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Shoah, domini del terrore e crisi sociale

(Foto Calvarese/SIR)

Di Eloisa Giannese

In occasione del Giorno della Memoria, Claudio Vercelli, già docente di Storia dell’ebraismo all’Università Cattolica di Milano, saggista e storico contemporaneista, tra i maggiori studiosi del Novecento, ha partecipato come ospite all’incontro “Deportazioni di massa e stermini nella Storia. Adesione o indifferenza della pubblica opinione al dominio del terrore”, tenutosi a Ivrea (To) il 29 gennaio scorso. Nel dialogo con il professor Armando Minutola, responsabile del Dipartimento di Storia e Filosofia del Liceo Botta di Ivrea, Vercelli ha analizzato la genesi delle deportazioni di massa e dei sistemi di sterminio che hanno segnato la storia. Partendo dal caso della Shoah, la riflessione si è estesa ai diversi “domini del terrore”, con particolare attenzione al ruolo delle pubbliche opinioni. A margine dell’incontro, Vercelli ha rilasciato un’intervista al Sir.

(Foto E. Giannese/Sir)

Professore, in un suo libro, intitolato proprio “Il dominio del terrore. Deportazioni, migrazioni forzate e stermini nel Novecento” (Salerno editrice, 2016), lei analizza l’adesione o l’indifferenza delle opinioni pubbliche che hanno permesso di realizzare domini del terrore e crimini contro l’umanità. Guardando alla società contemporanea, come si pongono oggi le opinioni pubbliche di fronte ai domini del terrore presenti ancora nel mondo?
Per rispondere bisogna contestualizzare la contemporaneità. Viviamo una crisi sociale ed economica che, tra il Novecento e il nostro secolo, investe soprattutto le classi medie. La democrazia non è un prodotto automatico delle classi medie, ma è strettamente legata alle loro libertà e possibilità: quando queste vengono meno, crolla il sistema su cui ciascuno di noi immagina di costruire il proprio futuro. Questo è un passaggio fondamentale. Non esiste alcuna forma di politica che non faccia riferimento alla struttura economica.

Come cambia, in questo quadro, la risposta delle masse?
Il rapporto è quello tra organizzazione politica e istituzionale, classi sociali e prospettiva sul futuro. Se quest’ultima viene meno, tutto crolla. Cento anni fa come oggi, si tende a far coincidere gli interessi di pochi gruppi corporativi del capitalismo con quelli della collettività, quando in realtà non è così.

Qual è oggi il ruolo dei media nella formazione della pubblica opinione?
È un ruolo strategico. Parlare di media significa affrontare questioni tutt’altro che banali. Noi non viviamo solo di realtà, ma anche della rappresentazione della realtà. Non possiamo conoscere le cose in senso assoluto: conosciamo la nostra vita, la nostra esperienza, da una prospettiva necessariamente individuale e limitata. Non è un limite del nostro tempo, è sempre stato così.

Pensiamo all’esperienza dei lager: universalizzare le singole esperienze è moralmente giusto, ma storicamente rischioso. Molti punti di vista sono stati annientati nelle camere a gas e non potranno mai raccontare nulla. Anche oggi possiamo raccontare ciò che viviamo e soffriamo, ma non possiamo comprendere in modo assoluto il senso di ciò che accade.

Qui emerge un limite profondo del nostro presente: la mancanza di organismi capaci di mediare tra esperienze e opinioni diverse. I cosiddetti “corpi intermedi”, come li ha definiti la cultura liberale, superano il puro individualismo e cercano di collocare gli interessi e le opinioni dentro una realtà che va oltre la soggettività del singolo.

Alla luce di questo, cambia anche la funzione dei media?
“I media contribuiscono a creare una realtà non necessariamente falsa, ma parallela. Alla produzione di immagini di massa si lega la questione del consenso, o del dissenso, rispetto a ciò che viene rappresentato. È un nodo enorme: non viviamo solo di ciò che accade, ma delle immagini che ci arrivano di ciò che accade, immagini che sono sempre potenzialmente manipolabili, anche quando non vengono deliberatamente manipolate”.

Parliamo delle cosiddette “guerre dimenticate”. Perché alcune guerre o persecuzioni, come in Sudan, Congo o Nigeria, faticano a entrare nella coscienza dell’opinione pubblica occidentale, mentre altri conflitti catalizzano maggiormente l’attenzione?
Qui entrano in gioco molti fattori. È plausibile che ciascuno di noi si identifichi maggiormente con alcuni conflitti, nel passato come nel presente. Il conflitto israelo-palestinese ha catalizzato molte attenzioni, ma è solo uno dei conflitti aperti, oggi come ieri. La questione di principio non è comparare, ma contestualizzare: inserire ogni conflitto all’interno di un quadro più ampio, che comprende il Sudan, il Tigray, lo Yemen e molti altri contesti in cui si continuano a produrre vittime senza attenzione collettiva. Ignorare questi conflitti non li rende meno rilevanti.

C’è poi un passaggio strategico: molte popolazioni vengono sfruttate a vantaggio di pochi gruppi di potere. I veri conflitti non sono tra eguali, ma tra diseguali.

La “stanchezza” diffusa di fronte alla memoria e alla violenza può trasformarsi in una nuova forma di rimozione?
La stanchezza non è casuale. È il prodotto del ripetersi delle crisi senza soluzioni, della sensazione di essere espropriati della capacità di decidere il nostro futuro e quello degli altri. È anche un risultato funzionale ai dominatori. Siamo stati espropriati dell’idea di poter essere artefici del nostro futuro.

Lei distingue tra “declino” e “declivio” sociale. Qual è la differenza?
Non c’è un declino collettivo, ma un declivio che colpisce soprattutto le classi subalterne. I subordinati interiorizzano un’ideologia che presenta le condizioni come immutabili. L’esempio della Grecia, dove la giornata lavorativa può arrivare fino a 13 ore, è emblematico: non si tratta di regolarizzare una prassi esistente, ma di rendere accettabile l’assenza di tutele. Sul piano normativo significa dire che le garanzie non esistono più. È uno scacco ideologico profondo.

In questo contesto, che ruolo gioca il linguaggio?
Impoverimento delle classi subalterne e impoverimento del linguaggio procedono insieme. Si riducono i significati, non solo per chi detiene il potere, ma soprattutto per chi lo subisce.

La forza delle classi dominanti si fonda anche sull’impoverimento culturale della società.

Le professioni cambiano, i ruoli mutano, il capitalismo si riproduce nel tempo. Chi ci ha preceduto lo aveva già compreso; oggi, invece, rischiamo di contare ben poco.