DIOCESI – Prosegue il cammino del nostro giornale nella conoscenza dei sacerdoti della nostra diocesi. Oggi tocca a don Duilio Pili, già viceparroco delle parrocchie di Castel di Lama e, da domenica 18 gennaio, parroco in solido dell’Unità parrocchiale di Sant’Egidio alla Vibrata. Abbiamo approfittato della nostra visita per fare una piccola chiacchierata con don Duilio, il quale ci ha raccontato il suo percorso di vita, il suo cammino di fede e molto altro.
Come sei diventato sacerdote? Come è stata la tua chiamata?
La mia storia parte a Pescara: sono nato il 10 agosto 1989 in una famiglia cristiana, di cui sono il primo di cinque figli: due sorelle, un fratello e un’altra sorella; il mio percorso di fede è stato orientato nel cammino neocatecumenale, al quale sono stato indirizzato dai miei genitori. Una cosa che mi ha caratterizzato, nel corso dell’adolescenza, è stato il cominciare a farmi domande sul futuro e sul senso della vita e, ad accelerare questo processo, sono state due situazioni: la scoperta di una piccola malformazione all’aorta e il fatto che, quando mia sorella, l’ultima, aveva due anni, le è stato scoperto un tumore.
Questi accadimenti mi hanno portato a pormi una domanda: “Se Dio è amore, dov’è?” e, a motivo di questo, ho iniziato a scontrarmi con Dio, allontanandomi dalla Chiesa, da Lui, dalla preghiera e cominciando a fare qualche cavolata; insomma, di fronte a queste domande, da una parte c’è stata una ribellione, dall’altra sono subentrati pensieri suicidi: non trovando più un senso alla vita, desideravo la morte.
Il momento di svolta è stato quando ho deciso di “scappare” a Sydney, approfittando della GMG. Prima di partire per Sydney volevo suicidarmi; invece, grazie a questo pellegrinaggio e alle parole di un catechista, ho scoperto l’amore di Dio per la mia vita, ovvero che Dio guardava anche le mie sofferenze. Questi ultimi avvenimenti, uniti alla consapevolezza che Dio mi amasse nonostante i miei peccati, hanno contribuito a riavvicinarmi a Lui: mi sono detto che, se Dio mi ama nonostante la mia ribellione, allora vale davvero la pena dare la vita per Dio. Da quando ho riaccolto Dio ho ripreso la scuola e ho iniziato un percorso per capire cosa Lui volesse dalla mia vita e, quando ho capito che mi voleva prete, all’inizio ho avuto paura e ho detto no. Con il tempo, supportato dai catechisti, sono riuscito a dire il fatidico “sì”. Sono entrato in seminario nel 2011, nel Seminario Redemptoris Mater di Macerata, dove ho iniziato il mio percorso; nel frattempo Giovanni D’Ercole, vescovo emerito di Ascoli, ha voluto aprire un seminario uguale proprio ad Ascoli ed è così che sono arrivato qui. Ad Ascoli ho fatto gli ultimi anni di studi e poi ho iniziato un periodo di missione: prima ad Ascoli ad aiutare il rettore, poi sono stato un anno in Lombardia a fare catechesi per il cammino neocatecumenale, girando per le varie parrocchie, facendo catechesi, formazione e incontrando giovani, famiglie e varie comunità. Finito questo periodo di missione, sono tornato in diocesi; allora il vescovo mi ha mandato, da seminarista, a Castel di Lama, nella parrocchia di S. Antonio, poi sono rimasto come viceparroco di don Paolo Sabati. Sono stato ordinato diacono nel 2019 e presbitero nel 2020. Nel 2021 abbiamo preso anche la parrocchia di S. Maria a Piattoni. Di recente il vescovo mi ha affidato anche un incarico nel CdA dell’ente seminario della diocesi di Ascoli. Adesso ho iniziato da pochi giorni il mio nuovo incarico, quello di parroco in solido con don Marco Claudio Di Giosia dell’unità pastorale di S. Egidio alla Vibrata – Paolantonio – Faraone.
Cosa significa la fede per te? Come la vivi quotidianamente?
La fede per me è un’esperienza di conoscenza, che ho cominciato a fare a Sydney e che non ho più smesso, ma che cerco di fare ogni giorno; un’esperienza di “ad oggi, dov’è Gesù nella mia vita?”. Si tratta della conoscenza di Dio fatta, però, con esperienze di vita concreta. Così vivo la mia fede: cercando Dio nei fatti che accadono nella mia vita e, quando ho dei dubbi, cercando di rispondere tramite il dialogo con Dio. Questo cammino di fede lo vivo in una comunità di fratelli, ovvero nel cammino neocatecumenale, un’iniziazione cristiana nata in Spagna da Kiko Argüello e Carmen Hernández, come un itinerario di riscoperta del battesimo, il cui percorso si vive nelle parrocchie, in piccole comunità costituite da persone di diversa età e condizione sociale. Nel concreto, la mia fede è alimentata e sostenuta dalla mia comunità, quella di Pescara e quella di Ascoli: vedere i miei fratelli di comunità vivere nella fede mi aiuta a fare altrettanto.
Come vedi il ruolo della Chiesa nella società moderna?
Mi rifaccio alle parole di Nostro Signore, ovvero: “Siate luce, sale e lievito nel mondo”. La Chiesa dev’essere luce nel mondo, dev’essere speranza ed è chiamata ad annunciare Dio. Considerando soprattutto il periodo attuale, basta accendere la televisione o leggere un giornale e ne vediamo di tutti i colori; proprio per questo la Chiesa è chiamata ad accogliere questo ruolo di luce e a farsi missionaria, come dice spesso papa Leone, nel mondo.
Come gestisci lo stress e la pressione nel tuo ruolo?
Piuttosto che gestire o controllare lo stress e la pressione, preferisco viverli e cerco di farlo nella fede, anche se spesso non è facile. Se io li vivo e non li sfuggo, posso aiutare le persone che vivono le mie stesse crisi, le mie stesse ansie, preoccupazioni, titubanze, ma anche nervosismi e arrabbiature. Faccio così perché, come dice S. Paolo, nella misura in cui sono consolato, posso consolare gli altri. Non si tratta di vivere per sé stessi, ma di vivere in una dimensione missionaria. Per quanto riguarda il nuovo incarico, da una parte non so che cosa aspettarmi, dall’altra, quando il vescovo me lo ha proposto, ammetto di essermi spaventato: passare dal fare il viceparroco a essere parroco in solido di tre parrocchie è un bel salto. Nonostante tutto, anche qui ho cercato, nella preghiera, la luce e il conforto; un grande aiuto me lo hanno dato i fratelli di comunità. Nell’ultima omelia che ho fatto a Castel di Lama l’ho detto ai parrocchiani, parlando del fatto che, seguendo la volontà di Dio, si trova la pace. Questo ho potuto confermarlo perché vissuto in questo tempo; infatti, quando ho seguito il mio volere, il più delle volte non è andata bene, ma quando ho seguito il volere di Dio ho trovato la pace.
Come vedi il ruolo della parrocchia nella comunità?
La parrocchia, come la Chiesa, dev’essere luce. La parrocchia non è una struttura, ma una comunità in cui si danno segni della fede: amatevi gli uni con gli altri e la morte è stata vinta. È vero che in molti si stanno allontanando dalle parrocchie, ma è anche vero che, se la Chiesa dà prova di questi segni di fede e aiuta a tenere salda la speranza, cioè che Dio non è indifferente alle nostre situazioni, chi si è allontanato si riavvicina. La parrocchia, come struttura, aiuta a riunirsi, ma preferisco vederla come un luogo in cui le persone vivono il loro cammino di fede e che questo venga concretizzato una volta fuori.
Secondo te, qual è la più grande sfida che una parrocchia deve affrontare ad oggi?
Che la vita spirituale non sia distaccata dalla vita che viviamo; in caso contrario andremmo incontro a una doppiezza tra quello che facciamo in chiesa e la nostra quotidianità. La parrocchia deve dare prova che la fede entra nella vita reale: fede e vita reale sono unite, la prima aiuta a vivere bene la seconda.
Quali sono i temi teologici più importanti per te ad oggi?
Cerco la concretezza della vita per non correre il rischio di ridurre la teologia a una semplice riflessione metodologica, ma slegata dalla vita, sulle questioni di carattere religioso, sul rapporto tra l’uomo e Dio, sulle questioni morali. Rischiamo di parlare di Dio senza Dio e dell’uomo senza uomo. Vivo la teologia come un dialogo tra Dio e l’uomo e questo dialogo si realizza nella Parola di Dio ascoltata e vissuta. Questo è l’aspetto che considero fondamentale della teologia. Dal momento che la Chiesa è luce delle genti e la Parola di Dio è luce per ogni uomo, la teologia può illuminare qualsiasi ambiente. Centrale per la teologia è Gesù Cristo: se perdiamo questa centralità, possiamo parlare di tutto ma perdiamo la Buona Notizia, che Dio ci ama a tal punto da donarci suo Figlio per il perdono dei peccati. In questo modo la teologia è un aiuto per affrontare le domande fondamentali sulla vita, la ricerca di senso nei fatti che ci accadono. Ritengo che questa sia la missione della Chiesa: annunciare Gesù Cristo Risorto.
Come vedi il rapporto tra la Chiesa e le altre religioni?
Papa Leone ci ricorda quanto sia necessario costruire ponti. Tutte le religioni nascono da una ricerca di senso, dalle domande esistenziali più profonde che ogni uomo di ogni tempo si è posto e continua a porsi. Il Concilio Vaticano II promuove il dialogo tra le religioni e riconosce alla Chiesa la missione di annunciare la Verità rivelata in Gesù Cristo. Dio non è rimasto nascosto, ma ha inviato suo Figlio nel mondo e si è reso visibile. La Chiesa ha questa missione: annunciare Dio all’uomo. Penso ai Magi che, nella loro ricerca di Dio, incontrano una stella che li conduce a Cristo. Penso che la Chiesa sia questa stella.
Cosa ti dà più gioia nel tuo ministero?
Sentirmi amato da Dio. Questa è una cosa che voglio sperimentare ogni giorno e, dialogando, pregando e domandando a Dio, nella Sua Parola, trovo le risposte. Un’altra gioia sono le persone: vedere persone risanate da Dio, vedere situazioni difficili che vengono risolte o vissute in pace, vedere matrimoni che si riconciliano, vedere famiglie che si aprono alla vita, vedere coppie giovani che si sposano, vedere persone che vivono onestamente nonostante le ingiustizie, senza rubare, senza ingannare, e vedere persone che lasciano il peccato. Un altro momento di gioia è dato dalle confessioni, che possono essere momenti davvero edificanti, perché vedere come Dio è capace di risanarci, come un medico, è davvero meraviglioso. Per concludere, l’Eucaristia: vedere come Gesù Cristo si dona a me e a tutti, come compie una nuova alleanza ogni volta, nonostante le nostre mancanze.
