DIOCESI – Nella mattinata di domenica 18 gennaio Nicola Rosetti, docente di Religione Cattolica e già redattore presso la nostra testata, ha tenuto una visita guidata presso il Museo Diocesano di Arte Sacra di Via Pizzi, illustrando l’iconografia e l’iconologia delle opere esposte. Riprendiamo le parti più importanti della sua spiegazione.
Nel Museo Diocesano di Arte Sacra di San Benedetto del Tronto possiamo osservare tante opere che potremmo trovare in qualsiasi altro museo diocesano d’Italia, ma questo non sminuisce affatto l’importanza di questo sito, ma al contrario ci fa capire che l’Arte Sacra parla un linguaggio universale che possiamo facilmente decodificare una volta che ne abbiamo appreso le basi. All’inizio di questo percorso è bene ricordare che per Arte Sacra si intende quella particolare espressione artistica che è funzionale alla liturgia e in tal senso si distingue dall’Arte Religiosa che è invece tutta quella sezione dell’arte che ha appunto soggetti di natura religiosa.
La prima sezione del Museo è dedicata a due grandi santi della diocesi truentina: Basso, Vescovo di Nizza, martire della metà del III secolo sotto l’imperatore Decio, le cui reliquie furono trasportate all’inizio del VI secolo a Cupra Marittima, e Benedetto, martire nel 304 sotto l’imperatore Diocleziano. Di quest’ultimo vediamo un’acquaforte nella quale il santo è rappresentato con una palma, come tutti i santi martiri che hanno effuso il sangue pur di essere fedeli a Cristo. Questo accade perché Gesù, entrando a Gerusalemme pochi giorni prima della sua morte, fu accolto da una folla festante che lo salutava agitando delle palme. I martiri, oltre alla palma, sono rappresentati con lo strumento della loro morte: ad esempio, Santo Stefano ha un sasso, San Lorenzo una graticola, ecc.
La stauroteca che contiene una reliquia della Croce di Cristo ci porta a contemplare la dimensione storica della salvezza, avvenuta una volta e per sempre 2000 anni fa sul Monte Calvario. Invece il calice risalente al XIX secolo ci fa riflettere sulla attualizzazione di quel mistero attraverso la celebrazione eucaristica. Nel Santissimo Sacramento convivono in maniera inscindibile due significati: l’Eucaristia è allo stesso tempo un pasto fraterno che chiamiamo Agape e memoriale del Sacrificio di Cristo sulla Croce. Quest’ultimo aspetto fu negato nel XVI secolo da Martin Lutero e così in seguito la Chiesa Cattolica per tutta risposta pose l’accento proprio su questo punto. Ecco perché su questo bell’oggetto liturgico vediamo tanti riferimenti alla Passione. Alla base del calice tre angeli hanno in mano la Corona di Spine, il Titolo della Croce con la scritta “INRI” e il Velo della Veronica. È interessante notare che i primi due oggetti sono menzionati nella Sacra Scrittura, mente il Velo della Veronica appartiene alla Tradizione. Anche qui possiamo notare una scelta artistica operata alla luce degli insegnamenti del Concilio di Trento: mentre Lutero riteneva veritiero solo ciò che era attestato nella Sacra Scrittura, la Chiesa Cattolica ha dato molta importanza anche ai contenuti della Tradizione. Il carattere sacrificale dell’Eucaristia è espresso anche da alcuni simboli riportati sulle placche nella parte superiore del calice: l’Agnello ci rimanda a quello immolato dagli ebrei nella notte di Pasqua per ottenere la salvezza dei loro primogeniti, mentre il pellicano che si becca il collo e nutre col suo sangue i suoi piccoli è un simbolo di origine medioevale.
Il dogma dell’Immacolata Concezione lega la storia della nostra chiesa particolare a quella della Chiesa universale. Infatti nel 1854 Pio IX riconobbe come verità rivelata da Dio il fatto che Maria, fin dal suo primo istante di vita nel grembo di sua madre Anna, non fu scalfita dal peccato originale, cioè da quella colpa che tutti ereditiamo da Adamo ed Eva. L’anno seguente, ovvero nel 1855, la nostra Città fu gravemente colpita dal colera e l’amministrazione comunale fece un voto proprio all’Immacolata per liberare la popolazione da questo terribile male. Ottenuta la grazia, la Città di San Benedetto onora tutti gli anni con particolare devozione e una Novena l’Immacolata. Nel Museo abbiamo uno stendardo utilizzato nel passato durante la solenne processione. L’iconografia dell’Immacolata trae origine da Apocalisse 12 che parla di una donna vestita di sole, coronata di 12 stelle con ai piedi la luna e da Genesi 3 in cui Dio promette al serpente che sarà schiacciato. Approfondiamo. Invece che essere vestita di sole, l’Immacolata indossa una veste bianca, che ci ricorda la sua originale purezza (che festeggiamo l’8 dicembre), e celeste, che ci indica il suo destino di assunta in cielo (che festeggiamo il 15 agosto). Il numero 12 ha una simbologia piuttosto complessa: bisogna partire dai numeri 3 (che rappresenta il tempo: passato, presente e futuro) e 4 (che rappresenta lo spazio: nord, sud, est e ovest). La loro somma, ovvero il numero 7, e la loro moltiplicazione, ovvero il numero 12, indicano totalità. Per il numero 7 pensiamo a i 7 giorni della Creazione, i 7 giorni della settimana, i 7 bracci del candelabro ebraico, i 7 sacramenti, le 7 virtù, i 7 vizi capitali, le 7 meraviglie del mondo, le 7 vite del gatto, i 7 nani, l’espressione «Ho sudato 7 camicie». Per il numero 12 pensiamo a i 12 figli di Giacobbe, le 12 tribù di Israele, i 12 apostoli, i 12 mesi dell’anno, le 12 ore dell’orologio, le 12 fatiche di Ercole, le 12 tavole della legge nell’Antica Roma, una dozzina si uova, le 12 stelle della bandiera europea che… altro non sono che le 12 stelle della corona di Maria! L’Immacolata schiaccia la luna che rimanda al peccato per due motivi: innanzitutto la luna ha le “macchie lunari” e quindi, al contrario di Maria non è immacolata; inoltre la luna ha le fasi lunari che ci parlano di una mutevolezza, invece lo stato di grazia di Maria non subisce alterazioni in quanto lei non si è mai staccata dall’amicizia con Dio.
Altre volte Maria è rappresentata con una veste rossa, ricoperta da un manto blu, come vediamo nei due stendardi in cui la Vergine dona lo scapolare a San Simone Stock e il velo della purezza a Santa Maria Maddalena de’ Pazzi. Il rosso del sangue ci ricorda la sua umanità, mentre il blu del cielo ci ricorda il comune destino dei cristiani che aspirano a essere divinizzati (theopoiesis). I colori sono usualmente invertiti nelle rappresentazioni di Cristo che indossa una veste blu con sopra un mantello rosso: egli parte – passi il termine – come Dio e nell’Incarnazione si riveste della nostra umanità. Così vengono ad esempio rappresentati la Vergine e Cristo da Pinturicchio in Santa Maria del Popolo a Roma e da Raffaello nella Pala Oddi conservata nella Pinacoteca Vaticana.
A differenza di Pietro e Paolo i cui volti sono fortemente caratterizzati (Pietro barba e capelli corti e ricci, Paolo stempiato e con la barba a punta) i quattro evangelisti sono riconoscibili esclusivamente dai loro attributi iconografici, con la sola eccezione di Giovanni che è sempre rappresentato sbarbato e con i tratti somatici molto delicati, poiché egli era il più giovane fra gli apostoli. I simboli degli evangelisti sono tratti da due visioni del tetramorfo: la prima si trova in Ezechiele 1 la seconda in Apocalisse 4. Nel libro vetero-testamentario Ezechiele vede un uomo, un leone, un toro e un’aquila corrispondenti a Matteo, Marco, Luca e Giovanni (sequenza che rispecchia l’ordine nel quale troviamo i vangeli nella bibbia), mentre nell’Apocalisse Giovanni vede un leone, un toro, un uomo e un’aquila (sequenza che rispecchia casualmente l’ordine cronologico di composizione dei vangeli). È stato Ireneo di Lione (II secolo) il primo a proporre una connessione fra i quattro esseri e gli evangelisti, anche se noi seguiamo la successiva identificazione fatta da Girolamo (IV-V secolo) che fra l’altro motiva la sua scelta: Marco è un leone perché il suo vangelo si apre con il ruggito di Giovanni Battista; Luca è un toro perché il suo primo capitolo narra il sacrificio di Zaccaria; Matteo è un angelo perché proprio questa creatura parla in sogno a Giuseppe; infine Giovanni è un’aquila perché nella scrittura del suo prologo è l’evangelista che ha volato più in alto. Possiamo infine osservare che Luca tiene in mano un cartiglio con scritto «Fuit in diebus Herodi» ovvero «Al tempo di Erode» (Lc 1,5); mentre sul cartiglio di Matteo è scritto «Liber generationis Iesu Christi» ovvero «Libro delle generazioni di Gesù Cristo» (Mt 1,1). Giovanni non ha in mano il suo vangelo, ma un calice, perché secondo la leggenda sotto l’imperatore Domiziano i suoi nemici cercarono di farlo morire con un calice avvelenato, ma egli, pur bevendone, rimase incolume. Il brano è scritto sulla falsa riga di Mc 16,18 in cui Cristo promette ai suoi discepoli che non periranno di fronte ai loro nemici.
Il tabernacolo ci permette di riflettere ancora sull’Eucaristia. La parola tabernacolo deriva dal latino tabernaculum che vuol dire “tenda”e ci rimanda alla tenda che Mosè costruì nel deserto per trasportare l’Arca dell’Alleanza che conteneva i Dieci Comandamenti. In questa tenda c’era la Presenza di Dio e questo ce la fa definire un luogo sacro, ovvero un luogo abitato dalla divinità. Una volta giunti nella Terra Promessa, la tenda sarà sostituita da una costruzione stabile che è il Tempio di Gerusalemme, realizzato da Salomone. Ora questo edificio aveva al suo ingresso due colonne di bronzo. Andiamo avanti nei secoli e giungiamo all’anno 326, quando Costantino costruì la Basilica di San Pietro sopra la tomba del Principe degli Apostoli. L’imperatore adornò il sepolcro con 6 colonne tortili che a un certo punto, senza alcun fondamento storico, furono ritenute le colonne che ornavano il Tempio di Gerusalemme e da allora le colonne tortili vennero chiamate “colonne salomoniche”. A queste colonne, oggi presenti e visibili nei pilastri della Basilica di San Pietro, si ispirò Bernini per il suo celeberrimo Baldacchino che realizzò in bronzo, volendosi idealmente collegare alle vere colonne del Tempio di Gerusalemme. Le colonne salomoniche sono diventate in qualche modo simbolo della presenza del divino ed ecco perché le vediamo comparire nel nostro tabernacolo che fra l’altro a una forma ottagonale che rimanda a quella vita eterna che ottiene chi si nutre del pane eucaristico. Un altro oggetto legato al culto eucaristico è il tronetto utilizzato per l’esposizione del Santissimo Sacramento su cui è visibile la scena dei Discepoli di Emmaus che riconobbero Cristo nello spezzare il pane.
Vicino al tronetto eucaristico vediamo una teca contenente un piviale e un velo omerale sul quale è ricamato il trigramma “JHS” acronimo di “Jesus Hominum Salvator”, diffusosi a partire dal XV secolo con la predicazione di San Bernardino da Siena. Altri “nomi sacri” sono “NSGC” che sta per “Nostro Signore Gesù Cristo” e “INRI” acronimo di “Iesus Nazarenus Rex Iudeorum”, versione latina del greco “INBI” e dell’ebraico “YHWH”, ovvero del nome di Dio che compare fra l’altro al vertice del grande dipinto dell’abside della cattedrale, realizzato da Ugolino da Belluno.
Concludiamo il nostro percorso osservando una statua della Madonna risalente al XV secolo e che grazie a un particolare riusciamo a comprendere che si tratta di un’Annunciata. Infatti la Vergine sta tenendo il lembo del suo mantello: questo gesto si chiama “cogitatio” e fa parte di uno dei 5 atteggiamenti di Maria durante l’episodio dell’Annunciazione, descritti nel XV secolo dal frate pugliese, divenuto poi vescovo, Roberto Caracciolo. Maria è spaventata nel momento in cui vede l’angelo Gabriele (conturbatio: Maria è tutta contratta). Dopo aver udito il saluto dell’angelo, Maria pensa al significato di quelle parole (cogitatio: Maria tiene il lembo del suo mantello, proprio come nella nostra statua). Gabriele dice a Maria di non avere paura e che avrà un figlio e la Vergine chiede come sia possibile questo, dal momento che non conosce uomo (interrogatio: Maria ha il braccio destro alzato). L’angelo le risponde che su di lei scenderà la potenza dello Spirito Santo e Maria si professa la serva del Signore (umiliatio: Maria incrocia le braccia al petto). Infine avviene il concepimento di Gesù (meritatio: Maria incrocia le braccia sul suo ventre).








