ci mostra che la vita che illumina il mondo intero, che dà sapore alla storia, è solo quella in grado di amare fino alla fine.
È un compito che solo come discepoli di Gesù possiamo adempiere e a questo compito, come tali, non possiamo sottrarci, pena il nostro divenire insignificanti, il nostro perdere sapore, come il sale che diventa insipido, o il nostro perdere forza irraggiante, come la luce che non illumina più. Pena, cioè, il tradire noi stessi e la nostra vocazione.
Facciamo nostre, allora, le parole del Signore: «Voi siete il sale della terra […]. Voi siete la luce del mondo […] …risplenda la vostra luce davanti agli uomini perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».