MONTEPRANDONE – Prosegue il cammino del nostro giornale nella conoscenza dei nuovi incarichi dei sacerdoti e, per l’occasione, abbiamo intervistato don Lorenzo Bruni che, domenica 25 gennaio, ha iniziato l’incarico di parroco in solido dell’Unità Pastorale Sacro Cuore e Regina Pacis di Centobuchi. Quella con don Lorenzo è stata una chiacchierata molto interessante, in cui abbiamo parlato di alcune tematiche quali la vocazione, la parrocchia e il suo rapporto con la comunità, i temi teologici che più gli stanno a cuore e quello che, nel suo ministero, gli ha sempre dato gioia.
Come sei diventato sacerdote? Come è stata la tua chiamata?
Sono entrato in seminario che non avevo ancora 20 anni; è stato a quel punto che il vescovo di allora, Gervasio Gestori, mi propose di entrare nel Pontificio Seminario Romano Maggiore. Direi che la mia vocazione è cresciuta con me: non ricordo un momento preciso in cui ho detto “desidero rispondere alla chiamata che il Signore mi ha fatto”, se non quando ho fatto la richiesta al vescovo di poter cominciare questo percorso di discernimento; per cui non c’è un episodio particolare di conversione: la mia consapevolezza è venuta crescendo man mano che frequentavo gli ambienti parrocchiali. Questo mi ha portato a Roma: qui mi sono formato sia in studi di tipo filosofico-teologico, sia di tipo umano, spirituale e pastorale, fino a quando, nel 2004, sono stato ordinato diacono e, un anno dopo, nell’aprile 2005, sono stato ordinato sacerdote nella Cattedrale di San Benedetto del Tronto.
Cosa significa la fede per te? Come la vivi quotidianamente?
Per me la fede è come l’aria nei polmoni: penso che sia un po’ il respiro della nostra anima; senza fede credo che la nostra vita umana, cristiana e, a maggior ragione, quella del nostro ministero sacerdotale sia già morta. La fede è affidamento, fiducia e consegna di sé stessi a Dio, proprio perché ci si rende conto delle fragilità e delle difficoltà che, nel mondo di oggi, non mancano.
Come vedi il ruolo della Chiesa nella società moderna?
La Chiesa, secondo me, è chiamata a ridestare, tramite la sua missione evangelizzatrice e di santificazione del popolo di Dio, questo atteggiamento di fede in Dio. Oggi uomini e donne del nostro tempo non è che non abbiano fede, ma, forse, non sanno come chiamare questo bisogno, questo anelito profondo a cui cercano di rispondere in altri modi, nonostante una “fame” di Dio, secondo me, sia in ogni uomo.
Come gestisci lo stress e la pressione nel tuo ruolo?
Per gestire lo stress e per vincere quella pressione che noi tutti siamo chiamati ad affrontare, bisogna imparare a custodire uno stile di preghiera e una fiducia nell’opera di Dio; questi atteggiamenti ci aiutano a mantenere la rotta anche dove, apparentemente, è più difficile farlo.
Come vedi il ruolo della parrocchia nella comunità?
Per rispondere uso un’immagine, a me molto cara, di Papa Giovanni XXIII: egli definiva la parrocchia come la fontana del villaggio. Spesso dimentichiamo l’importanza di una parrocchia in un determinato territorio, come dimentichiamo l’importanza di una fontana in una piazza, perché distratti dai monumenti; il Papa poi faceva alcuni esempi sull’importanza di questa fontana che attrae tutte le categorie di persone, a prescindere dall’uso che andava fatto dell’acqua. Così come la fontana, anche la parrocchia è chiamata ad avere uno sguardo più attento, oltre a darci quello di cui abbiamo bisogno nelle varie fasi della nostra vita. Il ruolo della parrocchia è così essenziale e fondamentale che, a volte, scompare nel tessuto della comunità.
Secondo te, qual è la più grande sfida che una parrocchia deve affrontare ad oggi?
Sto entrando in una nuova realtà, completamente diversa da quella a cui ero abituato: prima avevo l’incarico presso l’Unità Pastorale di Montalto, dove avevo quattro parrocchie che, sommate insieme, contavano poco più di 2000 persone; adesso, da domenica, sarò presso l’Unità Pastorale di Centobuchi che, di abitanti, ne conta circa 12000. Credo che, laddove viva tanta gente, ci siano problemi maggiori e la sfida più grande sia ricentrare, nel cuore delle persone, la Parola di Dio e ridestare quel senso di famiglia, comunità e comunione che, delle volte, passa in secondo piano, e vincere quel campanilismo che separa le comunità.
Quali sono i temi teologici più importanti per te ad oggi?
Io, oltre che parroco, sono direttore della Scuola di Formazione Teologica Interdiocesana, per cui con la teologia la “mastico” spesso. Il tema della sinodalità, che ad oggi è al centro dell’interpretazione teologica, è quello che mi appare più importante; un po’ a questo ci richiamano il Papa, Francesco prima e Leone ora, e i nostri vescovi e, oltre a lavorarci, occorre rifletterci, soprattutto sul perché la Chiesa abbia deciso di intraprendere, in questo momento della sua storia, questo stile sinodale, che richiama lo stile di una comunità cristiana, di discepoli di Gesù.
Come vedi il rapporto tra la Chiesa e le altre religioni?
È un rapporto che sta diventando sempre più centrale e importante; perciò il rapporto dev’essere centrato sul messaggio universale che il Vangelo ci comunica, senza svendere quello che ci è proprio, ma aprendo all’interpretazione più ampia possibile i valori che il Vangelo ci insegna, perché altri cristiani, non cattolici, o altri credenti in Dio, non cristiani, possano trovarsi all’interno di questo cammino comune di vera umanità.
Cosa ti dà più gioia nel tuo ministero?
Credo che la mia gioia sia quella di poter scomparire: dopo aver fatto tutto quello che potevo e desideravo, posso scomparire lasciando che le persone, le famiglie e le comunità in cui svolgo il ministero siano attratte solo da Gesù e non abbiano altro riferimento se non Lui. Questa è la più grande gioia e consolazione che un sacerdote possa avere: lasciare un seme che, poi, porterà frutto quando accadrà e se accadrà; però lo sa solo Dio.
