
Di M. Chiara Biagioni
“Seguo le vicende iraniane con apprensione, anche perché non riesco ad avere notizie da amici e parenti che vivono a Teheran. È da giovedì sera che non riesco a sentirli a causa del fatto che le autorità della Repubblica islamica hanno spento Internet”. È Farian Sabahi, scrittrice iraniana e oggi professoressa associata in Storia contemporanea all’Università degli Studi dell’Insubria, a parlare.
Farian Sabahi (foto F. Sabahi)
Il Sir l’ha contatta mentre in Iran, a Teheran, è ripresa, come ogni sera da 15 giorni, la protesta. Secondo le ong, il numero di persone uccise sale a 538 mentre gli arresti sarebbero arrivati a oltre 10.600 persone.
Cosa spinge la popolazione e in particolare i giovani, a manifestare contro il regime? Qual è oggi la situazione economica, sociale e dei diritti umani nel Paese?
Rispetto alle proteste del movimento “Donna vita libertà”, scatenate dalla morte della 22enne curda Mahsa Amini il 16 settembre 2022, le proteste di queste settimane sono state innescate dall’inflazione a due cifre e dal caro vita. L’inflazione è al 42 per cento e, per le derrate alimentari, ha toccato addirittura il 72 per cento. In questo contesto, i commercianti sono consapevoli che il prodotto che oggi vendono al dettaglio a 100 costerà loro molto più il giorno dopo, all’ingrosso. A protestare non sono soltanto i giovani ma gente di ogni età, anche tra la classe sociale mercantile (i bazari) e i religiosi, ovvero lo zoccolo duro di sostegno alla Repubblica islamica.
Oltre che a protestare per la crisi economica, oggi gli iraniani in piazza esigono diritti e libertà, ma la repressione di regime non dà loro tregua da decenni.
Chi sono oggi i giovani iraniani?
È difficile utilizzare etichette per definire i giovani di un paese grande 5 volte e mezza l’italiana e con, in tutto, 92 milioni di abitanti. A farsi sentire è soprattutto la Generazione Z, che – come si legge sui social – in queste settimana ha trascinato in strada i propri genitori. Sono ragazze e ragazzi abituati a utilizzare i social, anche se vietati dal regime, usando i vpn. Sono consapevoli di come si vive altrove, reclamano diritti e libertà, non certo un regime che impone loro come vestirsi, che cosa leggere e che cosa vedere in tv.
Cosa significherebbe in questo momento un intervento degli Stati Uniti?
Sarebbe un veleno. Gli Stati Uniti hanno permesso al governo Netanyahu di massacrare 70.000 palestinesi, senza fare nulla. Per gli iraniani in Iran (ma anche per noi che stiamo in Europa) è difficile credere che un intervento militare degli Stati Uniti sia volto a garantire il rispetto dei diritti umani in Iran. È invece ovvio che si tratterebbe di una mossa in uno scacchiere internazionale in cui l’Iran è solo una pedina e – in una certa misura ma solo fino a un certo punto – un alleato di Russia e Cina. Colpire l’Iran servirebbe a infliggere un colpo d Mosca e Pechino, non certo a difendere le libertà degli iraniani.
Sono anni che l’Iran vive in queste condizioni e nessuno ha mai fatto nulla. Che cosa insegna il “caso Iran” agli “esperti” di politica internazionale e ai grandi leader mondiali?
L’Iran è il nemico necessario. Non credo che all’Occidente, Ue inclusa, importi qualcosa dell’Iran e degli iraniani.
Altrimenti non sarebbe stato permesso a Trump di mandare a monte il Jcpoa, ovvero l’accordo nucleare che aveva imposto ispezioni dell’AIEA (l’agenzia internazionale per l’energia atomica) al programma nucleare iraniano. L’8 maggio 2018 Trump, al suo primo mandato, si era ritirato unilateralmente dall’accordo e imposto nuove sanzioni. Lo scorso settembre, le Nazioni Unite hanno innescato ulteriori sanzioni internazionali che hanno messo ulteriormente in difficoltà gli iraniani e indebolito il presidente riformatore Masoud Pezeshkian che stava percorrendo una via per riavvicinarsi all’Occidente e adesso, in queste proteste, è sotto attacco da parte dei manifestanti.
Cosa fare ora? E soprattutto, cosa non fare ora? Quali sono cioè le azioni che potrebbero aiutare a pacificare la situazione e quali invece quelle che rischiano di renderla ancora più escandescente…
Ieri il Ministro degli Esteri dell’Oman era a Teheran. Potrebbe essere Muscat a giocare la carta della diplomazia, evitando un bombardamento dell’Iran che a molti pare imminente, tant’è che Lufthansa e altre compagnie aeree internazionali hanno fermato i voli sull’Iran. Sul fronte interno, nemmeno un economista di grande spessore potrebbe risollevare l’economia iraniana, in cui le lobby riescono a far soldi a palate lasciando la popolazione in miseria.