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Caritas diocesana: “Cara Paola, ti scrivo in questi giorni di freddo che tu hai conosciuto fin troppo bene”

Pubblichiamo la lettera della Caritas diocesana di San Benedetto del Tronto in memoria di Paola Rossi, morta mercoledì 4 febbraio. La donna, per molti anni, aveva vissuto nel parcheggio dell’Orologio di Grottammare. I funerali si sono svolti ieri, venerdì 6 febbraio, nella parrocchia di San Filippo Neri.

DIOCESI – Abbiamo iniziato questo mese celebrando la Giornata della Vita. Un modo per non dimenticare, come invece spesso avviene, che la vita va accolta, promossa e amata sempre: da quando è solo un battito sotto il cuore di una madre fino al suo naturale tramonto. Proprio in questi giorni abbiamo dato l’ultimo saluto a Paola, una nostra sorella che ha vissuto per tanto tempo nel parcheggio di un supermercato. Il mistero della morte quasi ci costringe a fermarci, a riflettere, a interrogarci sul senso della nostra storia e, non ultimo, a riconsiderare la presenza di Dio. Da qui nasce la necessità di metterci in ascolto, ma di una parola diversa da quella del mondo perché, ancora una volta, quest’ultima appare incerta e inaffidabile.

Non sempre il mondo ci riserva gioia, pace o riposo. A volte capita di vivere una sorta di “normalità” apparente, finché non ti viene tolta la casa senza che qualcuno si chieda chi ci abiti o dove andrà a finire. E ci si accorge, poi, che quella casa è rimasta vuota. È allora che prende piede la sfiducia: ci si sente abbandonati, ci si allontana da tutto e da tutti. Quante volte le regole passano sopra le persone? Quante volte si è più attenti al “decoro” dell’ambiente che alla vita concreta di fratelli e sorelle più deboli? Quante volte, di fronte alla fragilità dell’altro, ci si lascia andare al facile giudizio piuttosto che al prendersi cura?

È doloroso ammetterlo, ma a volte la povertà viene strumentalizzata politicamente e usata come mezzo per ottenere voti. Si arriva a pensare che certe persone siano da considerare uno “scarto” da destinare, come l’immondizia, a qualche “discarica” fuori dall’abitato, lontano da tutti, proprio come erano i lebbrosi ai tempi di Gesù.

E così, quando ci si sente abbandonati e lasciati alla propria sorte, senza un tetto sotto il quale ripararsi, la sfiducia porta a chiudersi, a rifiutare ogni contatto umano e magari a limitarsi alla compagnia dei propri gatti. Quando poi dei ragazzi — giovani figli di famiglie cosiddette “per bene” — si divertono a tirarti addosso dei sassi per il gusto di sentirti urlare, si diventa inavvicinabili.

Cara Paola,

ti scrivo mentre febbraio è appena iniziato, portando con sé quel freddo che tu hai conosciuto fin troppo bene. La tua partenza ci ha costretti a fermarci, a distogliere lo sguardo dalle nostre corse quotidiane per rivolgerlo a te, alla tua storia e, inevitabilmente, al senso del nostro stare al mondo.

Sai, il mondo a volte usa parole confuse e divide le persone in categorie di “serie A” e “serie B”. Ma guardando la tua vita, la verità che resta è un’altra, molto più semplice: per Dio non sei mai stata un’invisibile perché Lui non fa preferenza di persone (Cfr Atti 10,34-35). Sei sempre stata una figlia, pensata e sognata in modo unico e irripetibile, con la stessa immensa dignità di chiunque altro. La morte, che non guarda in faccia nessuno, ci ha ricordato brutalmente che siamo davvero tutti sulla stessa barca.

Carissima Paola, abbiamo visto la tua solitudine crescere tra le auto del parcheggio; ti abbiamo vista cercare rifugio nel silenzio e nell’amore dei tuoi gatti, forse perché gli uomini ti avevano ferita troppo. Ricordo ancora quell’inverno gelido e le tue urla quando cercammo di offrirti un posto caldo. Solo oggi capisco che forse quel grido era difesa, era il segno di ferite profonde che non avevamo saputo ascoltare abbastanza. Magari eri stata avvicinata tante volte, ma non con amore, attenti come siamo più ai bisogni delle persone che ai loro desideri e ai loro sogni.

Sono felice che, nell’ultimo tratto della tua strada, tu abbia finalmente trovato una casa vera, grazie ai servizi sociali che ti hanno teso la mano. Ma oggi la mia speranza va oltre: Gesù ha promesso che nella casa del Padre ci sono molti posti, e sono certo che ne abbia preparato uno speciale, tutto per te (Cfr Gv 14,1-5)

Mi piace immaginare il tuo incontro con Dio non come un giudizio, ma come quel “bacio vergine dell’universo” di cui parlava il poeta francese Mallarmè: un bacio d’amore puro, di quelli che noi, quaggiù, a volte ci dimentichiamo di dare.

Riposa finalmente, Paola. Riposa in quell’abbraccio immenso che non conosce solitudine. A noi che restiamo spetta il compito di rendere questo mondo un po’ più umano, imparando a camminare come ha fatto Gesù: facendo del bene, risanando (Atti 10,38) e, soprattutto, vedendo l’infinito negli occhi di chi tutti gli altri chiamano scarto.

Con affetto.

Nota finale: Con mia grande meraviglia ho notato che alla liturgia funebre era presente molta gente. Mi è venuto in mente il passo degli Atti degli Apostoli in cui il Signore dice a Paolo in visione: «Non aver paura, ma continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male, perché io ho un popolo numeroso in questa città» (Atti 18,9). È proprio così: nel campo della storia non cresce solo la zizzania ma anche il grano, dentro la “pasta” di questo mondo c’è ancora del lievito, dentro la “minestra” che offre la nostra società c’è ancora del sale e dentro le notti che attraversiamo ci sono stelle che brillano.